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Sulla tragedia del G8

800px-Ten_leaders_at_G8_summit,_2013di Michele Marsonet. Ci mancava pure la sentenza della Corte di Strasburgo in un momento come questo, quando le nostre forze dell’ordine devono fronteggiare la minaccia di un terrorismo sempre più incombente e già in casa. Mentre nel Sud continuano a sbarcare migliaia di clandestini senza sosta. E, va da sé, senza alcun controllo preliminare.

Dunque la Corte europea dei diritti dell’uomo ha sentenziato che i poliziotti sono torturatori, e che l’Italia deve adeguarsi alla legislazione internazionale in materia. Manco fosse il Guatemala o la Corea del Nord.

Non una parola sui celebri “black bloc” calati in massa – anche e soprattutto dall’estero – che misero a ferro e fuoco Genova nel luglio del 2001. In quei giorni mi trovavo, per mia fortuna, fuori città, per un periodo di vacanza in Valtellina. Ma ricordo benissimo le telefonate degli amici che mi dicevano: “qui è un inferno”.

E altrettanto bene rammento le scene della battaglia in TV. In particolare quella in cui un gruppo di assatanati dava l’assalto a un furgone dei carabinieri rimasto isolato. I vetri del furgone in frantumi, trapassati dalle spranghe che i “dimostranti” volevano infilare nell’abitacolo per colpire i militari. E poi il cadavere di Carlo Giuliani per terra, a poca distanza l’estintore che stava lanciando contro il furgone.

Terribile il frastuono, una vera e propria scena di guerra. Assai impressa nella mente mi è rimasta pure la figura di un “black bloc”, corpo e volto interamente coperti da una tuta nera, che faceva con la mano il segno della vittoria, in piedi su un’auto privata rovesciata e distrutta.

Sono sempre stato convinto che in quei giorni nel capoluogo ligure sia andato in scena un tentativo d’insurrezione contro lo Stato. E, lo confesso, ne sono convinto anche ora, a parecchi anni di distanza. Al ritorno trovai una città massacrata, con pompe di benzina divelte, l’acciottolato delle strade in frantumi, bancomat sventrati. La furia degli uomini in nero (così simili nell’aspetto ai miliziani Isis) non aveva risparmiato alcunché.

E ora i soloni di Strasburgo ci vengono a dire che criminali furono le forze di polizia, senza minimamente tener conto delle condizioni terribili in cui si trovarono a operare, fronteggiando una guerriglia urbana ben diretta e orchestrata (anche se gli inquirenti non sono mai riusciti a stabilire da chi).

Intendiamoci. L’irruzione notturna alla Diaz fu un atto inutile e – diciamolo pure – stupido. Si sospettava la presenza di “black bloc” nella scuola e non era vero. Gratuiti pure i pestaggi avvenuti all’interno, quando i responsabili delle forze dell’ordine sapevano benissimo di avere gli occhi dei mass media puntati addosso. Ma basta, questo, a sostenere la tesi che il nostro è uno Stato che pratica la tortura? Se davvero lo fosse, poliziotti e carabinieri non avrebbero tanti problemi nel controllo delle manifestazioni politiche e sindacali. Né si troverebbero così spesso in difficoltà dentro e fuori gli stadi di calcio, nel fronteggiare le orde dei cosiddetti tifosi “ultrà”, i quali prima e dopo le partite fanno più o meno ciò che vogliono.

A me, più che torturatore, lo Stato italiano sembra debole, anzi debolissimo. E questa sentenza legherà ancor più le mani di coloro che da noi debbono tutelare l’ordine pubblico. Non a caso, dopo la notizia, nei social network è esploso l’entusiasmo dei tantissimi che vedono in polizia e carabinieri dei nemici da colpire, sempre e ovunque. Altro che ordine pubblico. Qui si rischia di legalizzare il disordine endemico con la benedizione di Strasburgo.

Featured image, leaders of the G8 on 18 June 2013, in Lough Erne, Northern Ireland, United Kingdom