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Filosofia dell’anima – Vincenzo Mameli e Giuseppina Corongiu di Laconi, Alice Signorini di Verona

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

laconi

Vincenzo e Giuseppina, screenshot da unionesarda.it

C’è una estetica didattica in tante storie di vita che mi lascia senza parole. Che mi affascina oltre ogni cosa, oltre qualsiasi catarsi che potrebbe procurare una mirabile trama romanzata. Così datata e così forte è questa mia fascinazione che una volta, davanti a una signora anziana intenta a raccontarmi la sua difficilissima esistenza, fatta di tanto lavoro e di numerose esperienze drammatiche, io non riuscii a contenermi e le dissi: “Lei ha avuto una vita meravigliosa!”. Non contenta glielo ho ripetuto diverse volte quel concetto, al punto che a momenti notavo il suo sguardo su di me necessariamente intento a dubitare, ma non è che la stavo prendendo per i fondelli?!

No, non la stavo prendendo in giro, lo pensavo veramente, perché per altri versi, e a dispetto del dolore che questo status-quo può portare seco, le storie di vita sono proprio come le trame dei libri: più archi narrativi vengono costruiti, più avvenimenti forti raccontano, più incidenti e disavventure le colorano, più acquistano spessore estetico e il loro divenire incanta. Come non restare incantati, per esempio, dalla storia di Vincenzo Mameli, di Laconi, in Sardegna, e della moglie Giuseppina Corongiu? Vincenzo e Giuseppina, 83 anni lui, 75 anni lei, formavano un’altra tenerissima coppia di vecchietti sardi che avevano vissuto insieme la loro esistenza. Mi è facile immaginarli quindi al lavoro nei campi se erano contadini, o dediti a qualsiasi altro mestiere fosse il loro, per buona parte del tempo, per tutta la settimana, ogni giorno dell’anno, d’estate e d’inverno. Poi, nei giorni di festa, si può vederli dediti a preparare il pranzo, magari il pane sardo, l’arrosto, intenti a dipingere di fresco le pareti della loro dimora proprio come facevano i Portolu deleddiani, anche se per ragioni più liete di quelle che spingevano tale famiglia letteraria, magari semplicemente perché attendevano ospiti davvero di riguardo.

Poi, martedì scorso, due giorni fa, Vincenzo ha deciso che ne aveva avuto abbastanza di questo mondo e se n’è andato. Giuseppina è corsa al suo capezzale, o forse non se ne era mai allontanata, e quando lo ha sentito spirare è spirata pure lei con lui… o meglio, ufficialmente le è servita un’altra giornata, altre 24 ore, ma poi è riuscita a liberarsi di ogni impiccio e lo ha seguito. Che dolore terribile deve essere perdere la nostra metà dell’anima! Che destino crudele dev’essere il continuare a deambulare ogni giorno sapendo di non avere meta, di non saper dove andare, sapendo che anche se si arrivasse in capo al mondo sarebbe come stare sempre allo stesso punto di partenza!

Che poi le nostre metà dell’anima non sono necessariamente i soli compagni di vita, in realtà possono essere le anime più disparate, quelle che nella nostra esistenza incarnata possono svolgere ruoli diversi. Nel caso di Alice Signorini, una ragazza di 26 anni del veronese, le sue anime compagne erano i genitori. Il padre però è morto di lunga malattia tre anni fa e la madre non troppo tempo dopo, di cancro. Adesso è morta pure Alice, di dolore. Io però direi che è morta di lontananza, una malattia perniciosissima che prima o poi soffriamo tutti, chi più di meno, anche se con Alice tale patologia si è rivelata letale.

È la vita, accade! Accade a tutti coloro che vivono, è accaduto a Vincenzo, a Giuseppina, ad Alessandra, oggi, domani potrebbe accadere a noi. Ciò non toglie che queste vite siano state e restino a loro modo fantistiche, meravigliose.  A ben guardare, infatti, a leggerle con occhio attento e dalla prospettiva di visione che ne  hanno adesso questi tre mirabili protagonisti, sono state anche storie bellissime, esteticamente valide, indimenticabili. Proprio così, sicuramente indimenticabili nel cuore e nello spirito di tutti coloro che hanno avuto la fortuna di testimoniarle!

Rina Brundu

alice

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