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Rosebud, Dublin, Ireland – Year 7º. Breaking News

Filosofia dell’anima – Della censura. Su un Rosebud meraviglioso e sui prigionieri siriani.

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER


Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

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No, niente appello! Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. (…) Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stata data ingiustamente.

Giovannino Guareschi (lo disse dopo la sentenza di condanna ricevuta per l’accusa di diffamazione mossagli da Alcide De Gasperi)

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Diario dai giorni del golpe bianco (paperback) di Rina Brundu .

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PERLE DI ROSEBUD – IL TEOREMA RENZI-TAVECCHIO-VENTURA

Resistere, resistere, amico mio, con un popolo di pecore la vittoria del lupo non potrà che essere questione di tempo.

(Clicca qui per leggere tutto l’articolo)

Rina Brundu

Statue-of-Liberty-the-symbol-of-freedom-New-York-us“Everybody was censored in Ireland” ha infine sbottato il mio interlocutore, mentre gli parlavo della pruriginosa censura subita da Edna O’Brien per “The Country Girls”, e mentre in testa mi passava lo stesso pensiero che lui mi stava estrinsecando a voce alta. Anzi, poi mi è venuto da ridere pensando al Joyce che lasciò Dublino e a tutti gli altri: che ragione avevo di lamentarmi io? Nessuna, naturalmente; certo, una cosa è la censura gratuita che sul petto di qualsiasi persona che scrive e si esprime attraverso la scrittura, la poesia, il canto, diventa medaglia da portare con orgoglio, altra cosa è l’offesa gratuita che a mio avviso deve essere trattata a termini di legge.

Sulle offese non ho più pazienza: basta con lo stalking! Bisogna denunciare, sempre, andare dai carabinieri, portare i dati e confrontarsi ricordandoci sempre che gli attacchi non vengono mai da Marte, vengono sempre da qualcuno che conosci. Spesso e volentieri da qualcuno che hai trattato bene, molto bene, quindi hai anche il diritto di sapere. La censura di Stato è altra cosa. Nell’Irlanda bigotta che è stata fino a poco tempo fa, la censura era la scure imprescindibile che colpiva ogni autore davvero valido perché naturalmente non si censura mai un autore che non ha nulla da dire, o che intesse canti laudatori del sole o della luna. Oggi, l’Irlanda è una nazione diversa, soprattutto è una terra dove si respira libertà. L’Irlanda è la mia terra dell’anima, lo è sempre stata, lo sarà sempre.

Il caso italiano è altra cosa. Paradossalmente, l’Italia in cui sono nata e sono stata adolescente io era una terra moderatamente libera, dove ci si poteva esprimere (o almeno così pensavamo) e si aveva voglia di fare. Che ricordi, non ho mai dovuto rinunciare a nulla, soprattutto avevo avuto un background familiare straordinario che mi permetteva di esprimermi senza condizionamenti. L’Italia di oggi è un altro paese. Lo dico con tutta onestà: io questo non l’avevo mai capito. Cioè non avevo mai fatto una riflessione sensata sullo status-quo. Ritenevo che le classifiche di freedomhouse.org fossero farlocche, fosse pilotate, finché… finché non ho toccato con mano. L’analisi che ho fatto dell’avventura governativa renzista è stata in questo senso molto rivelante, perché basta studiare quell’avventura politca, fatto per fatto, per capire perché ci relegano in quelle posizioni, perché sono determinati a tenerci lì. Loro sono seri.

Potrei fare mille esempi, ma basti dire che quando il golpe interno renzista (quello che io ho chiamato golpe bianco, senza peraltro sapere che golpe bianco fu chiamato anche quell’altro tentativo di golpe armato degli anni 70, mi pare), fu denunciato dal bravissimo Nick Squires sul The Telegraph, nessuno in Italia riprese una virgola. Naturalmente i marpioni, anche sui grandi giornali, avevano capito (spero bene, altrimenti saremmo messi davvero male), ma hanno tenuto le labbra sigillate sputtanando di fatto la reale sostanza intellettuale che li fa esistere. Come a dire che le Fallaci sono rare e adesso sappiamo anche perché. Ma non è di questo che volevo parlare ora…

Piuttosto mi premeva scrivere qualcosa a proposito di questo luogo virtuale a suo modo meraviglioso…. Dove, nel nostro piccolo, senza avere tempo da dedicare, siamo riusciti a scrivere una qualche verità… factually accurate… come direbbe la narratrice di “A Letter To Jimmy Wales”, sul nostro tempo, come non è riuscita a scriverla nessun giornale italiano. Senza considerare che Rosebud pare ormai granitico, a mio avviso continuerebbe a esistere, a fiorire, anche se non ci fossi io. So che è diventato un sito che dà fastidio e per questo lo proteggeremo con tutte le forze, con tutto ciò che sarà necessario, scalando montagne se occorrerà farlo. Noi italiani di ora abbiamo il dovere, ognuno come può, di raccontare un’altra visione dei fatti ai posteri, una visione non editata, non patinata, non riscritta in stile “1984”. E lo faremo. Lo farò per quanto potrò, e per quanto potrò cercherò di conservare nei luoghi adatti tutto ciò che sarà possibile, tenterò di conservare la memoria di ciò che siamo stati.

Ieri però ho letto un breve articoletto (immagino su “Il Fatto”, perché è l’unico giornale italiano che leggo),delle peggiori torture inflitte ai prigionieri siriani. Di quando questi uomini venivano chiusi a grandi gruppi in celle molto piccole, dove non potevano muoversi, dove non riuscivano a respirare, dove facevano i turni per sedersi e litigavano per lo spazio che non c’era. Alcuni di loro, incapaci di sopportare tante strazio, si spaccavano la testa contro le sbarre della cella e in qualche fortunata occasione riuscivano nell’intento, a testimoniarlo era il rumore tipico che fanno le ossa quando si fratturano.

Ecco, quando leggi tutto questo, ti viene addosso un senso d’orrore conradiano, munchiano, capisci che in realtà siamo come dei don Chisciotte che lottano contro mostri troppo grandi. E a quel punto anche le censure di Stato, di governo, o anche l’espressione della mera frustrazione che alberga sempre in ogni spirito immaturo, appare ben poca cosa. Ecco però che allora, a dispetto di tutto, ti torna in mente pure l’esempio mirabile dell’immenso Diogene che, peraltro di censura ne sapeva qualcosa pure lui, e ti viene il sospetto che non importano le torture noi possiamo comunque scegliere sempre. Possiamo scegliere dove stare e per chi parlare. Possiamo scegliere di dire: not in my name! Possiamo scegliere di non portare alcuna catena ideale, di spezzarla, perché a ben guardare neppure la nostra vita conta alcunché davanti alla necessità di onestà e libertà dello spirito. Almeno per me è così, è sempre stato così, e non potrebbe mai essere in nessun altro modo!

Rina Brundu

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