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CONTROCORRENTE. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 8. Breaking News

Riflessioni sul Quarto potere (20) – Il giornalismo italiano e il “commitment” intellettuale a base di “fiorelli”. Dai “casi” Grasso e Battista all’esempio di Eco e Fo.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

mind-767592_960_720Tra le tante sconcezze che ho letto dopo “l’infame” prima serata del festival sanremese con oltre la metà dei televisori italiani apparentemente sintonizzati su Rai1, ce n’è stata anche una attribuita al critico trendy del “Corsera” Pierluigi Battista, il quale avrebbe detto “Per fortuna che Fiorello c’è!”. Come ho scritto più volte non ho mai avuto una grande predilezione per la capacità critica di Battista – credo che a procurarmi questa brutta impressione molto forte sia stata una intervista a Umberto Eco di enne anni fa, laddove il critico più che impegnato in una digressione riflessiva a due, pareva impegnato in una passeggiata elegante e sciccosa come dicono a Napoli -, tuttavia voglio pensare che una simile baggianata sia appunto un tiro mancino che qualcuno gli abbia voluto fare in Rete e che certamente non può venire da lui.

Dato che non frequento più il Corsera, e dato che non voglio andare a visitare quelle pagine, voglio pensare che le lodi sperticate pro Fiorello attribuite al professor Grasso, di cui invece ho avuto sempre grande stima per la capacità di critica-sharp, siano pure “fruttolo” andato a male della follia internettiana. Resta il fatto che anche i peggiori e più scaltri tecnici Rai non possono avere sbagliato troppo e l’altra sera si è sicuramente consumato in Italia l’ennesimo rito televisivo nazional-popolare, obsoleto, costruito, privato di qualsiasi capacità artistica davvero degna di questo nome (parlo, s’intende, di quando l’arte è tale perché è esigenza spirituale indotta dalle necessità dell’anima), che purtroppo ci mette a confronto, in maniera quasi villana, con ciò che siamo attualmente come nazione.

L’appiattimento culturale che si respira è così forte da procurare quasi una sensazione di soffocamento, da ucciderla dentro quell’anima appena citata. Il problema principale è che manca una classe intellettuale davvero tale, knowledgeable, severa, rigorosa. Il problema pregnante è che non si sa più dove guardare, non si sa verso quale lume puntare per trovare una guida davvero valida. Morto quell’Umberto Eco che Battista tentava di intervistare vestito dei suoi abiti più eleganti, andato quel Dario Fo che specialmente negli ultimi anni della sua vita ha combattuto una battaglia importante per indicare una via diversa da quella yuppy e paninara che in quello stesso periodo andava per la maggiore sponsorizzata com’era dal governo Renzi I, scomparsi altri personaggi di rilievo che potevano vantare in una esperienza e saggezza non ci è rimasto proprio niente.

Per tutte, basti citare proprio il caso del “Corriere della Sera”, il giornale per il quale i due signori citati nell’incipit scrivono, il quale si è ormai ridotto ad essere – in questi tempi digitali complessi, tempi che richiederebbero una capacità di cogitazione e un know-how tecnico a tutto tondo molto importante -, una sorta di melassa scritturale bambocciona capace di addormentare l’intelletto, la mente, lo spirito. Capace di uccidere qualsiasi spirito che voglia mettersi in viaggio per ricercare metodologie più strutturate che gli permettano di comprendere in pieno la sua esperienza terrena, vie non infettate da una concezione del mondo ossimoricamente gravata dalla leggerezza con cui affrontava le cose, negli anni 80, la mia Goldrake Generation.

Il problema è dato pure dal fatto che quando si scrive di questi argomenti, anche solo online, si ha come la certezza di vivere un’età in cui chi dovesse leggerli non riuscirebbe neppure a capire di cosa si sta parlando. Anche così muore un Paese, tra i click trendy, nel silenzio e nell’appiattimento intellettuale e culturale, nell’ignoranza imposta dall’alto.

Rina Brundu

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