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Sulla Cina che ci spia

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

cinadi Michele Marsonet.

In numerosi Paesi occidentali – Italia inclusa – ha destato notevole preoccupazione l’invito di Donald Trump e dell’attuale amministrazione Usa a boicottare i colossi cinesi delle telecomunicazioni Huawei e Zte. Le motivazioni addotte da Washington sono legate al timore che tali aziende, e in particolare la prima, approfittino dell’espansione globale per condurre operazioni di spionaggio e di destabilizzazione nei Paesi che utilizzano in modo massiccio la loro tecnologia.
Il caveat americano si riferisce soprattutto alla costruzione delle reti tecnologiche definite “5 G”, vale a dire le reti di quinta generazione destinate a crescere sempre più perché in grado di garantire prestazioni migliori e più veloci rispetto a quelle di quarta generazione. E si tratta di un problema reale, giacché è noto che proprio sulle reti tecnologiche anzidette si baserà in futuro la capacità di dominare i processi economici (e politici) mondiali.
Occorre tuttavia chiedersi se il comportamento delle aziende cinesi, e dello stesso governo di Pechino che in ultima analisi le controlla, sia davvero così strano. Lo spionaggio economico e militare è vecchio quanto il mondo, e non esiste nazione, grande o piccola che sia, che non lo pratichi più o meno intensamente.
Da tale punto di vista gli stessi Stati Uniti sono tutt’altro che esenti da colpe. Basti citare il caso, ormai piuttosto noto, della rete di ascolto elettronico diffusa in pratica ovunque e conosciuta come “Echelon”. Questo network, gestito dalla National Security Agency, raggruppa (non a caso) i cinque maggiori Paesi anglofoni: Usa, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda. Le numerose basi di cui dispone consentono un monitoraggio costante delle comunicazioni a livello, per l’appunto, globale.
Ma non si tratta solo di questo. Australiani e americani hanno lanciato l’allarme a proposito dei numerosissimi studenti e docenti cinesi che ogni anno si recano all’estero per studiare e fare ricerca in atenei occidentali. Fenomeno del resto molto incoraggiato da Pechino. Si sospetta che parecchi di essi viaggino con intenti spionistici per carpire segreti e brevetti. E si cita al riguardo la crescente espansione della National University of Defense Technology situata a Changsha, nella provincia di Hunan. E’ controllata dalla Commissione Militare Centrale del Partito comunista e dal Ministero cinese della Difesa.
Sin qui nulla di strano, poiché ogni nazione importante ha un’Accademia militare avanzata come la NUDT. Gli osservatori occidentali, tuttavia, hanno notato che proprio in quella sede vanno a fare carriera molti studenti avanzati e ricercatori che tornano nella Repubblica Popolare dopo il soggiorno all’estero. Il problema è capire se questo processo si possa in qualche modo bloccare, come lascerebbero intendere le ultime mosse di Washington. La risposta non può che essere negativa, considerato il grado di avanzamento scientifico e tecnologico conseguito dal colosso asiatico negli ultimi decenni.
Risulta assai difficile, per esempio, boicottare seriamente Huawei, visto che i suoi prodotti sono di alta qualità e costano meno di quelli americani ed europei. Altrettanto difficile è frenare l’afflusso degli studenti cinesi, considerato che le università occidentali, di solito in difficoltà dal punto di vista finanziario, ne hanno bisogno per rimpinguare le loro casse.
Si ha insomma l’impressione che il “Paese di Mezzo” continui a essere sottovalutato in Europa e in America (ma non certo in Asia). E a tale proposito cito un episodio emblematico. Durante un mio soggiorno a Pechino l’addetto scientifico della nostra ambasciata organizzò un incontro con esponenti locali del mondo scientifico e tecnologico. Venne anche il sottosegretario all’Università e Ricerca del governo italiano (non cito il nome per carità di patria).
Ebbene, costui parlò per un’ora esaltando la nostra industria aerospaziale indicandola ai cinesi quale esempio da imitare. Evidentemente ignorava che, ormai, in quel settore la Cina è molto più avanzata di noi. Ne seguirono sorrisetti divertiti da parte cinese e un evidente imbarazzo negli italiani presenti. Forse è vero che i cinesi ci spiano, ed è pure vero che noi spiamo loro. La differenza sta nel fatto lo spionaggio cinese funziona e il nostro no.

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