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CONTROCORRENTE. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 8. Breaking News

Filosofia dell’anima – Sul commerciante italiano che ha apostrofato un cliente con l’ordine “Non far entrare i tuoi figli ebrei nel mio negozio!”. E sul destino ultimo della nostra anima.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

mirroring-2968596_960_720Di norma non presto troppa attenzione alle reiterate operazioni dei  pierini dei giornali, pierini che io guardo alla stregua di veri e propri terroristi mediatici, i quali, urlando “Al lupo, al lupo, pardon… aiuto i fascisti, aiuti i fascisti!”, sovente producono in una caos civile e portano alla ribalta della cronaca nazionale farabutti che sarebbe meglio dimenticare, o accompagnare nelle patrie galere buttando via la chiave. Anche le ripetute speculazioni politiche e mediatiche su personaggi come Anna Frank, o i morti delle Foibe, i Falcone e i Borselllino, etc, mi danno fastidio. Per tanti motivi, ma soprattutto perché sono fermamente convinta che gli italiani, pur con tutti i difetti che hanno, non siano fascisti. A mio avviso non lo erano neppure quando c’era il Duce; lì il problema era semmai uno di avere i coglioni necessari e una coscienza etica diversa, doti che non ti arrivano dal cielo ma che bisogna sviluppare, anche come collettività (fermo restando il tributo e l’omaggio, la memoria che non si dovrebbe fare mai mancare ai tanti singoli che quei coglioni li avevano, e hanno pagato con la vita il loro eroismo).

Poi ci sono fatterelli della cronaca quotidiana più malsana che ti danno da pensare, proprio come è accaduto a me un paio di giorni fa quando ho letto di questo commerciante italiano che sarebbe stato giustamente portato in giudizio perché avrebbe urlato a un cliente: “Non far entrare i tuoi figli ebrei nel mio negozio!”. Ho pensato, sì, ma non sono caduta nella trappola: neppure questa fatto estremamente disdicevole ci condanna come nazione, perché dovrebbe? Far di tutta l’erba un fascio non aiuta nessuno, ma soprattutto permette a dati personaggi, che magari si vogliono persone integerrime, imprenditori modello, padri o madri di famiglia laboriosi ed esemplari, elogiati dai più in mille occasioni, di farla franca rispetto alle loro responsabilità didattiche e civili.

Ne deriva che leggendo una simile notizia, più che interrogarmi su cosa sia l’Italia di oggi (l’Italia è di norma migliore di come la dipingiamo tutti quanti), io mi interrogo sulla natura dell’anima che alberga nel corpo di questo anti-eroe 2.0. Cosa dobbiamo pensarne? Certo, si potrebbe speculare che magari stiamo parlando di un qualcuno che, a dispetto delle apparenze, nella sua vita è stato privato di tutto: di una famiglia attenta, di una scuola in grado di fare una differenza, di un circolo amicale che lo spronasse a prendere altre strade, ma si risolverebbe? Non ne sono convinta.

Io credo fermamente nella responsabilità personale, ma non solo da un punto di vista penale o civile, io ci credo quando quella si fa responsabilità dello spirito. Ma di che sostanza è fatto uno spirito che così si esprime? Rispondere a questa domanda è molto complicato, specie se non si conosce direttamente il corpo che si porta a spasso tale anima. Sappiamo, per esempio, che le condizioni di stress, di qualunque tipo, possono determinare reazioni di ritorsione, di ribellione contro gli altri, contro il mondo, che ci portano a piantare paletti di confine tra il nostro universo-migliore e l’altrui universo degenerato. Accade spesso, si tratta dell’iter preferito da uno spirito frustrato.

Si tratta insomma di una possibilità, ma è pur vero che non importa la rabbia che può albergarmi dentro, io so già che non mi verrebbe mai in mente di produrmi in una sconcezza come quella di cui al titolo. Perché? Perché sono migliore dell’individuo che l’ha prodotta? Non lo penso proprio! Forse, e più semplicemente, perché io non sono stata educata ad un simile modo di concepire la realtà, non fa parte del mio mondo. Sarà che allora ho sbagliato prima? Quindi l’assioma che il background di provenienza può determinare la tua essenza è di fatto inscardinabile?

Uhm… non ne sono convinta neppure qui: i luoghi più immondi hanno sovente partorito spiriti potentissimi e brillanti. E allora? Allora non resta che una possibilità: ovvero che la tara sia nell’anima.

Tutto qui? Per la verità questa è proprio una di quelle domande a cui si può rispondere: sì, è tutto qui, ma è pure il tutto! Di fatto noi possiamo volerci questo è quello, possiamo ammantarci di tratto rispettabile e popolare, possiamo farla franca in tutte le occasioni per mille e mille anni, ma non possiamo sfuggire mai al destino ultimo della nostra anima, se non tentando di indirizzarlo per il meglio. Come a dire che il percorso che dovrà fare l’anima che si produce in tali stupide esternazioni, così come in molte altre simili (perché i migranti non sono diversi dai cittadini italiani di religione ebraica o dai cittadini italiani di altra religione, o dagli atei), è probabilmente molto lungo, proprio come il nostro stesso percorso. Infatti, se siamo tutti quanti insieme, qui, un motivo ci deve essere…

Per Hermann Hesse, noi “Amiamo ciò che ci somiglia, e comprendiamo ciò che il vento ha scritto sulla sabbia”. Secondo me invece, se è vero che noi preferiamo ciò in cui ci riconosciamo, non è altrettanto vero che sappiamo comprendere ciò che il vento scrive sulla sabbia… perché a volte sulla sabbia è scritto il nostro destino e muovendoci come pazzi scriteriati sulla spiaggia siamo i primi a cancellarlo dalla Storia.

Rina Brundu

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