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Sul “Lianghui” e la Cina che cambia

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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Frammento di mappa italiana della Cina (1682)

di Michele Marsonet. Si sono appena conclusi, a Pechino, i lavori della dodicesima Assemblea Nazionale del Popolo. Quest’ultima, assieme alla Conferenza Politica Consultiva del Popolo che si è riunita nei giorni immediatamente precedenti, forma il “Lianghui”, termine cinese il cui significato è “doppia sessione”.


Nonostante i nomi altisonanti, i due organismi in realtà riflettono il completo dominio politico che il Partito comunista esercita sulla società del grande Paese asiatico. Dominio che non è mai venuto meno, neanche dopo le riforme economiche introdotte da Deng Xiaoping a partire dai tardi anni ’70 del secolo scorso, e miranti a contemperare l’economia pianificata con prudenti aperture al mercato e all’iniziativa privata.

Da allora la Cina è cambiata moltissimo, divenendo nel corso di alcuni decenni una potenza mondiale a tutti i livelli, in particolare in economia, nella politica internazionale e sul piano militare.

Tuttavia Deng e i suoi seguaci rifiutarono decisamente di seguire la strada di Gorbaciov. A loro avviso l’ultimo segretario del PCUS commise un errore fondamentale attenuando in più modi il controllo del partito comunista sulla società. Intrapresero quindi un sentiero diverso lasciando sì spazio all’arricchimento privato ma, al contempo, chiarendo senza ombra di dubbio che soltanto al partito spettava la direzione esclusiva del Paese.

Ne è derivato lo strano “socialismo di mercato” tuttora al potere nella RPC. E, dicendo potere si intende un potere assoluto, giustificato dai testi classici del marxismo-leninismo con alcune innovazioni derivanti dal pensiero di Mao Zedong.

L’Assemblea e la Conferenza citate all’inizio rappresentano al meglio la declinazione concreta di tale potere. La Conferenza è ufficialmente “consultiva”, ma tale è anche la più importante Assemblea Nazionale, formata da 3000 membri. Entrambe salvano per così dire la democrazia dal punto di vista formale poiché i rappresentanti sono eletti, fermo restando che l’elezione è strettamente controllata da un partito unico al quale nulla sfugge. Non mancano – come accadeva nell’URSS e nei suoi Paesi satelliti – formazioni politiche dal nome diverso; le quali, però, seguono fedelmente la linea dettata a Pechino dal Politburo.

Ciò nonostante gli osservatori internazionali seguono sempre con molta attenzione i lavori dei due organismi poiché, da un’attenta lettura di discussioni e documenti, è spesso possibile cogliere sia degli indizi di disaccordo sia l’emergere di nuove tendenze politiche.

Dopo i segnali di crisi manifestati dall’economia, la leadership ha per esempio ridotto il budget della difesa che quest’anno crescerà “soltanto” del 7,6% a fronte del 10,1% dell’anno passato. Si tratta comunque di cifre enormi, ma i militari non hanno mancato di far trapelare una certa preoccupazione tradottasi in brontolii di vario tipo. Come può la Cina rafforzare il suo ruolo di potenza globale se gli stanziamenti per esercito, marina e aviazione vengono tagliati? La risposta del partito è che i militari “devono farsene una ragione”. Loro vedono solo il proprio settore, mentre la leadership è in grado di cogliere il quadro complessivo.

Non a caso il premier Li Keqiang ha dedicato la maggior parte della sua lunghissima relazione proprio all’economia, e ha cercato di infondere fiducia nei delegati prospettando la realizzazione degli obiettivi fissati dal 13° Piano quinquennale. Si prevede comunque una leggera contrazione del Pil, minore attenzione all’industria pesante e maggiore rispetto dell’ambiente puntando anche sulla “green economy”. Una vera e propria rivoluzione rispetto alle priorità in agenda sinora.

Per concludere vorrei far notare che non è prudente augurarsi un’implosione dell’attuale struttura cinese come molti fanno in Occidente. E questo perché ciò che avviene a Pechino si ripercuote in maniera immediata sul resto del mondo (ivi inclusi Usa e Ue). Si è già appurato che, se la locomotiva cinese rallenta, ne risentono subito i mercati e le economie delle nazioni (in pratica tutte) che con la RPC fanno affari.

Resta però inevaso un quesito che i più illuminati tra politici ed economisti spesso pongono. E’ davvero realistico supporre che lo sviluppo economico non conosca limiti, e che nemmeno li abbia lo sfruttamento delle risorse naturali? I cinesi finora hanno reagito con fastidio e pare che ora stiano cambiando atteggiamento. Spinti, forse, dal fatto che nello scorso inverno l’aria di Pechino e delle altre maggiori metropoli era irrespirabile per tutti a causa dell’inquinamento fuori controllo.

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