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Filosofia dell’anima – Hannah Arendt e la “banalità” del male. Ma il male è “strumentale” non banale (2).

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

I NOSTRI AFORISMI – OUR QUOTES

 

La “volontà di potenza” renzista più che una degna pulsione infinita verso il rinnovamento, pare una sub-categoria delle filosofie motivazionali new-age in virtù delle quali se “thoughts become things” (i pensieri diventano cose) perché le parole non possono diventare fatti? Detto altrimenti, sembrerebbe che sia perfetta convinzione della corte renzista e di Matteo Renzi in particolare, che basti affermare l’essenza della realtà (pardon, di una data realtà, quella di cui sono convinti e di cui intendono convincere il popolo italiano) per definire quest’ultima. Da qui a venirne fuori con le anelanti e usate dichiarazioni che hanno costellato questi ultimi 30 mesi di laissez-faire politico, economico, amministrativo, il passo è breve: “Il Jobs Act è stato un successo”, “L’Expo è stato un successo”, “La Riforma costituzionale cambierà l’Italia”, “L’Italia è ripartita”… e in ultimo proprio l’odierno “Abbiamo dimostrato di non essere il problema”.

(Dal “Diario dai giorni del golpe bianco” di Rina Brundu, prossimamente).

Rina Brundu

femore(continua dalla prima parte). Ho chiuso il discorso in precedenza scrivendo che l’ignoranza del male che si fa non ci eviterà il momento del redde-rationem qualora questo sia contemplato nel grande schema del cose (io voglio pensare che lo sia). Ma a ben pensarci questa è stata una chiusura molto debole, almeno tanto debole quanto il concetto stesso di “banalità del male”. Peggio, forse è una conclusione pericolosa, finanche spregiativa del nostro status di esseri intelligenti.

Molto più probabile è invece che l’uomo, in quanto spirito intelligente, come direbbe Rol, abbia in sé cognizione di una ideale distinzione manichea nella qualità etica dei suoi comportamenti. Non voglio scrivere che abbia cognizione dell’esistenza del “bene” e del “male”, soprattutto perché in contesti culturalmente cattolici, una simile considerazione acquista subito una connotazione moraleggiante che preferirei evitare. Invece reitero il concetto precedente estendendolo: non sarebbe azzardato scrivere infatti che anche gli animali, per istinto (dunque con modalità differente dalla nostra) colgano questa specificità nelle segrete dinamiche dell’universo che li circonda.

Ci sono molte conseguenze che derivano dall’azzardare simili ragionamenti. La prima, quella più mediaticamente efficace è, a mio avviso, che i denigratori della Harendt (chissà, forse ebrei tradizionalisti o più probabilmente ebrei che avevano vissuto sulla loro pelle le nefandezze naziste), avessero ragione. Ne deriva, ribadendo quanto già scritto, che anche le considerazioni della reporter del The New Yorker erano pericolose. Lo erano su livelli multipli: nell’offrire una scusante su piano pratico e uno scapegoat su livello spirituale. Detto altrimenti la Harendt stava finanche negando l’esistenza stessa di uno spirito dotato di qualità intelligente in quei nazisti azionatori di un male estremo (un discorso anche paradossale per certi versi dato che costoro ad essere considerati esseri intellettualmente superiori, ci tenevano, eccome!). Insomma, simili discorsi non si possono accettare con leggerezza. Non si possono far passare senza contraddittorio, non importa chi sia a farli: neppure quando a farli è una celebrata giornalista-filosofa!

Ho scritto dunque di una qualità etica negativa insita in noi (pedina che è parte integrante dell’universo di riferimento che la ospita e la fa esistere, dimensione già portatrice delle caratteristiche fisiche modellanti pure già discusse): bisogna stare attenti però. Intanto nel sostenere questo non sto appunto contraddicendo il precedente azzardo che il “male” sia un elemento strumentale, sto solo ribadendo che di questa instrumentalità vi è coscienza nell’essere intelligente e nell’essere istintivo. Il resto è cosequentia-rerum. E non è una quisquilia. Non è una pinzillacherà. In realtà tale conseguenza delle cose fa equazione con l’affermare che i tedeschi avevano compreso molto bene, su diversi livelli, il male che andavano azionando. Di più: lo hanno esteriorizzato, idealizzato, celebrato, fino a spegnere completamente il segnale d’allerta inviato dalla loro coscienza, dentro. Inside. Il fatto che i tedeschi abbiano volutamente scelto di ignorare quell’input interno che in dato modo li avvertiva di una incombente fase di prevalenza della qualità etica negativa insita in loro, in noi, è a mio avviso un tema su cui, se proprio la Harendt voleva tentare di ragionare politically-correct, avrebbe dovuto soffermarsi. Che avrebbe dovuto considerare con più attenzione.

Ma non basta. Forse questa giornalista avrebbe dovuto anche chiedersi con maggiore insistenza (onde procurare risultanze cogitative diverse): perché l’hanno fatto? Per una irrefrenabile esaltazione dell’ego in presenza di situazioni socio-culturali, finanche storiche, favorevoli? Per vincere la paura che pure alberga sempre nell’Essere? Per difendersi? O semplicemente perché potevano (ecco di nuovo dunque la strumentalità del male determinata dalla circostanza meramente “fisica”)…

Penso inoltre che quest’ultima sia una possibilità che la Harendt avrebbe dovuto avere il coraggio di guardare in faccia in maniera più importante, invece che con distacco-patinato.

Io, per esempio, leggendo l’odierna notizia di questo medico che avrebbe spezzato il femore di una anziana donna solo per tenersi allenato, non riesco a non pensare che forse lo ha fatto semplicemente perché… poteva. Quando mai quell’essere anziano avrebbe potuto ribellarsi a questo sopruso? Naturalmente, quasi usando la stessa incoscienza sui-generis della Harendt, tento di illudermi che questo signore (si fa per dire) lo abbia fatto perché era pazzo. Perché era affetto da una forma di pazzia senza controllo, perché è stato mosso da mood irrazionale, quasi alieno, ma da spirito intelligente non posso non pensare che così facendo io stia semplicemente prendendo per il culo me stessa.

Di contro, quando “realizzo” in pieno la portata del discorso, la portata delle sue implicazioni, non posso non pensare a Edward Munch o a Joseph Conrad che forse hanno fatto questa stessa tipologia di percorso cogitazionale quando l’uno ha idealmente lanciato il suo famosissimo urlo e l’altro guardava nel cuore di tenebra e a sua volta gridava: “L’orrore!”.

Proprio così: “l’orrore”! Non so perché ma a me pare anche che questi signori (che filosofi non lo erano) avessero compreso, vuoi via-spirito intelligente vuoi per istinto, tutto ciò che c’era da capire a questo proposito molto prima e molto meglio di Hannah Arendt….

To be continued…

PS Mi scuso ma non ho tempo di raffinare la forma… io scrivo di pancia per ora… poi si vedrà.

 

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