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Farmers Usa e dazi anticinesi

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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di Michele Marsonet.

I nuovi dazi anti-cinesi per un valore di 300 miliardi di dollari, annunciati da Donald Trump per settembre, stanno agitando pure gli Stati Uniti. Com’era facile prevedere, infatti, potrebbero avere ricadute notevoli anche in vasti settori dell’economia americana.
Una delle più colpite da tale mossa sarebbe l’agricoltura, ormai abituata a un flusso imponente di esportazioni verso la Cina. E si noti che proprio nel mondo agricolo, e in particolare in quello del Mid-West, Trump ha uno dei principali serbatoi del suo consenso elettorale.
Le esportazioni agricole americane verso la Repubblica Popolare hanno avuto una diminuzione di 1,3 miliardi di dollari nell’anno in corso, mentre la perdita negli ultimi due anni ha raggiunto la ragguardevole cifra di 10 miliardi di dollari.
L’amministrazione Trump è già intervenuta con cospicui finanziamenti, senza però placare i timori dei farmers che, come tutti, saranno chiamati alle urne per eleggere il nuovo presidente nel mese di novembre del 2020. Mette inoltre conto notare che l’agricoltura Usa è ricca e molto meccanizzata (a differenza di quella cinese).
Non a caso autorevoli esponenti del mondo agricolo hanno notato che la decisione cinese di bloccare le importazioni rappresenta, per le migliaia di aziende e ranch in sofferenza, un vero “cazzotto”. E il capo del sindacato americano degli agricoltori ha aggiunto che la politica muscolare di Trump altro non fa che peggiorare le cose.
La preoccupazione elettorale nel campo repubblicano è a questo punto evidente, poiché gli agricoltori pesano molto non solo nel Mid-West ma anche in altri Stati chiave come la California. C’è insomma il timore che voltino le spalle ai repubblicani per sostenere invece i democratici, favorevoli a un approccio più morbido nei confronti della Repubblica Popolare.
I cinesi, dal canto loro, per ora si limitano a reagire alle mosse trumpiane con contromosse speculari. Probabilmente sono convinti di poter resistere nell’immediato promuovendo l’espansione del mercato interno (che però ha dei limiti) e con leggere svalutazioni della moneta nazionale. E non occorre molta fantasia per ipotizzare che Pechino speri in un mutamento sostanziale alla Casa Bianca, puntando su un candidato più disposto a trattare.
Il problema vero è che questa guerra commerciale sta danneggiando seriamente tutti, come si evince anche dalle ripercussioni negative registrate ovunque nelle Borse mondiali. Un rallentamento congiunto delle economie americana e cinese provocherebbe una crisi globale difficilmente controllabile.
Ritorna nel frattempo a galla l’idea che il vero intento di Trump sia quello di rallentare, o addirittura di bloccare, l’ascesa economica e politica della Repubblica Popolare avendo individuato in essa il vero competitor globale degli Stati Uniti. Non è chiaro, tuttavia, se il presidente Usa capisca veramente i pericoli che la sua strategia comporta, una strategia che in certi casi potrebbe addirittura danneggiare più gli Usa della Cina.

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