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Hong Kong e la Realpolitik dell’Occidente

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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di Michele Marsonet.

Mentre a Hong Kong proseguono le dimostrazioni e Pechino dà l’impressione di essere in attesa adottando la strategia del gatto che gioca col topo, si nota l’assenza di reazioni ufficiali da parte dei Paesi occidentali. Trump si è limitato a pronunciare frasi tutto sommato innocue senza minimamente calcare l’accento. Ancora più prudente il Regno Unito, che pur aveva fino al 1997 la città-isola quale componente del suo ex impero coloniale.

In realtà tutti attendono le mosse cinesi, sulla cui natura le opinioni divergono largamente. Il fatto è che Hong Kong è assai meno unita e monolitica di quanto possa sembrare a prima vista. C’è al suo interno – e lo si è già notato – una consistente parte di popolazione filo-cinese, ma questa non è l’unica variabile di cui occorre tener conto.

Esiste infatti, oltre alla mobilitazione dei dimostranti, anche quella del locale mondo degli affari, che negli ultimi tempi ha fornito segnali sempre più consistenti di impazienza. Per comprenderne i motivi basta pensare che la città, dopo la restituzione alla Repubblica Popolare, ha sfruttato la sia pur limitata autonomia per costruirsi un ampio spazio di opportunità di business nel quadro più ampio della rampante economia del Dragone.

Ha insomma ampliato il suo tradizionale ruolo di porta d’accesso privilegiata alla Cina sfruttando la larga diffusione dell’inglese tra la popolazione e la collocazione strategica nel continente asiatico. Di qui la crescita molto sostenuta per almeno due decenni, in un primo tempo favorita dalla stessa leadership di Pechino.

La situazione è cambiata quando è cresciuta la consapevolezza che la Cina stava premendo sull’acceleratore per inserirla in modo completo nella sua struttura politico-amministrativa. La legge sull’estradizione varata dalla governatrice Carrie Lam, e poi ritirata, è stato l’elemento scatenante, giacché proprio da qui sono partiti i manifestanti per reclamare elezioni libere e suffragio universale.

Richieste, ovviamente, più che legittime sul piano teorico, ma inaccettabili da Pechino poiché condurrebbero a un distacco di fatto dal sistema autoritario e monopartitico vigente in Cina dall’ormai lontanissimo 1949. E assistiamo così alla grande stranezza di un mondo degli affari che in sostanza appoggia la volontà del Partito Comunista cinese di ristabilire l’ordine nella ex colonia britannica.

Ma tutto questo è davvero così strano? No, se si pensa che l’economia locale ha subito un calo significativo proprio a causa dell’instabilità causata dalle continue dimostrazioni, con la conseguente paralisi delle aree turistiche e commerciali e la riduzione delle attività nel porto e nella Borsa valori, da sempre veri polmoni delle attività economiche della città.

Si manifesta quindi lo spettro della recessione. A ciò si aggiunga il “pericolo” di Shenzhen, la metropoli hi-tech voluta da Deng Xiaoping quando Hong Kong era ancora colonia inglese, e che ormai le fa una concorrenza spietata, approfittando del fatto di essere inserita a pieno titolo nella struttura politica e amministrativa della Repubblica Popolare.

I leader dei dimostranti hanno più volte dichiarato di non essere interessati a considerazioni di questo tipo. Ciò che a loro interessa è ottenere la piena libertà e la possibilità di decidere del proprio destino. Opinione opposta a quella dei filo-cinesi e, soprattutto, del mondo degli affari, che puntano invece alla stabilità per rimettere l’economia in carreggiata.

E’ in pratica impossibile che Pechino ceda, anche perché in quel caso l’intera impalcatura della Repubblica Popolare sarebbe in pericolo. I manifestanti forse s’attendono un aiuto concreto da parte delle nazioni occidentali, ma ciò è impossibile per mere ragioni di realpolitik. In conclusione lo stallo attuale può durare a lungo, e la Cina sta solo aspettando che la situazione si risolva senza dover compiere un intervento militare che nuocerebbe moltissimo alla sua immagine.

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