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Filosofia dell’anima – Egidio Verzini

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

egidio

Egidio Verzini, avvocato, sarebbe morto nei primi giorni di dicembre. In Svizzera. Nella clinica “Dignitas”. Così almeno narrano le cronache. Malato in fase terminale, Egidio si sarebbe determinato ad andarsene nel modo in cui sempre più persone, giustamente, scelgono di andarsene in quelle circostanze: decidendo loro il momento, salutando parenti e amici, chiudendo ogni pratica lasciata in sospeso.

Tra le tante “pratiche” che Egidio avrebbe pensato di chiudere prima di partire, ce ne sarebbe stata una molto particolare. Essendo stato l’avvocato di una persona coinvolta in uno scandalo mediatico e in una vicenda processuale molto nota, egli, prima di morire, avrebbe pensato bene di raccontare una verità diversa da quella che era stata sempre divulgata, una verità che cambierebbe completamente le carte in tavola anche in un processo.

Ricordare quale sia stata la “storia” raccontata da Egidio non è importante in questo contesto, anche perché potrebbe sviare da altre considerazioni più “urgenti”. Le riflessioni di filosofia dell’anima che induce a fare codesto fattoide di cronaca, qualora fosse davvero accaduto, sono infatti altre. E le domande che ispira sono simili a queste: perché Egidio ha scelto di comportarsi così? Una vendetta? Oppure, da buon avvocato, nel dubbio su ciò che lo avrebbe atteso sull’altro lato, ha pensato bene di mettere le mani avanti e di scaricarsi la coscienza?

Speculare su quali siano le reali motivazioni che hanno indotto questo professionista a fare quanto ha fatto è comunque pratica inutile per chiunque non lo conoscesse molto bene, non conoscesse i suoi segreti pensieri, la qualità del suo animo. Tuttavia, è indubbio che riflettere sul suo comportamento si può, dato che il valore di tale riflessioni dipenderà dalla loro intrinseca sostanza, così come avviene con ogni situazione oggettiva su cui ci soffermiamo a pensare.

Se escludiamo l’opzione “vendetta”, la quale denuncerebbe un animo tutt’altro che preoccupato con ciò che avrebbe potuto attenderlo al suo arrivo su diverso piano d’esistenza, l’unica altra opzione che resta è che Egidio abbia voluto liberarsi di ciò che riteneva un peso sulla coscienza. Sarà riuscito nell’intento? Non lo sappiamo e non è importante, almeno per noi. Ciò che importa allo spettatore che osserva è la luce obliqua che una simile intenzione getta su dati ambienti luccicanti di paillettes che, molto spesso, dirimono sulle nostre vite, in un modo o nell’altro, soprattutto tramite la loro longa-mano mediatica. Ciò che importa è quel tocco di miseria infinita con cui la sua azione carica e connota tali mondi, una miseria-infinita che spaventa, così come spaventa tutto ciò che è miseria dell’anima.

Che a pensarci bene, forse è stato proprio questo a determinare Egidio nel suo comportamento: l’improvvisa realizzazione della effettiva “miseria” che lo circondava, anche se scaltramente travestita da grande ricchezza. La completa realizzazione che forse il suo cancro non era stato procurato da una debolezza fisica, ma da una malattia dell’anima. Un cancro nell’anima, dunque, quello di Egidio, determinato dalla contingenza, dalle esperienze di vita, da tutto ciò che a lungo andare egli ha dovuto e voluto scrollarsi di dorso con ogni forza e a qualunque costo, pena l’infelicità eterna, che è tutto dire.

Rina Brundu

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