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Sulla nuova crisi in Libano

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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di Michele Marsonet.

C’era un tempo in cui il Libano veniva definito “Svizzera del Medio Oriente”. Piccola nazione incastonata tra Siria e Israele, il Paese dei Cedri è sempre stato il classico vaso di coccio tra vasi di ferro. Per tanti decenni cosmopolita e tollerante dal punto di vista religioso grazie alla contemporanea presenza di cristiani, sunniti e sciiti, venne in seguito fatto a pezzi durante la sanguinosa guerra civile tra musulmani (allora sunniti e sciiti combattevano assieme) e cristiano-maroniti. Il conflitto ebbe termine solo con l’intervento diretto della Siria che, del resto, da sempre considerava il minuscolo Stato come una sua provincia.

Chi scrive lo ha visitato nel 1998 grazie a un invito dell’Università di Beirut. A Damasco era al potere Hafez al-Assad, padre dell’attuale presidente Bashar Assad. Le truppe siriane, onnipresenti, controllavano il traffico in città, ed era ancora ben visibile la celebre “linea verde” che separava i quartieri maroniti da quelli musulmani.

In seguito il Libano è stato coinvolto direttamente nell’attuale caos siriano, grazie soprattutto al massiccio intervento militare di Hezbollah in Siria in appoggio all’esercito di Assad. Intervento indubbiamente efficace perché ha contribuito a cambiare il corso del conflitto permettendo al dittatore di vincere (con l’aiuto anche di Iran e Russia).

Ora assistiamo a Beirut e in altre città all’esplosione di grandi manifestazioni spontanee, nel corso delle quali la popolazione, senza distinzione alcuna di credo religioso, contesta aspramente le autorità chiedendo le dimissioni immediate del governo nel quale – lo si noti – sono presenti cristiani, sunniti e maroniti assieme. Oggetti della protesta sono la corruzione endemica e l’incapacità governativa di risolvere i principali problemi sul tappeto.

E’ una situazione molto pericolosa poiché da sempre il Libano rappresenta in un’area così tormentata un punto di equilibrio, per quanto difficile da mantenere. Il fatto è che anche nel Paese dei Cedri è in pieno svolgimento la partita a scacchi tra Iran e Arabia Saudita che ha come posta il ruolo di potenza regionale egemone.

Grazie alla presenza di Hezbollah, movimento sciita molto disciplinato e potentemente armato, i suoi alleati iraniani sembrano in vantaggio, potendo anche contare sulla contiguità territoriale con la Siria di Assad. Tuttavia i sauditi non demordono e tentano con ogni mezzo di impedire il consolidamento dell’asse sciita che parte da Teheran, passa da Damasco e dovrebbe per l’appunto giungere a Beirut secondo i disegni degli ayatollah e del loro celebre comandante militare Qasem Soleimani, generale delle Guardie rivoluzionarie iraniane.

Oggetto della contestazione libanese, tuttavia, non sono solo i politici sunniti che ascoltano Riyad, ma anche quelli sciiti che fanno capo a Teheran. Non a caso vi sono indizi che Hezbollah stia cercando di contenere le manifestazioni, spesso minacciando con le armi i cittadini che scendono in strada a Beirut e altrove.

Si tratta di una situazione davvero anomala che ricorda per certi versi le primavere arabe, ma anche le manifestazioni spontanee (e confuse) cui diede vita in Francia il movimento dei gilet gialli. Manifestazioni difficili da affrontare perché quasi sempre non sono chiari gli scopi di fondo né chi lo organizzi realmente.

Anche nel caos libanese, che pare appena agli inizi, si distingue comunque il declino dell’influenza americana, giunta ai livelli massimi con la presidenza Trump, e l’aumento di quella russa grazie alla grande abilità diplomatica e manovriera di Vladimir Putin. Senza contare che pure Erdogan – la Turchia è vicinissima – potrebbe voler sfruttare l’instabilità libanese per implementare i suoi progetti neo-ottomani.

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