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La Cina, la via della seta, e la grande confusione italiana

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

seta

di Michele Marsonet.

Mentre da un lato cresce la confusione italiana circa la possibilità di aderire al grande progetto cinese della “Nuova via della seta” (Belt and Road Initiative), aumentano pure, dall’altro, le pressioni americane volte a impedire un risultato di quel tipo.
Resta però il fatto che è assai imminente la visita a Roma di Xi Jinping, ed è ovvio che al leader cinese qualcosa si dovrà pur dire, anche se nessuno finora è riuscito a capire come la vicenda andrà a finire. Pure in questo caso, infatti, i principali azionisti dell’attuale compagine governativa hanno opinioni diverse (per non dire opposte).
Notiamo fin dall’inizio che di pressioni Usa sul governo italiano si parla ormai da decenni. Ai tempi della Guerra Fredda e della contrapposizione tra Occidente ed ex blocco sovietico, la presenza americana nella politica di casa nostra era ben più pressante. I governi italiani non cadevano soltanto a causa delle lotte intestine dei partiti – e in particolare tra le correnti della Democrazia Cristiana – ma anche per le pressioni che gli Stati uniti esercitavano per i più svariati motivi.
Terminata la Guerra Fredda, le pressioni Usa sono molto diminuite ma non scomparse (come alcuni sembrano pensare). Sono solo diventate più discrete in quanto, dal punto di vista di Washington, non sussisteva più il pericolo che il nostro Paese scivolasse nell’orbita d’influenza del grande nemico.
Ora la posizione assai dura assunta da Washington a proposito della Belt and Road Initiative e della vicenda Huawei dimostra, quanto meno, che la Repubblica Popolare è davvero riuscita a ritagliarsi una posizione di leadership globale. E’ ovvio che se l’amministrazione americana non percepisse la Cina come nemico da cui occorre guardarsi a qualsiasi costo, ora non avremmo problemi.
Non siamo comunque i soli ad avere pressioni in questo periodo. Le subiscono tutte le nazioni europee e in particolare la potente Germania, anche se in quel caso il contenzioso riguarda Huawei e le reti telematiche di quinta generazione (5G).
Ciò che distingue l’Italia dagli altri è l’intenzione – unica tra i Paesi del G7 – di giungere alla firma di un accordo italo-cinese circa la “Nuova via della seta”. Anche se, giova rammentarlo, importanti esponenti dell’attuale governo stanno alzando un forte fuoco di sbarramento per prevenire tale eventualità.
E, come si diceva dianzi, non si può escludere che l’Italia faccia l’ennesima brutta figura dopo quella della Tav. In altri termini si ha l’impressione che alcuni nostri governanti adottino posizioni un po’ dilettantistiche in politica estera, forse perché si trovano a doverle affrontare per la prima volta nella loto vita senza d’altro canto possedere alcun tipo di preparazione al riguardo.
E’ pure opportuno notare che la posta in gioco è rilevante sul serio. Esiste davvero il pericolo che, accettando gli investimenti cinesi nei nostri porti, si rischi di perdere sovranità? Sono coinvolti Trieste e Genova, il nostro principale scalo marittimo. E quanto è fondato il timore che una massiccia presenza di Huawei nelle reti telematiche comporti seri problemi a livello di intelligence?
Nessuno finora ha fornito risposte esaustive, ma in casi come questi è naturale che gli alleati chiedano coordinamento e prudenza. Una prudenza di cui alcuni ministri non hanno dato prova. Giova allora ripetere che l’imminente viaggio a Roma del presidente cinese può rivelarsi un’arma a doppio taglio. Un’opportunità di rafforzare i rapporti economico-commerciali con il gigante asiatico, ma pure un pericolo se i rapporti diventano troppo stretti sul piano politico.

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