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Di scrittura e di scrittori: quando la malattia ti ruba l’anima. Il caso Terry Pratchett e il Morbo di Alzheimer.

JohnDonneAT LAST, SIR TERRY, WE MUST WALK TOGETHER.

Terry took Death's arm and followed him through the doors

and on to the black desert under the endless night.

The End

Dal tweet di Rhianna Pratchett dopo la morte del padre.
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di Rina Brundu. Ci sono notizie che ti colpiscono alla distanza. E alla distanza si commentano diversamente. Due giorni fa è venuto a mancare Sir Terry Pratchett, il noto e prolifico autore fantasy inglese, e tanto si è scritto per ricordarne la figura: la carriera incredibilmente lunga, i 70 libri con i quali ha mostrato al mondo la sua personalissima cosmogonia, le vendite esagerate, il successo globale presso una infinità di appassionati del genere, ma non solo.

Forse ai tanti è però sfuggito il fatto che Pratchett è morto relativamente giovane, aveva solo 66 anni. L’ha portato via la terribile malattia di Alzheimer, i cui primi sintomi si manifestarono in maniera vistosa solo pochi anni fa. Fu dunque da quel tempo in poi che l’autore del Ciclo Discworld parlò sovente di suicidio e mai fece mistero dei suoi pensieri: alla fine sembrerebbe che sia morto di morte naturale, ma in fondo questo non è troppo importante.

Qualunque sia la verità sui suoi ultimi momenti di vita, è tuttavia facile immaginare la disperazione della sua anima nell’apprendere la notizia della malattia. Una disperazione che naturalmente accomuna i tanti, tantissimi, afflitti da questa sindrome spaventosa, che ti ruba il corpo, la memoria, la coscienza di te, ma soprattutto ti ruba l’anima. E cos’é uno scrittore senza la sua anima? Nulla. Niente.

Immagino che la sensazione provata in quel terribile momento, sia stata un poco come di sprofondare dentro un vuoto senza fondo, senza alcuna speranza di tornare su, senza capire. Senza capire perché un individuo che ha donato visioni multiple, creazioni immaginifiche agli altri, a tutti noi, infiniti sogni di universi diversi, colorati, popolati di creature incredibili e straordinarie, alla fine sia stato privato, spogliato dei suoi stessi sogni. Del suo presente, del suo passato, del suo futuro, come un altro reietto qualunque.

Secondo John Donne, il grande poeta metafisico inglese: “Quando un uomo muore, non viene strappato un capitolo dal libro, ma viene tradotto in una lingua migliore”. Speriamo davvero che dietro questo saggio ma retorico dire ci sia qualcosa di più di un’offerta di magra consolazione; lo speriamo per ogni essere, per tutti noi. Per ogni scrittore che si nutre dei racconti dell’anima e per uno del calibro di Terry Pratchett soprattutto.

Featured image, John Donne.