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Filosofia dell’anima – Elisa Giacchini

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

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Ci sono storie di vita che non se le fila nessuno, che non fanno notizia né quando il protagonista le vive né quando in calce al racconto delle stesse è stata scritta la parola fine. La storia di Elisa Giacchini, la quarantacinquenne di Meldola (Forlì), disabile dalla nascita e uccisa oggi dall’anziano padre Francesco Giacchini nel garage di casa, sembra proprio una di queste storie. Mi chiedo, per esempio, chi si sia mai interessato ad Elisa durante la sua esistenza, oltre ai suoi cari, naturalmente.

Eppure, a dispetto di ciò che sembrerebbero raccontare i fatti, la storia di Elisa arriva all’osservatore esterno come una grande storia d’amore. Una grande storia d’amore che racconta le fatiche di Francesco Giacchini e della moglie per assistere la loro figlia malata, ma soprattutto il dolore di infiniti anni di sofferenza, i dubbi, le paure mano mano che gli anni passavano, loro diventano vecchi e i costi per prendersi cura di Elisa levitavano. Merita rispetto tutto questo, così come lo merita Francesco Giacchini e il suo gesto disperato.

Non sposo le ragioni dell’indottrinamento cattolico che vuole il dono della vita prezioso a tutti i costi, o in mano a un Dio vendicativo che ci minaccia di inenarrabili punizioni se un giorno dovessimo decidere di nostra propria iniziativa che quel dono non lo vogliamo. Non sposo le ragioni di un tale indottrinamento e non penso neppure che una eventuale origine di tutto ciò che fa il creato, potrebbe essere così malvagia. Anche la vita dovrebbe essere un dono che, quando necessario dovrebbe essere rispedito al mittente, nella certezza che ci sarà comunque un’altra occasione. Aprirsi a ragionamenti più possibilisti rispetto a questi aspetti dell’umano vivere, eviterebbe tanto dolore, proprio come quello che nelle scorse ore ha portato Francesco a liberare per sempre il destino Elisa. In un mondo più giusto, più capace di meditazione, di ragionamento, l’incidente di queste ore non sarebbe successo e forse un giorno Elisa avrebbe potuto fare il suo grande passo in maniera differente. Più dolce. Senza lasciare il genitore nel dolore fisico (dopo il suo gesto disperato nei confronti della figlia, Francesco si è sparato ferendosi in maniera seria e adesso lotta tra la vita e la morte), e vinto dal dolore dell’anima, quello più difficile da sopportare.

Il dolore generato dai gesti d’amore è sempre il più difficile da sopportare; è quello che spacca davvero l’Essere, che lo marchia di ferite difficili da curare. Di buono c’è che non ci sono ferite che non curano: curano tutte quante.  A volte interviene il tempo a curarle, anche se dovesse metterci un’eternità, altre volte aiuta l’improvvisa realizzazione della realtà delle cose. L’improvvisa realizzazione che in realtà non vi è mai nulla di troppo importante, nulla di irreparabile. Anche il male di Elisa per la verità non era un male dello spirito ma semplicemente una mancanza meccanica del corpo o della mente.

Non è dunque difficile immaginare adesso una Elisa bellissima e libera come non è stata mai, ma lo scopo di questo scritto non è ricordare lei, quanto piuttosto la sua meravigliosa e coraggiosa esperienza terrena confortata dall’umiltà, dall’anonimità più assoluta, che è stata indubbiamente un incredibile gesto d’amore nella sua natura, forse finanche nei nostri confronti.

Rina Brundu

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