Advertisements
PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 8. Breaking News

Filosofia dell’anima – Quel libro: perché? E sui “cacciatori” di persone.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

 

rastrellamento-tedesco

Rastrellamento tedesco... proprio come... in sogno...

Per scrivere questo post necessitavo di silenzio, il silenzio che vive dentro di noi, non solo quello che penetra l’ambiente che ci circonda. Adesso mi pare quasi che riuscirò. Il fatto è che da qualche tempo convivo con una domanda che non mi da pace nella risposta che non riesco a trovare. La domanda è: quel libro, perché? No, non è di nuovo il “perché?” tecnico a cui tentavo di rispondere rispetto a Quantum leap, e di cui scrivevo sul sito solo pochi giorni addietro.

Il “perché?” in questione riguarda “Sulla natura del male”: perché ho scritto quel libro? Paradossalmente questa domanda non me la sono fatta mentre lo scrivevo. A quel tempo la “scusante” era che dovevo assolutamente confutare lo statement arendtiano a proposito della supposta “banalità del male”, uno statement che faceva acqua da tutte le parti, sia a livello denotativo (factual) che connnotativo (filosofico). È anche vero che, una volta iniziato il lavoro, non mi ci è voluto troppo per comprendere che per poter “confutare” con cognizione di causa dovevo conoscere molto bene il background storico di riferimento, cioè dovevo fare quel “viaggio all’inferno” che è stato necessario fare, così come è vero che prima non sapevo, non avevo idea che avrei dovuto intraprenderlo…

Ma queste spiegazioni non mi bastano. Cioè non mi bastano più. Non mi bastano perché quello studio mi ha cambiato dentro; di più: quello studio mi manca, così come mi mancano accanto a me gli spiriti di quei milioni di individui che “neppure Dio ha saputo aiutare” e che, in qualche modo, sentivo vicini mentre scrivevo. No, neanche volendo potrei tornare a quegli scritti… o potrei continuare adesso quel lavoro. Per quest’anno ho già dato e comunque non riuscirei a sopportare tale sforzo mentale. Nulla vieta però che io voglia tentare di rispondere alla domanda: perché?

Non è una domanda stupida se consideriamo che io in tutta la prima parte della mia vita non mi sono mai accostata al problema dell’Olocausto. Certo, l’ho studiato, l’ho compreso, immagino che una qualche lezione l’avessi pure tratta, ma non era un argomento tra i miei “preferiti”. Di più, io non ho connessioni di alcun tipo con l’ebraismo, o con persone che, anche in guerra, abbiano sofferto le conseguenze di quella immane catastrofe (ho un prozio che è morto in Russia, ma questo è stato purtroppo il destino di milioni di altri soldati, tantissimi sardi, come lui). Per quanto io possa ricordare, di fatto esistono solo due episodi che in tutta la mia vita mi hanno “toccato” personalmente rispetto a questi argomenti: peraltro uno accaduto nella realtà, uno su piano “onirico”.

Quello accaduto sul piano del reale, e di cui forse ho già scritto sul sito, avvenne quando frequentavo la scuola secondaria. Ci fu un anno in cui nella nostra classe arrivò una ragazza più grande, peraltro brava a scuola, e che a me piaceva, dotata di un notevole senso dell’umorismo, la quale però era antisemita per elezione e convinzione. In realtà a quei tempi io non sapevo neppure cosa volesse dire il termine. Dalle nostre parti, alle pendici della montagna, avevamo tanti mali, sì, ma il razzismo non ci apparteneva. Mio padre che, diversamente da me, ha sempre coltivato un senso dell’amicizia e dell’ospitalità verso gli altri molto molto forte, se mi avesse sentito con espressioni come quelle che usava la mia compagna mi avrebbe dato proprio in quella occasione tutti i calci nel sedere che, da spirito splendido, non mi ha mai dato.

Ripeto, io forse non sapevo neppure cosa volesse dire antisemita, ma quei discorsi non mi piacevano a pelle: erano forse l’unica “feature” di quella ragazza che non mi piaceva. Vivendo dunque un contrasto tra il “liking” che mi ispirava la persona, e il “disliking” che mi procuravano i suoi discorsi, accadeva che io le chiedessi di smetterla, ma senza troppa convinzione, e la si finiva sempre a ridere, come spesso accade con i discorsi adolescenziali. Tuttavia, da quel tempo in poi, il fatto che io non l’avessi rimproverata con maggiore convinzione mi è sempre rimasto dentro, come un peccato di omissione impossibile da scacciare. La faccenda è tanto più rilevante per me proprio perché io la ricordo benissimo: di norma io non ricordo nulla dei miei compagni di scuola o di quelli universitari. Dell’università ricordo solo una cosa: le lezioni, tutte!

Quel sogno che feci alcuni anni fa invece l’ho ben fisso nella memoria, così come la paura terrorizzante che l’accompagnava. Nel sogno era come se stessi rivedendo me stessa, ma non in questa vita, in un’altra cancellata dalla memoria. Ricordo un palazzo spoglio, molto alto, che dava su una strada centrale. Ricordo me stessa come se fossi stata una vecchia signora, ricordo che in una stanza dimessa, insieme a me c’erano delle persone e dei bambini. Ricordo che a un certo punto qualcuno, forse io, disse: “Arrivano i cacciatori!”. Mi affacciai alla finestra e in basso, sulla strada vidi dei soldati con il mitra spianato… quasi si stessero preparando a rastrellare la zona, a controllare ogni luogo, ogni piano, ogni antro di quelle case. Il terrore che si diffuse tra di noi lo avverto ancora sulla pelle: qualcosa di mostruoso. “Nascondetevi!” dissi io, o disse qualcuno, sapevamo che non avremmo potuto neppure respirare!

Questo sogno mi ha incuriosito sempre, sin da quando lo feci! So bene che non si tratta di scena vista in un film, né di racconto che mi è stato fatto. In dato modo era come se, con quelle logiche tipiche dei sogni, io fossi stata trasportata in un altro tempo, in un tempo che a mio avviso non poteva essere che quello del secondo conflitto mondiale, anche perché le divise di quei soldati erano riconoscibilissime! Mi ha sempre colpito, inoltre, l’espressione sentita nel sogno “Cacciatori!”. Di fatto quei soldati erano “cacciatori”, cacciatori di persone, ma io non ho mai letto o sentito questa espressione in nessun altro luogo tranne che in quel mio sogno, e sempre mi è rimasta la curiosità di chiedere a qualche esperto se questo termine sia mai stato usato per esempio nelle comunità ebraiche in fuga. Tuttavia, anche se includo questo momento-onorico nella lunga lista di quei miei sogni che mi hanno dato tanto da pensare (con altri invece ci scrivevo le mie “urla”, dato che un buon 80% di quelle poesie è stato ispirato da sogni), non ne sono mai stata ossessionata fino a sentire… di “dover fare qualcosa”.

Ne deriva che ancora oggi, dopo diversi mesi dalla conclusione di quel saggio, io non ho capito il perché mi sono imbarcata in quel task. A confronto spiegare il “perché-tecnico” in Quantum Leap è stato senz’altro compito più facile. Non l’ho ancora capito quest’altro “perché”, dunque, forse non lo capirò mai pienamente, ma una cosa è certa: quelli che “neppure Dio ha saputo aiutare” mi mancano, mi mancano accanto a me!

Rina Brundu

PS Se chiunque, passando di qua, e leggendo questo post, si ricordasse di avere mai letto l’espressione “cacciatori” (sottinteso di uomini, di persone), da qualsiasi parte,  e relativamente al contesto bellico esposto qui sopra, gli/le sarei grata se potesse contattarmi all’indirizzo di Rosebud. Besos!

Advertisements

Chiudiamo Wikipedia. Non si lucra scaltramente sull’impegno di intelletto!