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La destra italiana, o di un volgo disperso

Giovanni Giolitti

Giovanni Giolitti

di Gigi Montonato. Ogni tanto mi viene di ricordare la canzone di Gabriella Ferri “Io cerco la Titina. La cerco e non la trovo…” quando leggo certe riflessioni critiche di alcuni intellettuali e giornalisti sulla destra italiana che non c’è, che non c’è mai. Proprio così; ma, quando se ne propone una, gli stessi intellettuali e giornalisti si coprono gli occhi inorriditi: no, non può essere la destra questo mostro di bruttezza, di grettezza, di frivolezza.

Il campione della destra che non c’è e che inorridiva di fronte alla destra che c’era era Indro Montanelli. Poi andava a prendersi gli applausi alle feste dell’Unità. Perché in ogni intellettuale e giornalista di un certo valore c’è una buona componente di puttanesimo.

Nell’editoriale “La Destra che l’Italia non ha” (Corsera del 15 settembre) Ernesto Galli della Loggia fa il solito discorso sulla destra che non c’è e si piange i morti suoi sulla dipartita, morti – s’intende – politici.

“Nella sostanza – dice il Nostro – il problema della Destra italiana è il problema della difficoltà che incontrano nel nostro Paese un’antropologia e una cultura politica conservatrici, analoghe cioè a quelle che più o meno caratterizzano in Europa le Destre di governo”.

Siamo alle solite: l’erba del vicino è sempre migliore. Io credo che Galli della Loggia, come altri in Italia, cada nell’equivoco di considerare destra ciò che è soltanto un conservatorismo moderato, quale noi abbiamo conosciuto nella versione democristiana, scelbiana, andreottiana, dorotea. Questa destra, che noi oggi chiamiamo destra ma che quando era in auge nessuno si sognava di chiamarla con questo nome, equivale ad una qualsiasi destra di governo europea. La differenza è che noi italiani la esprimiamo secondo il nostro modo di essere, un po’ corrivo, approssimativo, spregiudicato. Ciò che non piace agli intellettuali italiani, i quali più che dal fatto sono offesi dal modo; e finiscono col negare che si tratti di una destra presentabile, moderna, europea, alle stregua di “quelle che più o meno caratterizzano in Europa le Destre di governo” per riprendere pari pari le parole di Galli della Loggia. Che si diceva di Giolitti? Che era il ministro della mala vita (Salvemini). Che si diceva di Berlusconi? Che era improponibile (Montanelli).

La verità è che gli intellettuali di destra in Italia sono geneticamente disorganici, hanno idiosincrasia verso ogni forma di etichetattura e di organicità ad un progetto di governo; specialmente dopo l’esperienza fascista. Cinquant’anni di propaganda contro la destra, genericamente intesa come Msi, hanno lasciato il segno. Chi è disposto oggi a dirsi di destra? Nessuno, per non essere accusato subito di fascismo o di postfascismo. Almirante, ai suoi dì, mise in guardia dagli effetti della guerra delle parole, abbondantemente vinta dalle sinistre. Nel corso di questi cinquant’anni l’egemonia culturale comunista ha creato in Italia la formula “cultura uguale a sinistra e sinistra uguale a cultura”. Va da sé, allora, che a destra non c’è cultura. Ecco perché un uomo di destra ha avuto sempre difficoltà dal dopoguerra in poi a dichiararsi di destra. Mi piacerebbe sapere come si dichiara Galli della Loggia. Così, per capire.

Dopo gli intellettuali di destra, che si sono nascosti e mimetizzati, è stato il turno dei politici. Il caso più emblematico è stato quello di Fini, il quale ad un certo punto si è piccato di creare la cosiddetta destra moderna ed europea. Ma questa, pur con tutti i vizi di questo mondo, esiste da sempre. Anche ai tempi di Almirante si fece lo stesso errore, quando tanti colonnelli del Msi si intestardirono a dar credito alle sirene interessate a creare questa fantomatica destra moderna ed europea, liberandosi da ogni legame col fascismo; e non si accorsero che ciò che volevano creare c’era già ed era la Democrazia Cristiana.

A questa identificazione cultura/sinistra hanno contribuito tutti in Italia, dalla politica all’economia, dalla chiesa alla fabbrica, dalle scuole alle università, dalle case editrici di libri ai giornali, alle riviste, al cinema., al teatro, alla musica, allo spettacolo. E se giriamo anche in cucina e rovistiamo in camera da letto troviamo anche lì presenze di “superiorità” della sinistra.

Non è facile invertire la tendenza. Occorrono uomini coraggiosi e strafottenti, come certa destra ha avuto in passato, fieri e orgogliosi della propria cultura, consapevoli del proprio ruolo politico, culturale e sociale. Ma questi passerebbero ipso facto per fascisti. Lo sa Galli della Loggia? Lo sa, lo sa! Questi uomini comunque non dovrebbero avere nessun complesso fascista. Il fascismo per non pochi aspetti fu destra; per altri, sinistra.

Il conservatorismo italiano – dice Galli della Loggia – è “un conservatorismo nullista, solo negativo: inutilizzabile politicamente se non per bloccare i riformatori e i progressisti”.

Apparentemente sembra aver ragione. Ma così non è. Galli della Loggia sa che per quel processo dialettico della storia molte conquiste, che prima dividevano destra e sinistra, sono oggi condivise; conquiste ottenute con lotte nelle quali destra e sinistra si sono aspramente fronteggiate. Faccio un esempio: quanti oggi, pur riconoscendo il valore e la giustezza della Repubblica Sociale, sarebbero disposti a cancellare le conquiste della Resistenza? Io credo nessuno. E tanti tabù, tipici della destra, come divorzio, aborto, omosessualità, e via di seguito, non sono oggi quasi completamente condivisi? Le antitesi si concludono sempre con le sintesi, che diventano patrimonio comune. Allora non bisogna confondere l’opposizione episodica, che fa elettorato, con un’opposizione strategica che fa governo, che fa riforme e trasformazioni radicali, che oggi, però, non costituiscono finalità esclusive. Oggi stare a destra o a sinistra è solo una faccenda di convenienza politica. Lo dimostra un Pd, che appare la versione riveduta e corretta di Forza Italia. Lo dimostra un giornale “L’Unità”, che oggi esce per dimostrare che la nemesi storica non è un’invenzione di scrittori e drammaturghi.

Il vero problema resta quello di tanti intellettuali di destra che, invece di negare la destra che c’è per ipotizzarne una fantomatica, dovrebbero farsi carico della realtà, sporcarsi se occorre, rivendicarne l’appartenenza e far sentire il loro peso sulle scelte dei politici della stessa appartenenza.

Finché tra intellettuali e politici di destra c’è sconnessione, la destra in Italia resterà un “volgo disperso che nome non ha”.