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Filosofia dell’anima – Germania

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

 

germania

Il modello di “Germania” la capitale teorizzata da Hitler, con la cupola che doveva essere sedici volte più grande di quella di San Pietro.

Oggi ho fatto una cosa che faccio di rado: mi sono autocensurata e ho cancellato alcuni dei post pubblicati nel momento di maggiore forza della recente crisi governativo-istituzionale, soprattutto quelli dove non avevo esitato a richiamare le pratiche naziste per fare il paio con dati segnali “preoccupanti” che ci giungevano dalla Germania mediatica e politica. Di norma posso cancellare un post per motivi tecnici, ma mai perché mi sia pentita di averlo pubblicato. Purtroppo per me io sono una che non ha grossi peccati sulla coscienza, una che non si deve vergognare di nulla di ciò che ha fatto. Come ho scritto più volte questo è uno dei motivi di maggiore cruccio della mia anima: a che serve una coscienza se non la si colora con una qualche colpa sostanziale? A che serve vivere se non si ha il coraggio di fare delle cose minimamente indegne? Come ci si  può chiamare spiriti-che-scrivono se il peggio che si riesce a fare e recitare urbi et orbi tutti i miliardi di peccati politici commessi dal renzismo in questi anni? Ne deriva, appunto, che di norma non debbo cancellare nulla…

Però stavolta non ero contenta. Non ero contenta di ciò che mi ero ritrovata “costretta” a fare, perché io amo e ho sempre amato la Germania. Amo la sua letteratura e soprattutto amo la sua filosofia. La Germania, dobbiamo ammetterlo, dopo la Grecia mirabile, è la nazione che ha prodotto più spiriti tecnicamente raziocinanti e capaci. Parlo dunque dei Nietzsche, parlo dei Kant, dei Marx, dei Fichte, degli Shopenhauer… ma sull’altro versante parlo anche di Franz Kafka, ovvero dello spirito-che-scrive per eccellenza, di colui che per come ha inteso la scrittura, per come ha “vissuto” la scrittura, per come ha vissuto la sua vita, rappresenta agli “occhi” di uno spirito come il mio, l’apice della capacità intellettuale.

E poi, io non ho solo studiato il tedesco, la letteratura tedesca, ma sono stata in Germania, come studentessa e per lavoro in molte occasioni. Nel 1995, in una delle prime visite, ci rimasi per due mesi e tra le altre cose visitai la Schwarzald. Ancora mi rivedo mentre con una amica tedesca mi inerpicavo su per una montagna indossando una minigonna: non credo che quegli abeti altissimi avessero mai visto una roba del genere! No, non parlo delle gambe, parlo del coraggio… Il fatto è che a quei tempi anche la mia formalità dell’anima era forte, non capivo insomma perché dovessi rinunciare ai tacchi solo perché andavo a trovare la nonna di Heidi all’Alpe. Che la nonna l’abbiamo trovata pure, viveva in una baita malmessa e piena di gatti: a tutt’oggi mi chiedo perché abbia dovuto fare quell’esperienza, chissà!

Anyways… il mio amore per la Germania in verità non è cambiato neppure quando di recente mi sono dedicata ad una serie di studi sul periodo del nazionalsocialismo, e ho potuto “apprezzare” meglio cosa sia stata la patria di Goethe all’inizio del ventesimo secolo. Non è cambiato neppure quando, dopo tali studi, il nome Germania non mi riportava più in automatico alla nazione della Merkel, quanto piuttosto alla capitale dell’impero germanizzato che Hitler voleva costruire. Sì, sto parlando proprio di quella città la cui costruzione fu affidata dal Führer ad Albert Speer e in sé rappresentò la più grande commessa architettonica di ogni tempo. Sto parlando di quella città a cui Parigi deve la sua attuale esistenza, perché, come sappiamo, dopo la caduta della Francia, Hitler decise di non radere al suolo la capitale sulla Senna solo perché un giorno avrebbe dovuto sfigurare davanti allo splendore della sua grande “Germania”, scoprirsi insignificante.

Eh, sì, nonostante tutto questo il mio amore per la Germania non è mai venuto meno. Anzi, in dato modo mi ha portato proprio di recente una data felicità e contentezza. Ero contenta perché, alla prova dei fatti, mi ero scoperta capace di distinguere tra le colpe dei padri e quelle dei figli, mi ero scoperta capace di apprezzare i tanti tedeschi che il nazismo lo hanno sofferto, anche loro, sulla pelle, mi ero scoperta capace di provare pietà per il destino dei boia…

Alcuni giorni fa però, davanti agli insulti che arrivavano alla mia nazione, non ci ho visto più e ho appunto pubblicato quei post… poi li ho tolti, proprio come dicevo. Stasera, tuttavia, in presenza del nuovo insulto di DER SPIEGEL, beh, ho dovuto nuovamente applicare la legge del taglione, anche perché, ammettiamolo, con quel po’ po’ di crimini sulla coscienza nazionale, offendere un tedesco è esercizio facile, fin troppo facile, mai divertente. Finirà qui però. La Germania che amo io infatti  è quella dei Goethe, dei grandi filosofi, di Kafka… delle verdi vallate, dell’accoglienza e della capacità di raziocinio, non quell’altra dove la vince il lato oscuro dell’anima, che, purtroppo, esiste ancora oggi. Del resto con gli italiani che seguono i tedeschi  su dati percorsi deprecabili abbiamo già dato, meglio voltare pagina!

Rina Brundu

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