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Filosofia dell’anima – Di laicità, non di ateismo.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

universe-1044107_960_720Ci sono poche persone nei confronti delle quali nutro la grande ammirazione intellettuale che nutro per il professor Roberto Renzetti. Sicuramente non ce n’è una nel vasto panorama di pseudo-scribacchini di casta e di regime che ogni giorno vediamo in tv a dirimere su argomenti che nove volte su dieci non conoscono, e non ce n’è una in molti altri luoghi. Tale ammirazione non significa che io sia d’accordo con tutto ciò che scrive il professore, anzi!, ma mi voglio persona capace di vedere il meglio negli altri anche quando quel “meglio” in alcune circostanze non lo condivido. Soprattutto mi voglio persona capace di mantenere immutata quella mia “ammirazione” proprio in virtù delle differenze di vedute.

La questione sulla quale le mie posizioni sono molto diverse da quelle del professore riguardano per lo più il “credo” dell’ateismo che Roberto Renzetti professa apertamente e senza nascondersi come è tipico di tutti gli spiriti intellettualmente capaci. Quando parlo di “ateismo” non sto parlando, naturalmente, di un costrutto in opposizione al termine “religiosità”. Infatti, se nel vocabolario italiano il termine “ateismo” significa più o meno: “Dottrina che nega l’esistenza di Dio, escludendone l’azione causale sulla realtà.”, nel mio vocabolario privato quel termine significherebbe al più: “Dottrina che nega l’esistenza di realtà-altre, oltre quella che riconosciamo tale nel mondo materiale e prettamente fisico”.

Ne deriva che se questa è l’interpretazione che do al termine, io non potrei MAI essere una persona atea. Per la verità c’è anche una illogicità nella significazione tradizionale del termine ateismo che a mio avviso stride con la necessità di pensare logico che ogni “ateo” almeno a parole predilige. L’illogicità consiste nel fatto che se si applica un corretto metodo scientifico, paradossalmente non può esistere una valida “dottrina che nega Dio”. Detto altrimenti non può esistere né una valida dottrina che lo nega né una valida dottrina che lo afferma. Il metodo scientifico infatti prevede la “prova” e la “riproducibilità” di un esperimento, ma le due situazioni appena accennate non sono “provabili” ne possono essere classificate sotto la categoria degli esperimenti riproducibili.

Questo è dunque un primo motivo per cui non si può essere atei, o almeno non lo si può essere se si utlizza la logica come strumento che guida il nostro percorso cogitativo. Vero è invece che questo “Dio”, questa immagine di una deità potentissima è senz’altro mutuata dalle logiche che accompagnano il servigio (di tipo feudale) a deità molto più terrene, e francamente quando si guarda soprattutto al cosiddetto dio biblico si fa davvero fatica a respingere la teoria del cargo-cult di Von Daniken. D’altro canto quando si smette di incensare questi datati miti e ci si prende la briga di sollevare anche solo per un momento lo sguardo al cielo, di riflettere un poco, di interessarsi un pochino di astronomia, i dubbi che dietro ci sia un grande progetto cosmico ti prendono. E ti prendono non tanto a causa dell’universo così com’è dato che la M-Theory di Witten spiega in modo convincente la questione del multiverso… il fatto è che poi quella teoria si ferma lì. Si ferma lì non perché Witten non possa cogitare oltre, ma semplicemente perché oltre quello step non solo non ci è dato “vedere” ma neppure di razionalizzare troppo in barba ad ogni possibilità aperte dal principio antropico a noi esseri senzienti. Ne deriva che al più ci possiamo fare delle domande che peraltro sono molto interessanti anche se fa un po’ tristo sprecarle in un simile post… Cutting a long story short…  la mia personalissima idea di quel Dio è che lo stesso sia per lo più una sorta di “sorgente delle cose” che è sempre esistita, in una dimensione senza tempo come quelle raccontate dall’equazione Wheeler-DeWitt. Penso inoltre che una tale energia viva di logiche forse complesse, forse semplici che però dobbiamo ancora comprendere e che forse non comprenderemo mai.

Un terzo motivo per cui non possiamo dirci atei e perché nel nostro quotidiano, di notte come di giorno, noi siamo portati a sperimentare molte situazioni che non sono immediatamente riconducibili a esperienze completamente razionali. La prima tematica riguarda senz’altro il mistero del sonno e dei sogni. Ho scritto più volte che non amo le pseudo-scienze alla Freud e Jung e non le amo per tanti motivi, incluso il fatto che avendo una vita onirica molto forte mi rendo conto che quella “finestra” che si apre ogni notte non sia solo un luogo di “riconsiderazione” notturna delle esperienze e delle emozioni diurne, del quotidiano, ma che sia anche una sorta di porta che guarda verso un altrove che, evidentemente, ancora oggi ci sfugge, di cui non conosciamo la natura se non a livello speculativo.

Ecco, questi sono tre motivi (ma ce ne sarebbero molti altri, meno epidermici e più complessi), per cui, almeno secondo me, non possiamo davvero dirci “atei”: ma adesso chi glielo dice al prof Renzetti? E l’avrò convinto?

Rina Brundu

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