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Filosofia dell’anima – La fragilità della “piccola” Pamela Prati

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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Raramente, e credo non accadrà mai più, mi è accaduto di testimoniare qualcosa di così immondo e di così avvilente per l’anima come l’intervista che è stata mandata in onda quest’oggi su Canale 5, intervista rilasciata da Pamela Prati a Silvia Tofanin conduttrice del programma “Verissimo”. Credo che la stessa segnerà un punto di bassezza morale e intellettuale, di trash mediatico come non avevamo mai pensato potesse esistere.

Premetto che io non credo a una sola parola detta dalla signora Pamela Prati. Non credo alle sue lacrime artisticamente trattenute, ma di cui non si è vista alcuna traccia negli occhi, non credo alla sua storiella ridicolissima e malamente rabberciata forse da un “autore” neppure troppo bravo, non credo alla sua “fragilità”, non credo al ruolo che si è scelta di “vittima” delle circostanze. Credo invece alla “vergogna” che dice di provare in questo momento, alla “paura”, magari di perdere i suoi privilegi mediatici, e credo al fatto che si senta, come ha ribadito lei stessa, “piccola”. Ha ragione di sentirsi così, dovrebbe!

La mia idea – che forse non è solo la mia – è che dietro questo infame episodio di sciacallaggio mediatico ci siano dentro tutte le parti tirate in causa: la starlette che sfiorisce e vorrebbe assicurasi il futuro, sia finanziario che artistico (in forma di rentrée mediatica esaltante), e le due manager (sic!) che hanno pensato bene di sfruttare la popolarità analogica di lei per costruire il nome dell’azienda, del business, e magari, in una, la loro stessa carriera “artistica”.

Mi sbaglierò, certamente, ma che sia andata così non me lo toglierà dalla testa nessuno. Penso anche che bene farebbe la polizia postale a procedere con le verifiche del caso, tracciare gli IP e verificare chi c’è dietro questa storia, non penso proprio che sia così difficile farlo. Se non altro si lancerebbe il messaggio che anche queste storielle-gossipare sono in realtà delle truffe e i truffatori – specie quelli online (che abbondano in maniera notevole) – vanno perseguiti a norma di legge, sempre e comunque.

Di fatto, c’è una sola cosa a cui credo tra tutte le evidenti “bugie” che secondo me ha detto la Prati: credo, insomma, a una qualche versione della sua “fragilità”. Non è cioè la tipologia di “fragilità” che dà ad intendere la stessa Prati, è diversa. Io penso infatti che Pamela Prati sia un’altra donna sarda molto forte, anche scaltra a momenti, che non ha paura di nulla. In altre parole, a mio avviso lei non è stata plagiata semplicemente perché non avrebbe potuto esserlo (lo dimostrano proprio quelle lacrime mai versate, la forza nella sua voce, la sceneggiata dell’intervista a studio vuoto, ecc).

Ne deriva che la vera fragilità di Pamela, nasce dalla paura che l’imminente età di decadenza fisica, magari mediatica, genera nel suo spirito abituato a concentrarsi solo su ciò che fa “epidermide”; questo status-quo potrebbe avere determinato sia un suo credere veramente all’esistenza del ricco imprenditore Caltagirone (il suo sogno economico realizzato! Sic!), sia una sua attiva partecipazione a questa sorta di truffa mediatica (perché questo è anche se non c’è stato scambio di pecunia di mezzo!).

Purtroppo però adesso – mercé la potenza della Rete – questo gioco azzardato ha sicuramente determinato sia “vergogna” che quel sentimento del sentirsi “piccola”. Che qualcuno che le vuole veramente bene le stia accanto, perché i risultati di queste ardite imprese digitali hanno prodotto più vittime delle guerre in questi anni miserabili, basti vedere la morìa per suicidio di ragazzini inglesi negli ultimi mesi.

O della follìa dei tempi… dell’orrore dei tempi!

Rina Brundu