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Tanti dubbi su sondaggi e primarie USA

MTE4MDAzNDEwMDU4NTc3NDIydi Michele Marsonet. Continua l’altalena dei sondaggi dopo gli innumerevoli dibattiti che, negli Stati Uniti, vedono coinvolti i candidati alla Casa Bianca di entrambi i partiti tradizionali. C’è tuttavia una grossa differenza tra democratici e repubblicani.

Nel campo democratico, finora, l’obiettivo è stato quello di screditare Hillary Clinton, data come favorita sin dall’inizio. Dopo un periodo di appannamento, però, la ex Segretario di Stato ed ex First Lady si è ripresa alla grande riacquistando quella sicurezza che pareva aver perduto.

La signora, com’è noto, è assai tenace e può vantare un’esperienza che senz’altro i suoi avversari non possiedono. Gode inoltre dell’appoggio di molti ambienti economici e finanziari che contano, elemento sempre decisivo nelle costosissime campagne elettorali americane.

Se non inciampa in qualche nuovo scandalo, si può prevedere che Hillary Rodham Clinton otterrà la nomination del suo partito. E qui mette conto notare che tutto il mondo è paese. Gli scandali – veri o presunti – giocano un ruolo di rilievo non solo in Italia, ma anche in quella che, bene o male, resta la nazione più potente del mondo.

Diverso è il discorso per quanto riguarda il GOP, che cerca di ritornare al potere dopo i due mandati di Obama. Nel campo repubblicano la confusione è ancora grande e non accenna a diminuire. L’inizio del dibattito elettorale è stato caratterizzato dal ciclone Donald Trump. Il tycoon è riuscito per qualche tempo a dominare la scena anche grazie alle sue doti di comunicatore, mentre ora sembra in declino a causa delle continue gaffe e della debolezza del suo programma.

Ma sarà vero? Occorre insomma chiedersi se bastano due dibattiti televisivi “perduti” per sconvolgere la classifica precedente, sanzionando invece l’irresistibile ascesa di Marco Rubio, senatore della Florida di origini cubane, e di Ted Cruz, lui pure senatore “ispanico”.

Nel frattempo gli stessi dibattiti hanno – o almeno così si dice – determinato la sconfitta del neurochirurgo afroamericano Ben Carson, mentre il superfavorito della vigilia Jeb Bush, figlio e fratello di due ex Presidenti che portano lo stesso cognome, va sempre più a fondo nei sondaggi.

A questo punto le domande da porre sono sin troppo ovvie, almeno per il sottoscritto. Ci si può davvero fidare dei sondaggi? I dibattiti televisivi forniscono al grande pubblico un’idea plausibile del reale valore dei candidati? E’ giusto affidare la scelta dei governanti a uno strumento come le primarie, nel quale l’apparenza conta spesso più della sostanza? E, infine, quali sono le garanzie di imparzialità e di oggettività che dibattiti e primarie possono offrire?

Sono quesiti che, probabilmente, gli elettori USA neanche si pongono, abituati da lungo tempo allo scenario appena descritto. Nel 1960 John Kennedy sconfisse una vecchia volpe della politica come Richard Nixon grazie anche – se non soprattutto – a un dibattito tv rimasto celebre. E, ai nostri giorni, Barack Obama si è imposto due volte con la sua abilità oratoria negli incontri pubblici e con slogan quali il famoso “Yes, we can”. Poi s’è visto che dietro gli slogan c’era poco ma, tant’è, al tempo essi furono decisivi.

Naturalmente oggi prevale l’opinione che le primarie siano lo strumento democratico per eccellenza, e spetta agli scettici proporre soluzioni alternative per scegliere chi dovrà governare. Resta però il fatto che la scopiazzatura che in Italia si è fatta del sistema americano ha prodotto risultati a dir poco deludenti, tali da incoraggiare una seria riflessione sul futuro che ci attende.