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Filosofia dell’anima – A proposito della lettera di Laura Atkinson ai figli: “Speravo di riuscire a starvi accanto per i prossimi 50 anni”. Ma bisogna imparare a lasciarsi…

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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Laura mentre scrive e poi a destra Laura con i figli, a sinistra Faye, a destra il piccolo Dylan. Screenshot dalla home del dailymail.co.uk

Laura Atkinson vive a Warrington, nel Cheshire, ed è una malata terminale di cancro. Laura ha 37 anni e due figli piccoli. Dopo la malattia, diagnosticata nel 2014, dopo l’operazione per rimuovere il tumore, che non ha sortito grossi risultati, le sono rimaste poche speranze. Oggi la sua speranza più grande è di riuscire a vivere almeno fino al settembre 2019, periodo nel quale potrà accompagnare il figlio minore al suo primo giorno di scuola.

Come usano spesso nei paesi anglosassoni Laura continua comunque a lottare, a curarsi, a ricercare nuove cure, ma anche a prepararsi al peggio. Per esempio Laura ha già scritto il testamento, oppure cerca di trascorrere più tempo possibile con la famiglia, viaggia e scrive, raccoglie ricordi. “Speravo di riuscire a starvi accanto ancora per altri 40 o 50 anni” ha scritto ai figli. Probabilmente Laura non riuscirà a farlo. È un dato di fatto.

Bisogna imparare ad amarsi in questa vita, bisogna imparare a lasciarsi quando è finita, e vivere ogni istante fino all’ultima emozione, così saremo vivi” recita un verso di una splendida canzone cantata da Ornella Vanoni. Ho sempre trovato questo verso straordinario, ma ho pure sempre temuto che dato il contesto mediatico canterino e leggero dove quel lavoro era stato presentato, i più, ascoltandolo, avrebbero pensato ad un altro parto indovinato dell’unica filosofia che in Italia riusciamo a gestire con una data maestria: la filosofia che non sa andare oltre l’usata rima cuore-amore, dove l’amore è di solito un apostrofo rosa tra le parole sono a**apato.

Sarebbe un grosso errore interpretativo, però! Di fatto, questo verso è un raro parto poetico nostrano, dell’Italia letteraria moderna, che ha una qualità estetica e una profondità significazionale, quasi ontologica, sostanziale. In certo modo, è finanche una sorta di trattato-bignami che racconta tutta la sostanza della filosofia dell’anima. Dice tutto, insomma, tutto ciò che vi è da dire. Dice che la nostra vita incarnata dura meno di un istante di un ideale tempo cosmico, dice che le priorità della nostra anima sono altre, diverse da quelle contingenti, dice che in ogni momento abbiamo occasione per fare una differenza, per farlo splendere di più quel nostro spirito.

Soprattutto, quel verso afferma, peraltro con straordinaria dolcezza e pacatezza, che noi non perdiamo mai nulla di ciò che ci appartiene veramente. Il che equivale a dire che Laura non perderà mai i suoi due figli, non se loro sono davvero una qualità della sua anima, non se Faye e Dylan sono spiriti affini, compagni di strada da un’eternità di tempo.

Ne deriva che, anche per questi motivi, bisogna “imparare a lasciarsi” con minore disperazione, perché in fondo si tratta solo di un arrivederci, non di un addio.

Rina Brundu