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Ancora sulla sfida delle identità nazionali

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Flag_of_NATO.svgdi Michele Marsonet. Continua senza sosta la campagna di denigrazione nei confronti di parecchie nazioni dell’Europa dell’Est – tutte ex satelliti dell’Unione Sovietica – che sfidano ormai apertamente le direttive di Bruxelles. Finora la UE era stata sì contestata, ma sempre da forze tutto sommato minoritarie nei rispettivi Paesi.

Adesso il problema è più serio, giacché a lanciare la sfida sono alcuni governi nazionali. La lista dei “brutti, sporchi e cattivi” si sta allungando. Non più soltanto ungheresi e slovacchi. Entra in scena anche la Polonia, che pesa di più rispetto agli Stati confinanti, con un’economia tuttora in crescita e una collocazione geografica strategica tanto per l’Unione Europea quanto per la NATO.

I commenti che si leggono al riguardo sono, quanto meno, superficiali e fuorvianti. Ci viene spiegato che si tratta di nazioni con secolari tradizioni di xenofobia, che stentano a entrare nella modernità dopo essersi liberate dal giogo sovietico. Tale dominazione, ci spiega Antonio Armellini sul Corriere della Sera, “ha annegato per cinquant’anni le identità nazionali in un internazionalismo posticcio, impedendo una autonoma riflessione politica e isolando il dibattito da ciò che si andava sviluppando criticamente altrove. Caduto il diaframma con la fine dell’URSS, tutto è sembrato ripartire dalla situazione esistente nell’immediato dopoguerra, se non in molti casi prima”.

Per farla breve, secondo l’autore del pezzo nei Paesi suddetti tanti non capiscono che l’adesione alla UE implica soprattutto condividere un modello di libertà e di tolleranza ancor prima che economico, essendo l’Unione “portatrice di valori di civiltà che ne rappresentano l’irrinunciabile essenza comune”. Ma è davvero questa l’unica spiegazione possibile?

In realtà la tolleranza – quella vera – non può mai essere a senso unico. Si tollerano di buon grado gli altri quando pure loro tollerano noi. Altrimenti è proprio la tolleranza a rivelarsi posticcia e presente solo sulla carta. Se ne sono finalmente accorti, sia pure con enorme ritardo, i francesi, gli inglesi e, soprattutto, i belgi, risvegliati da un lungo sonno dopo aver scoperto che interi quartieri della loro capitale e di altre città sono totalmente sfuggiti al controllo delle autorità (per non parlare di quello delle forze dell’ordine).

Pur essendo molto legate alla Germania per motivi economici, le nazioni di cui sopra (alle quali vanno aggiunti baltici e finlandesi) non si sono fatte intimorire dalle minacce tedesche di tagliare i fondi strutturali comunitari. Al contrario vanno dritte per la loro strada. Probabilmente intuendo che il dominio di Angela Merkel nel suo stesso Paese è meno solido di un tempo, anche a causa delle sue molte dichiarazioni avventate circa il problema dei migranti.

Il nocciolo della questione è in fondo il seguente. Si possono cedere larghe fette di sovranità in presenza di un’entità sovranazionale ben strutturata e diretta da leader con le idee chiare. E non credo che tali caratteristiche siano attribuibili all’attuale UE e a ectoplasmi come Jean-Claude Juncker e Federica Mogherini.

Può anche darsi che, in parte, l’atteggiamento di molti Paesi dell’Est sia dovuto a un inguaribile provincialismo, tesi che molti in Italia e altrove si sforzano di diffondere. A me pare, però, che ci sia ben altro. Dopo aver recuperato con grande fatica identità e tradizioni nazionali, tali Paesi non intendono rinunciarvi a cuor leggero, consegnandosi a un internazionalismo diverso da quello sovietico, ma pur sempre sprezzante nei confronti dei problemi identitari.

1 Comment on Ancora sulla sfida delle identità nazionali

  1. francu pilloni // 19 January 2016 at 20:34 //

    Come sardo di Sardegna, figlio di una nazione senza stato, dovrei essere d’accordo con M. Marsonet e in gran parte lo sono.
    Mi pare però che, se i Grandi Stati storici della UE non hanno al momento leader all’altezza dei tempi, neanche la Polonia, l’Ungheria e la Slovacchia siano governati da tre Adenauer redivivo.
    Questi Paesi, per quanto sono stati dentro la cortina di ferro, non hanno fatto politica di nessun genere perché impediti, tuttalpiù hanno messo in atto delle furbizie che, di volta in volta, facevano il gioco del Cremlino e venivano tollerate.
    Cosa ha spinto quelle nazioni, anzi gli Stati dell’Est, ad aderire all’UE?
    Certamente non un desiderio smodato di fratellanza con gli altri popoli europei, ma piuttosto il rumore presunto degli euro che sarebbero rotolati da Bruxelles verso le loro capitali, l’aprirsi di un mercato favorevole per i loro prodotti e l’acquisizione senza dazi e senza permessi di prodotti avanzati, di macchinari, di tecnologia a buon mercato. Senza contare gli investimenti di capitali privati che sarebbero arrivati.
    In più l’UE, come dopo una serata di sabato al pub, ha straconcesso ai nuovi figli, ancora mini-ospiti-entranti, gli stessi diritti, compreso quello di veto, che possiedono quelli più grandi e fondativi che gli euro ce li mettono e rimettono.
    Come a dire che gli si è messo in mano un’arma e gli si è data la libertà di usarla come, quando e contro chi credono opportuno, rispetto ai loro interessi.
    Da questo punto di vista, gli stati ex Mosca dipendenti, compresi i micro-baltici, hanno acquisito l’ingresso in Paradiso dove hanno un santo patrono, punto saldo di riferimento, e ora sentono odore di libero arbitrio.
    Davvero era essenziale assicurare un Commissario per ciascuno degli aderenti all’UE?
    La Sardegna, attualmente, non ha alcun ministro che la rappresenti nell’attuale governo. E non è uno scandalo.
    Quanto alla Mogherini, aldilà dei suo limiti e meriti che non conosco, non vedo cosa possa fare di più e di meglio, quando la Commissione non ha una politica estera propria. Forse doveva nominare un commissario nel posto che si è preso la Francia o in altro parallelo, perché in UE si parla solamente di soldi.

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