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PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 8. Breaking News

Filosofia dell’anima – L’esercito silenzioso. Un omaggio.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

 

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Questo è uno di quei post di Rosebud che non sono adatti a un minorenne (che comunque non dovrebbe frequentare il sito), o a una persona mancante di una adeguata formazione e tempra, o a una persona incensante dati credo religiosi, quindi se ritieni di rientrare in queste categorie ti chiedo di non continuare nella lettura. Grazie.

Ieri, dieci settembre, era la giornata che, in principio, avrebbe dovuto ricordare le vittime del suicidio. Circa 4000 persone ogni anno in Italia si tolgono la vita, centinaia di migliaia, milioni, nel mondo. Sono insomma un vero e proprio esercito invisibile di cui peraltro nessuno parla, proprio perché si tratta di un topic considerato taboo. Non ho mai fatto mistero di essere completamente in disaccordo con le teorie cattomoraleggianti rispetto all’argomento suicidio. Certamente mi ritrovo molto di più con le idee di società spiritualmente liberate come quelle dell’antica Grecia, o come quella giapponese, laddove il suicidio era ed è tuttora considerato forse la tipologia di morte più nobile. Di sicuro io penso che la morte del corpo sia un passo così importante nel cammino di un’anima, che debba essere sempre gestito dall’individuo, il quale, negli Stati civili, dovrebbe essere anche messo in condizione di esercitare questo imprescindibile diritto con dignità.

Sperando di non scandalizzare troppo le anime bigotte o le perpetue da oratorio che, non mi stancherò mai di ripeterlo, non dovrebbero frequentare questo sito, arrivo fino a dire che io considererei un fallimento la mia esperienza di vita qualora non fossi io a decidere quando dovrà finire. Anzi, non potrei non rilevare con somma tristezza la codardia del mio spirito. Non c’è nulla di brutto nella morte, c’è tanto di peggio nella cultura superstiziosa che incensa la morte e la fa diventare esperienza gotica terrorizzante. Decidere con coscienza quando porre fine alla nostra esperienza di vita, non significa neppure odiare la vita, tutt’altro. Significa semmai averla vissuta pienamente, magari essere pronti per una nuova avventura. Significa non avere rimpianti, non avere sentimenti beceri nell’anima con cui avvelenarsi l’esistenza. Significa anche tante altre cose che non porterebbe a nulla riportare su un sito online, perché la probabilità che le legga un qualcuno in grado di capire di cosa si sta parlando è molto ridotta.

Sebbene solo un 13% delle persone che ogni anno in Italia si tolgono la vita, siano soggetti con problematiche fisiche o psicologiche, sarebbe scorretto non rilevare che in paesi come il nostro – cattolici per crudele destino, elezione e formazione – anche gli altri sono, a mio avviso, persone “malate”. Cioè, a meno che non si tratti di anziani che vogliono accelerare il processo, in genere il suicidio non è accompagnato da una decisione “cosciente”, quanto piuttosto da una problematica di qualsiasi tipo che logora fino alla morte, appunto. Centinaia, per esempio, furono i suicidi procurati dalla crisi economica, soprattutto nei primi anni della stessa, ma a mio avviso la prima causa scatenante in Italia è la solitudine dell’individuo. Una solitudine così profonda che spaventa, e che si manifesta soprattutto negli individui che hanno maggior compagnia. Si manifesta in quelle coppie che si scannano a vicenda, che si urlano addosso, in quelle famiglie che si sgretolano, incapaci di abbracciarsi o di dirsi “ti voglio bene”, si manifesta nei vicini di casa che si fanno la guerra per anni, si manifesta in situazioni lavorative abominevoli, etc, etc, etc.

Potrei andare avanti all’infinito, ma a quale scopo? Confesso però che, davanti a tanta incoscienza su un argomento così serio, la palma dell’approccio più peculiare alla problematica, mi sento di darla all’Università di Roma la Sapienza, la quale, come si evince dagli screenshot pubblicati in calce, e che ho tratto dal sito dedicato, ha pensato giustamente di dedicare un qualche congresso-importante alla problematica suicidio, alla disciplina suicidologica, trattandola, come?? Invitando una schiera (literally) di professoroni da ogni parte del globo al convegno, trasformando l’occasione quasi in una sorta di meeting patinato. A parte la domanda che mi viene spontanea alla mente: ma in Italia non abbiamo proprio nessun luminare in materia?, è quel qualcosa di “sbagliato” in questo approccio totalizzante a darmi fastidio. Un qualcosa che non riesco a definire al meglio, ma che avverto fortemente. Un poco come se quei tanti dottori, avvocati, imprenditori, figli di nessuno, professori, uomini e donne qualunque, dimenticati dal mondo, e che anche per questo hanno deciso di andarsene dalla nostra Italia senza salutare, siano stati ignorati una volta di più: può essere?

Rina Brundu

 

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