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Trump, l’inno americano e Hong Kong

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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di Michele Marsonet.

E’ naturale che i dimostranti di Hong Kong, che continuano a godere di un vasto sostegno popolare, si appellino all’Occidente durante le manifestazioni chiedendone l’intervento per diminuire tanto la pressione diretta della polizia locale, quanto quella indiretta delle forze cinesi che stazionano nella ex colonia britannica e a Shenzhen poco oltre il confine.
Quando s’invocano il suffragio universale (che non c’è), e la libertà di stampa e di espressione (finora non abolite del tutto), qualsiasi mezzo sembra lecito pur di conseguire l’obiettivo che ci si prefigge, anche se a tutti è noto che tale obiettivo è pressoché impossibile da raggiungere.
Destano tuttavia una certa meraviglia alcuni aspetti estremi delle manifestazioni. Negli ultimi giorni, per esempio, è stato spesso scandito il nome di Donald Trump quasi fosse il salvatore in pectore della città. Eppure è noto che il tycoon è contrario agli interventi all’estero, figuriamoci poi in territorio cinese.
Trump si è limitato a consigliare ai dirigenti di Pechino di usare la massima moderazione possibile, facendo capire che un’eventuale repressione violenta danneggerebbe ancor più i rapporti tra Usa e Repubblica Popolare.
Del resto tali rapporti sono già molto tesi per la guerra commerciale in corso tra i due Paesi, con la continua imposizione di dazi sulle merci importate da una parte e dall’altra. Ed è facile intuire che a Trump interessi questo problema assai più della situazione di Hong Kong.
Nel contempo alcune frange dei dimostranti hanno preso l’abitudine di cantare di fronte alla polizia – e alle inevitabili spie di Pechino – l’inno nazionale degli Stati Uniti. Così fornendo alla leadership cinese l’occasione di accusare gli Usa di fomentare i disordini. Accusa peraltro non supportata da prove, giacché risulta difficile immaginare che in una situazione simile la rappresentanza diplomatica americana si esponga in questo modo.
Meglio poi dimenticare gli ex protettori inglesi. In questo momento Boris Johnson e il Regno Unito hanno altre gatte da pelare grazie alla Brexit, che rischia di frantumare il regno e con esso la più antica democrazia del mondo occidentale.
Certo è facile giudicare gli avvenimenti sedendo in poltrona, mentre è assai più arduo viverli sulla propria pelle. Eppure è lecito chiedersi se sia questa la giusta politica da adottare. Se, in altri termini, sia giustificata la strategia del “tanto peggio, tanto meglio”.
Poiché è evidente che la Cina non può cedere a rischio di portare i disordini all’interno dei suoi stessi confini, sarebbe più ragionevole aprire un tavolo di trattativa per verificare quanta autonomia si può salvare.
Ma pure questo è arduo, giacché il movimento ha sì dei leader, ma non riconosciuti da tutti. In altre parole non si sa chi dovrebbe sedere al tavolo, ed è tale instabilità a fare oggi di Hong Kong una polveriera che nessuno è in grado di neutralizzare.

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