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Su come Singapore risolve il problema “fake news”

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

di Michele Marsonet.

Fronteggiare il fenomeno delle fake news che imperversano in rete, e in generale nei mass media, è ormai diventata una priorità per tutti i governi. Le bufale – si sa – sono sempre esistite, e in passato hanno spesso condizionato l’evoluzione della storia, a partire dall’antichità per giungere ai tempi nostri.

Con l’avvento di Internet, tuttavia, il problema è letteralmente esploso. Indubbiamente i social network svolgono un ruolo essenziale nella diffusione delle informazioni e anche della cultura. C’è però l’altro lato della medaglia.

Poiché chiunque, indipendentemente dal grado di conoscenza e di competenza che possiede, può intervenire in qualsiasi dibattito senza preoccuparsi della veridicità di ciò che scrive, assistiamo pressoché impotenti alla diffusione su larga scala di notizie (e di teorie) fasulle che sono in grado di influenzare in modo decisivo l’opinione pubblica.

Ne abbiamo riscontro in ambito politico e, in particolare, nei periodi in cui si vota. Sin troppo noto il caso americano, e non solo in riferimento all’elezione di Donald Trump. Pochi invece sanno che le fake news hanno un ruolo notevole anche nelle interminabili elezioni indiane che si stanno svolgendo proprio in questo periodo. In quel contesto notizie clamorosamente fasulle circolano sia sull’attuale premier nazionalista Narendra Modi, sia sul suo principale oppositore Rahul Gandhi, leader del Partito del Congresso.

In India, negli Stati Uniti e nel resto del mondo il problema si pone poiché, a tali notizie, tantissimi elettori credono sul serio, sino al punto che le loro scelte ne vengono condizionate in maniera essenziale. Sulle bufale candidati con pochi scrupoli possono addirittura costruire le loro fortune politiche.

Diventa allora importante capire come si può reagire a questa situazione, e qui le opinioni variano moltissimo. Anche perché, al fondo, c’è un problema più filosofico che politico. Una delle sue caratterizzazioni migliori la troviamo nel Vangelo di Giovanni (18:38), quando Pilato, rispondendo a Gesù, chiede: “Quid est veritas?”. Il proconsole romano dubitava quindi che della verità si possa fornire una caratterizzazione unica.

E’ allora interessante notare che in molti Paesi asiatici simili dubbi non vengono presi in considerazione. L’esempio della Cina è notissimo perché è il Partito comunista a decidere, in modo insindacabile, dove si collocano verità e falsità. E infatti i social network locali sono strettamente controllati dal governo, anche se molti cinesi trovano il modo di aggirare la censura accedendo alla rete di Hong Kong.

Non desta eccessiva sorpresa, a tale riguardo, ciò che sta avvenendo a Singapore. La piccola città-Stato, collocata all’estremità meridionale della penisola malese ed ex colonia britannica, viene spesso catalogata come una sorta di “capitalismo autoritario” liberista in campo economico-finanziario, ma democratico soltanto di facciata sul piano politico. Così la volle il fondatore Lee Kuan Yew, che la plasmò come un esperimento politico-sociale in cui gli interessi della collettività prevalgono in modo netto su quelli del singolo individuo. I risultati pratici sono stati eclatanti, dal momento che Singapore è ai primi posti nel mondo per la crescita del Pil e rappresenta una piazza finanziaria di fondamentale importanza.

Ora si apprende che il governo della città-stato, del quale il figlio del fondatore, Lee Hsien Loong, è tuttora primo ministro, ha deciso di affrontare di petto il nodo delle fake news. Saranno i ministri, ciascuno nel suo ambito di competenza, a decidere cosa è vero e cosa è falso, e la legge garantisce loro ampi margini nell’interpretazione.

Soluzione – vien fatto di pensare – facile è ovvia, ma è anche valida? In base a quali criteri le autorità governative possono arrogarsi un simile potere? La risposta non viene fornita e ci si limita a rispondere che, con tale strategia, si mantengono l’ordine politico e la tranquillità dell’opinione pubblica. Si noti che altre nazioni asiatiche, pur in mezzo a vivaci dibattiti, stanno procedendo in direzione analoga.

E, a questo punto, è lecito porsi un quesito di fondo. Viste le grandi difficoltà che il concetto di “verità” pone, è meglio limitare la libertà di espressione per contrastare le fake news, oppure è preferibile che le bufale circolino per consentire a tutti di esprimersi liberamente?

Parecchi segnali fanno intendere che, anche in Occidente, la “soluzione asiatica” piace molto e che non sono pochi i suoi fautori. Occorre però rendersi conto che, se si seguirà questa strada, la liberaldemocrazia come noi la intendiamo è destinata a una fine ingloriosa.

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