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Trump, i dazi e la lotta per l’egemonia globale

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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di Michele Marsonet.

Ha destato molta preoccupazione l’ultima mossa anti-cinese di Donald Trump. Con il solito tweet il presidente ha annunciato il varo di un altro consistente pacchetto di dazi rivolti alla Cina, per un valore di 300 miliardi di dollari a far data da settembre.
Immediate le ripercussioni nelle Borse mondiali con corposi ribassi dei listini in pratica ovunque. Una simile mossa non era affatto attesa giacché tutti si aspettavano un qualche tipo di accordo dopo la tregua concordata tra Xi Jinping e lo stesso Trump al G20 di Osaka.
Pechino ha già promesso ritorsioni e, a questo punto, diventa sempre più plausibile pensare che i cinesi reagiscano impedendo l’esportazione verso gli Usa delle cosiddette “terre rare”, vale a dire i minerali indispensabili nei settori hi-tech, per esempio nella produzione degli smartphone e di armamenti molto sofisticati.
Finora la Repubblica Popolare ha solo adombrato tale possibilità, invitando gli americani a riflettere poiché essa detiene, in materia di “terre rare”, i maggiori giacimenti mondiali. Non si può escludere tuttavia che, visto lo scarso effetto della minaccia, ora i cinesi passino a vie di fatto con il probabile risultato di mettere in crisi i comparti ad alta tecnologia dell’apparato produttivo americano, ivi incluso quello militare.
Ovviamente la domanda che tutti si pongono riguarda la strategia stessa di Donald Trump. Quali sono, in altri termini, i risultati che il tycoon si propone di conseguire con mosse così azzardate? E qui le interpretazioni divergono.
Quella più diffusa sostiene che, in questo modo, il presidente intende spingere la Federal Reserve ad adottare un approccio di maggiore dinamismo sul tema del costo del denaro. E’ infatti nota la delusione di Trump a fronte del rifiuto di Jerome Powell di tagliare ulteriormente i tassi d’interesse.
Il presidente ha bisogno di questo per impedire il rallentamento (o addirittura la stagnazione) dell’economia Usa proprio quando sta partendo una campagna elettorale che vede ancora Trump quale candidato repubblicano, mentre in campo democratico c’è una notevole confusione e una pletora di candidati in aspra competizione tra loro.
Non si può certo escludere che l’interpretazione di cui sopra sia plausibile. Dopo tutto Donald Trump è in primo luogo un uomo d’affari, da sempre assai attento ai risvolti economico-finanziari dell’azione politica. Cerchiamo tuttavia di delineare uno scenario un po’ diverso per comprendere le sue mosse.
Già durante la campagna che poi lo portò alla Casa Bianca, il tycoon fece capire in ogni modo di considerare la Cina – e non la Russia – il vero avversario degli Stati Uniti. Nonostante i molti incontri amichevoli con Xi Jinping e le frequenti dichiarazioni di stima nei suoi confronti, l’opinione di Trump non è affatto mutata.
A trent’anni dal crollo dell’Unione Sovietica, e dopo aver cullato la speranza di essere l’unica superpotenza globale, ora gli Usa hanno capito che la Repubblica Popolare Cinese possiede le potenzialità per dar vita a una diarchia, proponendosi appunto quale superpotenza globale alla pari – o quasi – con gli Stati Uniti.
Affinché Pechino possa raggiungere tale obiettivo, occorre però che la Cina continui, com’è avvenuto negli ultimissimi decenni, a essere il primo esportatore mondiale, con un import molto inferiore all’export. Solo così riuscirà a realizzare i suoi sogni di egemonia.
Non essendo il mercato interno ancora in grado di assorbire una produzione di beni cresciuta a dismisura, restano solo i mercati esteri a svolgere tale ruolo. Una diminuzione drastica dell’export avrebbe conseguenze di grande rilievo, con probabili ripercussioni sulla stabilità politica di un Paese in cui tensioni etniche e sociali abbondano.
Ecco perché Trump e il suo entourage spingono in questa direzione, convinti che un rallentamento dell’economia cinese costringerebbe in tempi abbastanza brevi Pechino a rinunciare alla sfida geopolitica con gli Usa per il predominio mondiale, allontanando così la temuta prospettiva di una diarchia.
Questa interpretazione è più complicata di quella centrata sulla controversia con la Fed per la riduzione dei tassi d’interesse. Tuttavia parecchi segnali inducono a credere che non sia affatto campata per aria. Soprattutto notando che numerosi circoli conservatori americani stanno puntando – dopo alcune indecisioni iniziali – su Trump per garantire agli Stati Uniti una posizione di predominio che rischiava di essere ridimensionata dall’ascesa cinese.

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