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Filosofia dell’anima – Sul film “Paolo Borsellino – I 57 giorni”. E sui martiri italiani Borsellino e Falcone

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

falcone borsellino

Non amo il cinema italiano moderno, l’ho scritto più volte. Ancora meno amo le “ficssion” RAI dedicate a improbabili santi, poeti, navigatori nostrani, fatte vivere dai soliti attori noti ai meno, intrise di creazioni sceneggiaturali discutibili, analogiche, noiose. Anche questo l’ho scritto altre volte e non credo che lo status-quo potrà cambiare nel breve.

Malgrado ciò stasera mi sono costretta a vedere il film diretto da Alberto Negrin e trasmesso da Rai 1 “Paolo Borsellino – I 57 giorni” (2012), un film dedicato al magistrato Paolo Borsellino ucciso dalla mafia il 19 luglio del 1992, giusto 57 giorni dopo l’assassinio del suo collega Giovanni Falcone morto il 23 maggio di quello stesso anno. Ho pensato che fosse mio dovere vederlo e pur di seguirlo mi sono sorbita l’incipit ridicolissimo con un Luca Zingaretti in stile Montalbano che riduceva quel grande giudice a macchietta. A ridurre allo stesso ruolo tutti i magistrati di Sicilia ci hanno invece pensato gli sceneggiatori con l’altrettanto ridicola scena dello sgomento e dell’ignoranza da loro provata davanti all’arcinota lirica di Ghoete: “Kennst du das Land, wo die Zitronen blühn”.

Superata quest’impasse iniziale il canovaccio è però migliorato (quasi andando a meritare il 7.2 che gli da IMDB seppure su una base di soli 86 voti) e Zingaretti è diventato subito più giudice e meno commissario. La storia si è dipanata quindi senza pagare eccessivo pegno al didascalismo, senza diventare prolissa, senza scadere nel polpettone retorico. Non troppo almeno. Bello anche il cammeo della vita familiare del giudice: un ritratto intimo ragionevole, dignitoso, certamente vero. Di tanto in tanto qualche momento indovinato lasciava alla mente anche la possibilità di pensare, di riflettere…

È stato così riflettendo che mi sono resa conto, una volta di più, di come nel Paese dei tanti improbabili “santi” già menzionati, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino siano due dei pochi veri “martiri” che purtroppo per noi possiamo “vantare”. Rivivere la loro vita, in qualsiasi forma, può diventare dunque un esercizio difficile da sopportare per l’anima, un esercizio masochistico, soprattutto quando si prende piena coscienza che quei due martiri in fondo li ha procurati proprio quello Stato la cui etica loro si erano determinati a difendere; quando si prende piena coscienza che quei due martiri in fondo li abbiamo creati noi.

Ci sono vite che hanno la capacità di toccare le esistenze dei tanti, in molti modi, qualche volta per il bene altre volte per il male. Le vite di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino si sono proposte di svolgere un compito più grande: sfiorare le nostre anime. Date teorie della filosofia-che-sarà raccontano, inoltre, come l’opposizione manichea bene vs male non esista, proprio come non esiste il fattore Tempo nell’equazione Wheeler-DeWitt. Secondo queste nuove modalità di pensare tutto si manifesta, anche nella dimensione spazio-temporale, perché così deve essere, senza connotazioni morali di sorta. In virtù di ciò tutto-ciò-che-è-male è mero riflesso di tutto-ciò-che-è-bene, nulla più (i.e. se non si conosce cosa è il male non si può comprendere il significato del bene, etc).

Pur rendendomi conto che si tratta di un mio limite, faccio un’estrema fatica ad accettare queste considerazioni: come si può pensare che il percorso di vita di Falcone e di Borsellino possa avere la stessa valenza di quello di tanti uomini indegni? Magari di quello dei loro stessi assassini? Non riesco a seguire questi percorsi mentali azzardati: un mio limite, già detto. E dunque mi dico e mi ripeto che se anche non dovesse esistere un giudice-esterno che giudica le nostre azioni, deve esistere per forza di cose un altro principio di giustizia cosmica, magari insito dentro di noi, nascosto nelle più profonde fibre della nostra essenza.

Noi potremmo essere insomma i più severi giudici del nostro stesso operato e se questo fosse vero al nostro senso dell’etica universale nulla dovrebbe sfuggire: non una parola detta, non un pensiero formulato, non una azione più o meno degna. O vile. Che a ben pensarci forse questa è la vera giustizia, perché se siamo stati noi quello “Stato” che ha creato codesti martiri, noi dobbiamo essere per forza anche i suoi fustigatori, i giudici che lo giudicheranno senza alcuna pietà, i rei che espieranno l’inevitabile pena.

Rina Brundu

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