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L’arte di Benedict Cumberbatch tra Shakespeare e Khan

khan1Da amante del cinema sci-fi e degli effetti speciali cutting-edge, mi è facile fare una previsione: il meglio deve ancora venire. È indubbio insomma che date produzioni cinematografiche sci-fi potranno dare il meglio di sè, solo quando ci sarà una tecnologia evoluta abbastanza da andare di pari passo con l’immaginazione senza freni delle nuove generazioni di script-writers hollywoodiani che più il tempo passa più somigliano a dei veri e propri fenomeni.

Naturalmente questa facile previsione si può applicare anche al futuro destino della fortunatissima serie Star Trek, la quale anche in versione anni-2000 registra già un cambio di passo straordinario. A dirla tutta, il nuovo cast che sta facendo rivivere i migliori giorni della famosissima flotta spaziale comandata dal Capitano Kirk e che, a bordo dell’astronave Enterprise, osa andare dove nessun uomo è mai stato prima, a mio avviso è finanche migliore di quello originale. Basti dire che i produttori sono persino riusciti a trovare un sostituto attorale valido e credibile per un character che sembrava intoccabile, vale a dire lo Spock interpretato dal mitico Leonard Nemoy: scagli infatti la prima pietra chi pensa che Zachary Quinto non sia stata la miglior scelta?

Vero è però che tutti questi nuovi episodi sono anche contenutisticamente più in linea con gli appettiti del viewer average post-rivoluzione digitale. Il mio episodio favorito è senz’altro Star Trek – Into Darkness (2013) diretto da JJ Abrams che, tra le altre features, ha come very very special guest nientepocodimenoche il character KHAN, ai suoi esordi, interpretato dal bravissimo e affascinante Benedict Cumberbatch, attuale protagonista della fortunata serie televisiva inglese “Sherlock”.

Che dire di KHAN che i suoi fan non sappiano già? Probabilmente nulla, dato che è il protagonista di alcuni dei momenti davvero memorabili della saga spaziale partorita dal genio straordinario di Gene Roddenberry. Ma oggi, rivedendo questo episodio del 2013, e rivedendo questo personaggio magistralmente reinterpretato da Cumberbatch (nel 1967 fu interpretato da Ricardo Montalbán) non sono riuscita a non pensare ai “villain” shakesperiani, clever e ruthless, che sono alle radici di questa categoria di anti-eroi fictional, vera e propria personificazione e antropomorfizzazione del fascino del male, faccio riferimento quindi ai vari Iago fino alle somme vette raggiunte da creazioni come l’immortale Riccardo III.

A ben guardare, insomma, anche i geniali script-writers moderni non ci raccontano nulla che Shakespeare non ci abbia già raccontato, ma ripetere le stesse cose a suon di immagini digitalizzate sembrerebbe comunque aiutare a far arrivare lo stesso “pregnante” messaggio anche alle moderne generazioni più smaliziate; un benefit, questo, da non scartare con troppa leggerezza, almeno secondo me. Ma non solo. In dato modo infatti questi miglioramenti tecnologici affinano la curiosità, dunque l’intelligenza sharp che serve di questi tempi e, almeno dal punto di vista dell’intrattenimento, invitano a guardare al futuro con speranza: mi ripeto, il meglio deve ancora venire.

Rina Brundu

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