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Filosofia dell’anima – Gianluca Vialli

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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Sono tempi in cui è raro sfogliare un qualsiasi giornale, online o cartaceo, e soffermarsi su una notizia per più di due secondi. Viviamo tempi in cui ci sembra che abbiamo già visto e sentito tutto, ogni sciocchezza, ogni supposta-verità, ogni falsità politica, ogni intrigo mediatico; sono tempi in cui non crediamo più a niente e non ci frega più di nulla e nessuno.

Forse è anche per questo che, stasera, mi ha colpito un titolo di Dagospia dedicato a Gianluca Vialli. Più di tutto però mi ha colpito una fotografia di questo ex calciatore che andava per la maggiore ai tempi della mia gioventù. In quella foto Gianluca Vialli appariva molto lontano dal suo mito in stile paninaro anni 80. Dal suo mito dei tempi del primo berlusconismo, dei tempi in cui per essere sportivo arrivato non dovevi solamente giocare in una squadra di grido, non dovevi solamente guadagnare tanto, ma occorreva, necessariamente, accompagnarsi con una velina sgallettata che-fa-figo e pure tutto il resto. Peraltro, non vorrei sbagliarmi ma mi pare di ricordare che Vialli, insieme ai Vieri e ad altri giovanottoni simili, fosse uno dei più richiesti dalle suddette signorine e che lui non si tirasse affatto indietro quando c’era da “soffrire” per amor di Patria:  il dovere prima di tutto!

Ma il Vialli che ho visto oggi era proprio diverso: occhi rossi e scavati, volto smagrito, sguardo triste, forse la peggior cosa in un uomo tutto sommato ancora giovane. Tra le righe si è letto che Gianluca Vialli soffrirebbe di un tumore al pancreas, una delle forme tumorali più brutte, di quelle che non lasciano scampo, di quelle che possono portarti all’altro mondo in meno di due anni, mentre uno di quei due anni per Vialli sarebbe pure passato. Nel pezzo si legge anche che Vialli non vorrebbe andarsene senza avere portato le sue figlie all’altare. Glielo auguriamo, e se è nel suo destino potrà farlo, sennò vorrà dire che in fondo non era importante e loro dovranno farcela senza di lui, come hanno fatto, fanno tuttora tantissime altre giovani ragazze senza padre.

Forse la verità è che la storia di Vialli mi colpisce, non in virtù del suo viso smagrito, ma perché si fa ennesimo esempio plastico di ciò che è chiaro e lampante davanti a noi, ma che pure ci rifiutiamo ostinatamente di vedere: cioè che la nostra avventura qui è solo un passaggio. Anche breve, peraltro. Brevissimo, persino quando dura un secolo. Per dirla in gergo calcistico, un gergo che forse Vialli comprenderebbe di più, si tratta di una stagione vissuta con una squadra, una stagione vissuta con un’altra. Che a volte dunque bene fa chi sa guardare a quell’avventura – a quest’avventura che è la nostra vita – con maggiore distacco, ben sapendo che è solo una delle tante… avventure. A volte, insomma, affezionarsi non porta bene.

Augurerei dunque a Vialli di essere forte, alla sua famiglia pure, ma direi anche di non avere paura, neanche se lui non dovesse farcela ad essere presente per portare le figlie all’altare. In un modo o nell’altro ci sarà, troverà il modo. A questo proposito c’è una storia, negli immensi faldoni della grande letteratura parapsicologica inglese (peraltro una letteratura che bisognerebbe imparare a conoscere molto più dei racconti superstiziosi in stile catechismo), che parla di questa anziana donna in procinto di passare ad altro stato dell’Essere. Ella, ogni sera, andava a dormire domandandosi se la morte del suo corpo sarebbe stata la fine di tutto, finché una notte, mentre ancora sveglia, le parve di avere una visione. Le fu mostrata una candela accesa e dietro c’era il vetro di una finestra chiusa. A un certo punto la candela si spense e si fece buio intorno. Poco dopo però la candela tornò ad accendersi, dietro al vetro…

Ho finalmente capito!, disse il giorno dopo la signora alla sua cameriera e pochi giorni dopo se ne andò via felice. Anche Vialli, come tutti noi, dovrebbe semmai prepararsi ad andarsene felice, anche perché, racconta ancora quella letteratura, non c’è gesto che procura dolore che venga dimenticato e non c’è istante che genera felicità negli altri che non si ripercuota su di noi potenziato al massimo. Per sempre.

Rina Brundu

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