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Ancora giravolte di Trump sulla Cina

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

cina

di Michele Marsonet.

Già si sapeva che i fulmini scagliati da Donald Trump contro Huawei avrebbero causato una quantità di danni, alla Cina ma anche – se non di più – agli Usa. Puntuale è arrivata la conferma. Si apprende infatti che il tycoon ha rinviato di 90 giorni, vale a dire fino al prossimo 19 agosto, il decreto che doveva impedire al colosso cinese delle telecomunicazioni di comprare parti e componenti da società statunitensi.

Novanta giorni, in casi come questi, rappresentano un bel po’ di tempo, e qualcuno azzarda l’ipotesi che l’attuale amministrazione americana abbia rinviato soltanto per non perdere la faccia, riservandosi di adottare misure più morbide in un secondo tempo.

Ma cos’è successo, dunque, per indurre Washington a più miti consigli? E’ accaduto che Xi Jinping, appena appresa la notizia del bando, si è subito recato nella provincia meridionale di Jiangxi per visitare la JL-Mag, azienda cinese leader nel trattamento delle “terre rare”, i materiali di importanza strategica per l’industria ad alta tecnologia, in particolare quella dei semiconduttori.

Senza le suddette terre rare non si possono produrre tablet, personal computer, laptop e, naturalmente, gli smartphone. Si rammenterà che proprio questi ultimi sono al centro della contesa tra le due superpotenze, giacché intento di Trump è impedire a Huawei di continuare ad acquisire la tecnologia Android, il che comporterebbe una sostanziale uscita dell’azienda cinese dal mercato internazionale, almeno nei tempi brevi.

E non basta. Si apprende pure una notizia assai importante e che noi comuni mortali ignoravamo. Vale a dire che proprio la Repubblica Popolare è il principale esportatore mondiale di terre rare, e che le sue esportazioni sono destinate in gran parte, guarda caso, alle aziende Usa che producono per l’appunto tablet, personal computer, laptop e i preziosi smartphone.

Pechino ha – per ora – solo accennato alla possibilità di bloccare le esportazioni di cui sopra (qualcuno parla a questo proposito di “messaggio in codice”). Ma già tale accenno è importantissimo. L’industria hi-tech degli Stati Uniti rischia addirittura il collasso se la minaccia cinese venisse alla fine attuata. Le fonti alternative sono infatti scarse e, in ogni caso, non in grado di soddisfare la richiesta.

Si tratta quindi di vedere chi soffrirebbe di più nel caso Trump proseguisse per la sua strada. I danni per Pechino sarebbero elevati, ma quelli per Washington risulterebbero con tutta probabilità ancora maggiori.

E a questo punto è lecito porsi un quesito fondamentale. E’ mai possibile che nessuno, nell’ambito dell’amministrazione americana, fosse a conoscenza del problema? Nessun analista, nessun esperto è stato in grado di mettere in guardia Trump circa i pericoli che la sua strategia comporta? Evidentemente no, e questo è un ulteriore elemento che dimostra come la politica dei tweet che tanto piace all’attuale presidente sia di un’incredibile superficialità.

Si noti che le Borse Usa hanno subito perdite, anche se per ora non elevatissime. Quelle cinesi hanno invece fatto registrare un balzo in avanti quando è giunta la notizia della visita di Xi alla JL-Mag. A riprova del fatto evidente, e già notato più volte, che le economie dei due Paesi sono troppo interconnesse per consentire mosse dilettantistiche.

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