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Della metamorfosi kafkiana di Elena Ceste – Un ritratto di donna moderna e un omaggio.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

MetamorphosisGregor Samsa, destandosi un mattino da sogni agitati, si trovò trasformato nel suo letto in un enorme insetto immondo. Riposava sulla schiena, dura come una corazza, e sollevando un poco il capo scorse il suo ventre arcuato, bruno e diviso in tanti segmenti ricurvi, in cima a cui la coperta del letto, ormai prossima a scivolar giù tutta, si manteneva a fatica. Le gambe, numerose e sottili da far pietà rispetto alla sua normale corporatura, tremolavano senza tregua in un confuso luccichio dinnanzi ai suoi occhi. Che cosa mi è capitato? pensò. Non era un sogno.
L’immortale incipit a La metamorfosi di Franz Kafka

di Rina Brundu. Nonostante il tempo trascorso dalla scomparsa e dal successivo ritrovamento dei resti di Elena Ceste, mi capita spesso di accendere la tv e di notare avvoltoi ancora impegnati a spolparne la carcassa. Spengo subito oppure cambio canale. Queste persone non meritano più né considerazione né insulti, alla fine della giornata ognuno deve fare i conti solo con la sua coscienza e con la sua idea di sostanza.

Di vero c’é che a volte, alcune vite diventano, come volevano gli antichi scrittori, vite esemplari. Vale a dire, vite che insegnano, sotto una molteplicità di prospettive. Ed è di questo che vorrei parlare, di ciò che mi ha insegnato l’avventura umana di questa anonima signora e delle cogitazioni che mi ha portato a fare. Di fatto, dopo mesi di notizie false che si mischiavano con le poche verità, il ritratto che a mio parere emerge è quello di una giovane donna di 37 anni, di una donna moderna che un giorno si sveglia e si scopre prigioniera di miti e riti, di doveri sacri e profani che la soffocano. Di ruoli impossibili da gestire con l’apparente vocazione al martirio di genere che sembravano vantare le nostre nonne.

Non ho mai creduto alle leggende che raccontano di donne antiche più sagge, dedite alla famiglia, ai figli, dimentiche delle loro più elementari pulsioni sessuali (terrificante quella specie di motto “non lo fo’ per piacer mio, ma per dar figlioli a dio”!) e delle minime ambizioni dello spirito. La verità vuole che fossero tempi diversi e meno liberati, tempi dove ogni possibilità di sopravvivenza era sovente legata al grado di superstizione che l’anima riusciva ad abbracciare. O così… o diventerai un reietto, un emarginato; nel caso di una donna, sarebbe diventata una di facili costumi, un sicuro bersaglio dove appuntare la lettera scarlatta che avrebbe sancito la sua dannazione eterna. Vero è inoltre che non erano tempi semplici neppure per gli uomini, mentre la legge della giungla, la legge del più forte, era il diritto di riferimento.

Ad ascoltare le intercettazioni del marito della signora Ceste, quei tempi andati – tutt’altro che nobili – non sono comunque finiti. Le donne, nel suo immaginario limitato, sono evidentemente oggetti rivestiti di una divisa bio-meccanica che necessitano di addestramento, sono altri-esseri (inferiori?) che abbisognano di una “raddrizzata”. E mi fermo subito, qui, perché anche in questo caso a nulla servirebbero altre considerazioni. Mi viene invece il raccapriccio al pensiero di questa giovinetta capace, intelligente, dolce, che aveva fatto i suoi studi e dunque forse aveva imparato a guardare oltre l’orizzonte placido delle montagne che la circondavano, che si è risvegliata un giorno e, alla maniera del kafkiano Gregor Samsa, si è ritrovata “costretta” alla stregua di un “insetto immondo”: costretta nel suo ruolo di donna-bene, di moglie-devota, di parrocchiana assidua, di concittadina-presente, di madre-attenta. Mentre ad un tempo si perdevano tra le nebbie del fragile orizzonte privato i sogni di una vita, i dolci ricordi, le memorie degli amori, le speranze future, le necessità dello spirito.

Ecco, se c’é una cosa che mi ha insegnato e fatto capire meglio l’esperienza terrena di Elena Ceste, la sua metamorfosi, il suo sacrificio e la sua vita esemplare, è che la possibilità di vivere liberi (in senso lato) e di liberare l’intelletto sono privilegi che bisognerebbe non dare mai per scontati. Si tratta insomma di doni straordinariamente grandi e per i quali non si potrà mai essere grati abbastanza.

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