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Venerati maestri. Il caso de “Il giornale” fondato da Indro Montanelli. Sui giornalisti in lotta e il manager da 2 milioni di euro…

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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Per Indro Montanelli, decano dei giornalisti italiani, il piatto era colmo. Del resto, la situazione lui l’aveva prevista e non appena Berlusconi, il suo editore de Il Giornale, cioè del quotidiano che Montanelli aveva fondato nel 1974 con il titolo “Il giornale nuovo”, tentò di condizionare la sua attività, il giornalista preferì andarsene. Le redini della vecchia testata furono prese da Vittorio Feltri, mentre La Voce, il nuovo quotidiano di Indro Montanelli, nacque il 22 marzo del 1994.

Tratto da Venerati maestri. Chi ha ucciso il giornalismo italiano?

Eh già!, se si studia storia del giornalismo italiano non si può non incontrare sulla nostra strada Il giornale creato da Indro Montanelli e da lui abbandonato in fretta e furia agli inizi degli anni ’90 durante l’età d’oro del berlusconismo più rampante.

Si apprende in questi giorni che la testata sarebbe ora a un passo dalla chiusura. A leggere un pezzo comparso su Il Fatto Quotidiano, servirebbero altri tagli per controbilanciare le perdite milionarie e questi tagli dovrebbero riguardare una volta di più i giornalisti, i quali si interrogano: ma come fa a proporre questa soluzione proprio un manager pagato due milioni di euro? L’altra soluzione sarebbe vendere… Urka! Che management!

Dato che ho passato 15 anni della mia vita nelle multinazionali di mezzo mondo, posso affermare senza tema di essere smentita che non esistono manager che valgano due milioni di euro, anche perché se fossero davvero capaci avrebbero già creato la loro azienda. Il management pagato in questo modo è una pessima pratica ereditata dagli yuppissimi ed edonistici anni ottanta e, almeno per quanto riguarda l’editoria, con la fine degli emolumenti pubblici speriamo che si ponga presto fine anche a queste pessime pratiche gestionali. Peraltro, se esistono ancora editori che si fanno spennare così, che colpa ne ha il manager? Buon per lui/lei!

Il problema naturalmente è un altro. Per la verità sono diversi. Il problema principale è che il giornalismo serio – e indipendente – non dovrebbe essere gestito, mai, da “manager” esterni, manco avessero sul curriculum il ruolo di assistente all’imperatore megagalattico. Detto altrimenti i quotidiani dovrebbero appartenere solo a due categorie di soggetti: 1) gli editori puri che li gestiscono in tutto e per tutto con un direttore-manager, 2) le cooperative di giornalisti.

Nel caso del quotidiano di proprietà della famiglia Berlusconi – del fratello di Silvio, della Mondadori, o di chi per loro – parlare di editoria “pura” sarebbe come sputare sulla nostra intelligenza. Per certi versi fanno anche pena questi professionisti impiegati dal quotidiano e costretti a interrogarsi, per esempio, sui recenti sviluppi del Caso Ruy (vedi featured image in alto), ma si può?

D’altro canto, non parlo neppure del layout miserello del relativo sito perché se fossi stata io il manager, anche senza guadagnare i due milioni avrei tirato fuori i soldi di tasca mia, ma almeno avrei dato una facciata decente a un luogo virtuale che non sarà visitato da nessuno, d’accordo, ma una sua dignità giornalistica dovrebbe mantenerla.

Come risolvere? A mio avviso l’unica maniera valida per non disperdere il patrimonio del nome storico del quotidiano (di fatto quel titolo di testata creato da Montanelli è pure l’unico valore-aggiunto di quella pubblicazione), ma soprattutto per salvare i posti di lavoro, è fare in modo che l’editore venda il giornale agli stessi giornalisti. Non sarebbe certo il miglior acquisto per loro – anche perché servirebbero anni di intenso e ottimo lavoro per recuperare la credibilità perduta – ma le soluzioni tecniche per tornare a fare cassa ci sono senz’altro…. Che poi non le veda un manager pagato due milioni di euro, bè, quello non mi sorprende, non mi sorprende affatto!

Auguri ai giornalisti che subiscono lo status-quo deprecabile!

Rina Brundu