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Rosebud, Dublin, Ireland – Year 7º. Breaking News

Filosofia dell’anima – Il mio testamento biologico

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

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No, niente appello! Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. (…) Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stata data ingiustamente.

Giovannino Guareschi (lo disse dopo la sentenza di condanna ricevuta per l’accusa di diffamazione mossagli da Alcide De Gasperi)

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Diario dai giorni del golpe bianco (paperback) di Rina Brundu .

Per l’E-Book clicca qui.

Rina Brundu

 

FILOSOFIA DELL'ANIMA

Attenzione: L’articolo che segue per i contenuti e per i temi trattati non è adatto a tutti; non ne consiglio la lettura né ai minori (che comunque non dovrebbero frequentare Rosebud), né a persone prone a incensare una cultura di tipo scolastico o religioso, comunque mancanti della fibra che è necessaria per affrontare questi argomenti con serenità. In realtà questo post era stato scritto per essere pubblicato nel mese di agosto, periodo in cui le attività del sito diminuiscono e in genere tanti navigatori sono al mare a mostrar le chiappe chiare, ma ritengo che siamo ancora in tempo per pubblicarlo in questi giorni di fine estate. A convincermi a pubblicare è stata anche la lettura di questo articolo odierno su Il Fatto QuotidianoDepresso va a morire in clinica in Svizzera, procura di Como apre inchiesta per istigazione al suicidio”. Inutile dire cosa penso, a meno che non ci siano dietro questioni poco chiare, la legge dovrebbe stare lontana da decisioni così importanti nella vita degli individui, sempre! Ma si sa… in Italia il rispetto delle necessità dello spirito viene secondo dopo le pratiche superstiziose e serviranno centinaia di anni per cambiare, anche solo quel tanto che basta.

27 febbraio 2017

DJ Fabo, sei mesi fa

Dello scrivere post come questi, mi rompe solo una cosa, ovvero il fatto che vengano letti anche da amebe senza alcuna funzione cerebrale, che non considero degne neppure di sfogliare queste pagine. Ne ho incontrato parecchi di questi microrganismi unineuronali in vita mia, in contesti diversi, ed è mio preciso obiettivo scriverne un giorno, ma sicuramente non li vorrei tra i lettori dei miei post, men che meno di pezzi come questo. Fortunatamente però ho sviluppato nel tempo una specie di giubbotto protettivo e riesco a muovermi e a esprimermi come se questi veri e propri parti degenerati del sentire umano non esistano; riesco a fare anche molto di più in realtà, ma tenterò di contenermi.

Sei mesi fa e morto DJ Fabo in una clinica Svizzera. Non mi interessa neppure commentare sulle stupide sceneggiate italiche che seguirono quel suicidio assistito in quella civilissima nazione: sono le stesse sceneggiate che vediamo quando ci sono terremoti nel nostro Paese, quando ci sono alluvioni, quando veniamo colpiti da una qualsiasi sventura. Sono sceneggiate e restano sceneggiate, non portano a nulla, non producono alcun risultato se non quello di farci ridere dietro dagli altri, naturalmente. Del resto come potrebbe essere altrimenti in una nazione che ha fatto della furbizia conclamata, in ogni campo, la sua prima arma contundente? Che vive di superstizione in tutte le salse, laddove dai cornetti rossi ai miracoli di Santo Tizio ai miracoli di Santo Caio non ci facciamo mancare proprio nulla? Non ci facciamo mancare proprio nulla tranne l’indispensabile civile, s’intende.

Non penso che i miei giorni finiranno in Italia, perché l’Italia per me è stata solo una nazione di passaggio, mentre la mia casa dell’anima è sempre stata questa piccola Irlanda che mi ha davvero dato tutto, in molti modi, soprattutto ha fatto da sfondo funzionale all’estrema libertà dell’essere che il mio spirito pretende. E nel mio caso lo ha fatto con una grande dolcezza. Vero è però che noi non sappiamo in genere quando sarà che faremo il necessario salto da uno stato dell’Essere all’altro. Si tratta di un principio di indeterminazione sui generis che agisce sulla nostre vite come una spada di Damocle costantemente presente, anche quando meno ce ne rendiamo conto. Su questi aspetti del discorso si potrebbe divagare a lungo, anche perché sono quei punti della cogitazione migliore che davvero regalano molto know-how a chi sa perseguirli e gestirli, ma non è questo di cui mi preme parlare in questo momento.

In questo momento mi preme dire che se a me dovesse accadere un qualsiasi incidente, o mi prendesse una qualsiasi malattia, non importa quando, non importa dove, un incidente o una malattia che mi impedissero di essere completamente indipendente, io vorrei che non ci fosse mai alcun “accanimento terapeutico”, neppure leggero su di me, ma che fosse subito staccata la spina da qualsiasi apparecchiatura mi stesse tenendo in vita. Di più, desidererei che qualsiasi parte di me, laddove utile, venisse utilizzata per dare assistenza valida a qualsiasi altra persona ne avesse bisogno per vivere la sua vita, anche si trattasse di una delle amebe descritte nell’incipit. Questo dovrebbe essere fatto senza tentennamenti, senza dubbi di sorta, senza paturnie, perché sicuramente la mia più intima essenza non sarebbe già lì comunque. In ultimo non desidererei mai un funerale, certamente maledirei con tutte le mie forze chiunque portasse le mie spoglie ad essere benedette con ridicole acque benedette o appestate con preghiere a dei e santi insultanti il mio miglior sentire, il mio ben dell’intelletto, la mia intelligenza tout court. Di converso il mio corpo dovrebbe essere cremato così come si usa nelle società più civili e delle ceneri dovrebbe essere disposto seguendo il dettame che naturalmente avrei già dato a chi è maggiormente interessato. Aggiungo anche che per quanto mi riguarda non è strettamente necessario essere gravemente malati per andarcene: noi in realtà dovremmo essere in grado di farlo, tutti quanti, quando riteniamo che sia arrivato il momento più adatto per fare questo imprescindibile passo, e dobbiamo poter essere sempre messi in una posizione di poterlo fare con dignità. Con riservatezza. Con quella privacy che si addice ai momenti più importanti. La vita non è un dono di un dio misericordioso costruito con gli stracci intrecciati dalle nostre più ataviche fobie, ma è un nostro diritto imprescindibile ed esclusivo di cui disporre come meglio riteniamo. Qualsiasi intervento esterno in questo processo non è solamente una intollerabile sopraffazione dei diritti imprescindibili dell’individuo, ma una vera offesa e un’onta a tutto ciò che è davvero sacro in noi: la nostra essenza, il nostro spirito libero.

In ultimo sono una persona che ritiene fermamente che la vera vita inizi proprio in quel momento che noi chiamiamo “morte”. Non sono certamente la prima a considerare la nostra vita incarnata alla stregua di una scuola che si frequenta per migliorarci, ma sono sicuramente una che in questo discorso ci crede veramente, parendomi lo stesso l’unico che abbia un senso per spiegare se non tutto un’ottima percentuale del nostro esistere così come si estrinseca.

Perché ho deciso di rendere pubbliche queste mie volontà? Per rendere omaggio al coraggio che ebbe DJ Fabo sei mesi fa e per dare una mano nel mio piccolo a fare in modo che non troppe persone, anche quando purtroppo nate in Italia, terra del peggior marciume intellettuale e catto-decadente di cui si sappia, debbano soffrire inutilmente quando il loro momento verrà. Soprattutto vorrei che possano andarsene a casa loro se lo desiderano, circondati dai loro cari se lo desiderano, o confrontandosi solamente con la solitudine che vince l’essere in tutti i suoi momenti più grandi, se questo fosse il loro desiderio. Non c’è nulla di terribile nella morte, se non la nostra abissale ignoranza che ci fa temere un processo quanto mai naturale, e l’infame superstizione che lo fa vivere in catene.

Rina Brundu

 

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