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Ignazio Marino come Celestino V? O della disavventura di un povero… fate voi.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Il grande Celestino V

Il grande Celestino V

di Gigi Montonato. Ignazio Marino, il discusso e stravagante sindaco di Roma, si è dimesso, anzi…no, lo farà formalmente lunedì. Così ha detto. E’ un uomo ordinato, pignolo; almeno all’apparenza. E’ un chirurgo di fama mondiale, ha fatto centinaia di trapianti, come potrebbe non esserlo? Sa quando deve iniziare il corso di un evento. E se pure si tratta di dimissioni, meglio farle iniziare in principio di settimana invece che alla fine. Sono dettagli, questi, che contano, specialmente nei soggetti genialoidi, intellettualoidi, un po’ fissati.

Di lui, in questi giorni, si sono raccontate stravaganze & stranezze a non finire, che si sono aggiunte a quelle dei mesi precedenti, culminate col tentativo di imbucarsi al seguito del Papa a Filadelfia ed autoesposizione con tanto di fascia tricolore in prima fila.

Si è detto che, scoperto di aver pagato cene private con la carta di credito del Comune, spacciandole per cene offerte ad alte personalità straniere – i fantasmi delle nipoti di Mubarak tornano! – da queste poi smentito, se ne fosse uscito dicendo che comunque avrebbe risarcito il Comune e che non lo avrebbe fatto più.

Si è detto che lui per Roma non si muoveva in bicicletta, come teneva ad ostentare, ma in auto, seguito da un furgone, e che ad un certo punto, giunto nelle vicinanze del luogo dove era diretto, scendeva, prendeva la bicicletta dal furgone e via, lasciando che l’auto lo seguisse guidata da un dipendente del Comune. C’è da credere? Bah!

Qualche avvisaglia sulle sue invenzioni, che per lui erano certezze, l’aveva data Alemanno, suo predecessore, che, da lui bersagliato e bollato come la destra che doveva tornare nelle fogne, una sera su “La Sette” disse che una sua telefonata per raccomandare alcuni suoi amici Marino se l’era inventata di sana pianta.

Ha poi tentato di metterla sulla Resistenza e l’antifascismo, andando sul sicuro e facendo dei pendant storici del tutto sgangherati: abbiamo liberato Roma una seconda volta dai fascisti. La libereremo dai criminali e mafiosi. Nemmeno Totò col suo abbiamo conquistato Trento ed ora conquisteremo trentuno.

Certo è che Marino, da quando Renzi gli aveva dato quella specie di ultimatum: amministri se lo sa fare altrimenti lasci, aveva perso la sua baldanza. L’inchiesta “Mafia Capitale” poi non lo aveva lasciato tranquillo, c’erano innegabili elementi di continuità tra le passate amministrazioni e la sua. A questo, che già era tanto grave, si aggiungevano le lamentale dei cittadini romani, i quali gli contestavano di essere un incapace, di non riuscire a fare nemmeno le cose più banali e di essere sempre lontano da Roma nei momenti di crisi o di spropositi colossali, come i funerali del boss Vittorio Casamonica.

La sua débâcle insomma si profilava già tutta e netta prima delle comiche finali di questi ultimi giorni. Ma, un po’ per la questione del Giubileo e un po’ per salvare l’immagine e la tenuta del Pd, li maggiori sui lo avevano messo sotto tutela, di Matteo Orfini sul piano politico, del prefetto Franco Gabrielli sul piano operativo.

Un’altra persona, con un minimo di amor proprio, a quel punto si sarebbe dimesso; avrebbe mandato tutti a quel paese. Ma come, io sindaco rigeneratore di Roma, messo sotto tutela?

Lui, invece, ha fatto finta di niente ed ha continuato con qualche battuta sulla “badante” Gabrielli, tradendo un autentico crollo di personalità. Da quel momento non è stato più lui, il politico entusiasta e sicuro di sé, il professionista serio che sa di essere stimato; ha perso la sua sicurezza e si è dato ad atteggiamenti sempre meno controllati, tra spacconate (farò il sindaco fino al 2023), fughe (continui viaggi in America), minacce (contro alcuni del Pd e delle opposizioni e perfino di signore che lo contestavano), irriverenze (polemica col Papa) e catastrofiche profezie (dopo di me a Roma trionferà la mafia). Il suo volto è diventato quasi catatonico, una maschera di paura, di incertezza, di angoscia. Non ci vuole l’occhio di un esperto per accorgersene.

Quasi a gara col suo ben più illustre omonimo, il poeta secentesco Giambattista Marino, deve essersi convinto che la risposta da dare alla suburra, in cui si è ritrovato, era di stupire, in parodia poetica: è del sindaco il fin la meraviglia / chi non sa far stupir vada alla striglia. Ma non sono più i tempi del Marino poeta e del barocco e le sue stravaganze non sono materia di filologia o di critica letteraria,  se la devono vedere coi marpioni della politica e col codice penale.

Detto tutto questo, però, si pone un caso Marino di tutt’altra specie. Un po’ ricorda la vicenda di papa Celestino V, che, secondo Dante, “fece per viltà il gran rifiuto” ma che fu vittima dei maneggi di quel furbastro di Bonifacio VIII, come narra, un po’ revisionisticamente, Ignazio Silone in quel bellissimo e straordinario libro che è “L’avventura di un povero cristiano”.

La sua disastrosa vicenda è anche e soprattutto del Pd e di quella discutibilissima procedura delle primarie. Marino, infatti, non è stato scelto come si faceva una volta, ossia da un comitato che sapeva vagliare i pro e i contro, anche nella prospettiva politica più ampia e interagente, ma dal popolo delle primarie, un soggetto indistinto, ingestibile, una specie di mostro senza una volontà precisa.

Ci sono poi le sue ambizioni. Le sue prime mosse – che sono di tutto rispetto, anche se non sempre o totalmente condivisibili – lo hanno reso subito inviso ai romani. Il primo provvedimento fu di pulire la zona dei Fori Imperiali di tutti quei camion bar e chioschi che, se pure erano comodi per tanti turisti che potevano comprare souvenir o rifocillarsi, non consentivano di fruire della bellezza paesaggistica, artistica, archeologica di Roma. L’altro provvedimento, ancor più odioso, fu di legalizzare i matrimoni gay celebrati all’estero, vantandosene e addirittura, come poi si è saputo, informando – quasi uno sfottò – le alte cariche della Chiesa, addirittura il Papa se il telefono non lo avesse preso un suo segretario.

Ora Marino minaccia di trasformarsi in Sansone e di voler portare con sé tutti i filistei. Qualcuno gli dovrebbe sommessamente dire che anche ai guai occorre mettere un limite.