PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 10

Sulle eccessive preoccupazioni per l’astensionismo

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

20150531_164032di Michele Marsonet. Il tema è inevitabilmente destinato a suscitare polemiche a destra e a manca, e ad attirare rimbrotti e accuse sulla testa di chi lo solleva. E tuttavia va affrontato, se non altro per amore dell’onestà e della franchezza. Sto parlando dell’astensionismo, il principale tormentone (anche se non l’unico) delle elezioni regionali appena concluse.

E’ dunque accaduto ciò che si prevedeva e, soprattutto, si temeva da parte di molti. Il cosiddetto “partito degli astensionisti” – espressione che trovo assai bizzarra – è cresciuto a dismisura in pratica ovunque, tanto da indurre parecchi organi di stampa a definire questo “non partito” come il vero vincitore dell’ultima tornata elettorale.

Non solo. Quotidiani, mass media, social network e i soliti intellettuali “impegnati” hanno insistito, nelle ultime settimane, sulla tesi che il voto è un “dovere morale”, ragion per cui chi rinuncia a esercitarlo è, “ipso facto”, un reprobo indegno di vivere in un Paese democratico.

La mia opinione è diversa, e cerco di spiegare perché. Nelle democrazie liberali mature, i cui esempi tipici sono Stati Uniti d’America e Regno Unito, l’astensionismo è un fenomeno assai diffuso e non suscita le polemiche che, invece, scoppiano puntualmente da noi.

Nelle nazioni anzidette si ritiene, giustamente, che il voto non sia un dovere bensì un diritto che, in quanto tale, può essere esercitato o meno, senza per questo mettere sul banco degli imputati tutti coloro che vi rinunciano. Nessun dramma se il numero degli astenuti supera quello dei votanti. In America tale situazione si è verificata più volte, senza suscitare pianti e grida di dolore.

Il sistema funziona comunque, anche se gran parte dell’elettorato non si reca alle urne, e viene riconosciuto ai cittadini il sacrosanto diritto di disinteressarsi di ciò che fanno i partiti, andando in vacanza o dedicandosi al proprio hobby preferito mentre si svolgono le operazioni elettorali.

Si tratta, a mio avviso, di un segno di civiltà e maturità. Il voto è un obbligo solo nei regimi monopartitici e dittatoriali. In Italia ne abbiamo avuto un buon esempio nell’epoca fascista, quando non votare costituiva un reato e chi lo faceva era immancabilmente inserito nelle liste nere delle questure.

Lo stesso accade ora, per menzionare un solo caso, nella Repubblica Popolare Cinese, dove a chi non vota viene in modo automatico attribuita la qualifica di persona che non approva la politica dell’unico partito esistente, con tutte le conseguenze (spiacevoli) del caso.

In Italia il voto di massa, che a volte raggiungeva percentuali bulgare dell’80 o 90%, era comune nel periodo delle formazioni politiche ideologiche, alle quali si dava il consenso per atto di fede, indipendentemente dalle candidature in campo.
Tale periodo è terminato, grosso modo, con la scomparsa dell’Unione Sovietica e con la progressiva “laicizzazione” del vecchio PCI. Laicizzazione che, in ogni caso, non è ancora conclusa. Basti pensare che molti dirigenti del PD sono preoccupatissimi per il crollo delle iscrizioni. Per loro, evidentemente, la diminuzione delle tessere equivale alla crisi del partito.

Il fatto è che viviamo in un’epoca del tutto diversa, nella quale gli atti di fede non sono più di moda e conta più il “fare” delle dichiarazioni ideologiche. Tanti non hanno ancora metabolizzato il cambiamento, come ben si nota leggendo le dichiarazioni post-elettorali.

E’ un atteggiamento errato e non in sintonia con i tempi. Si lasci a ogni singolo cittadino la possibilità di starsene a casa quando le urne sono aperte, oppure di andare a votare se lo ritiene opportuno perché trova partiti e candidati di suo gradimento. La democrazia liberale funziona così, come dimostrano gli esempi di nazioni in cui essa è radicata da secoli.