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Karl Popper e la presunta fine dello storicismo (Parte seconda)

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Max_Weber_1917di Michele Marsonet. (continua dalla prima parte) Riprendendo quanto ho detto nella prima parte, la concezione della società intesa come un tutto inserito in uno sviluppo storico globale conduce, secondo Popper, alla “utopia”, cioè alla fiducia nella possibilità di trasformare l’intero complesso di rapporti che caratterizzano una certa situazione. E’ dunque possibile accorgersi che, procedendo lungo questo sentiero, lo storicismo diventa il sostegno di una politica totalitaria. Questa tesi compare già in “Miseria dello storicismo”, e denota il passaggio da una critica metodologica a una critica ideologica dello storicismo stesso. Tale tesi viene poi esposta in modo più organico nell’opera più famosa di Popper, la già citata “La società aperta e i suoi nemici”. Pubblicata nel momento culminante della seconda guerra mondiale, quest’opera si presenta come un attacco a largo raggio contro lo storicismo, accusato - in tutte le sua varie forme, anche quelle teoricamente progressiste - di essere una “filosofia reazionaria”, mirante all’eversione delle istituzioni della società aperta e al ritorno ad una “società chiusa”.

Popper riprende – modificandola – l’antitesi tra società aperta e società chiusa già formulata da Henri Bergson; si tratta dell’antitesi tra una società fondata sull’esercizio critico dei poteri razionali dell’essere umano e capace di riconoscere la libertà d’azione degli individui (società aperta), e una società totalitaria organizzata secondo norme non modificabili (società chiusa). Lo storicismo, inteso come dottrina che afferma l’esistenza di leggi necessarie dello sviluppo storico e che pretende di enunciare “profezie” sul futuro dell’umanità, costituirebbe dunque il principale appoggio ideologico di quella “rivolta contro la civiltà” che si è delineata nelle diverse manifestazioni del totalitarismo contemporaneo.

Una volta assunta la fede nella necessità storica come emblema dello storicismo, la sua origine viene a coincidere con l’affermarsi dell’idea di “destino” (idea che è reiterata, ad esempio, nel “Tramonto dell’Occidente” di Oswald Spengler, ma che si ritrova con frequenza anche negli scritti di Max Weber). Popper, con un’operazione che gli ha attirato parecchie critiche, individua la maggiore espressione dello storicismo nel pensiero antico nella dottrina politico-sociale di Platone (con particolare riferimento alla caratterizzazione del filosofo-re nella “Repubblica”). Platone diventa così l’esponente della reazione alla società aperta realizzata dalla democrazia ateniese, nonché il teorico di uno “Stato ideale” che deve significare l’arresto del mutamento storico e l’avvento del governo dei filosofi come classe cui è attribuito il monopolio del sapere, possedendo essi soltanto la Verità.

Dal pensiero antico a quello dell’800, da Platone a Hegel a Marx, il profilo ideologico dello storicismo resta, per Popper, sostanzialmente il medesimo. Si tratta, in quest’ultimo caso, dello storicismo sorto sul terreno della cultura romantica, il quale trova la sua espressione organica nel sistema di Hegel e il suo rovesciamento apparente nell’opera di Marx. E’ indubbiamente uno storicismo diverso da quello platonico. Tuttavia, come la dottrina politico-sociale platonica è il maggior tentativo di reazione alla democrazia ateniese, così lo storicismo hegelo-marxiano è il punto di partenza delle ideologie totalitarie del mondo contemporaneo.

A differenza di Platone, la vita sociale non è più per Hegel un processo di degenerazione, bensì la realizzazione storica progressiva dell’Idea, e quindi un processo “intrinsecamente” razionale; la fede romantica nel progresso, d’altro canto, anima pure il materialismo storico di Marx. La concezione della storia come terreno di attuazione e di incontro degli “spiriti dei popoli”, che Hegel mutua dal nazionalismo romantico, e la concezione della storia come successione dialettica di periodi caratterizzati da forme diverse di organizzazione economica, formulata da Marx, hanno ben poco in comune con la tradizione platonica. Tuttavia, per Popper essi sono episodi dell’alveo storicistico; Hegel fornisce gli strumenti di giustificazione del nazionalismo contemporaneo, che si svilupperanno sino a culminare nel nazismo, mentre Marx pone le basi dottrinali dell’ideologia comunista.

Popper non è un pensatore reazionario, e non gli risulta quindi difficile riconoscere che Marx, criticando il capitalismo “laissez faire”, ha effettivamente individuato delle carenze delle società moderne; il marxismo possiede insomma un’ispirazione etica che non è possibile negare. Ma lo storicismo, che in Hegel significa l’assunzione di una dialettica dello sviluppo storico come realizzazione dell’Idea, diventa in Marx l’affermazione di un determinismo economico sul quale si basa la profezia della futura società comunista: la necessità della storia, e l’atteggiamento utopico-profetico che ne deriva, segna anche in questo caso la congiunzione fra lo storicismo e le sue implicazioni ideologiche totalitarie.

Ecco quindi che la polemica anti-storicista, la quale rappresentava a livello metodologico una difesa della scientificità delle scienze storico-sociali, diventa sul piano ideologico l’affermazione della fiducia nella possibilità di una guida razionale della società umana. Da un lato abbiamo il progetto di una trasformazione “globale” della vita degli uomini, formulata in termini utopistici; dall’altro il progetto popperiano di una trasformazione “parziale”, realizzata mediante tentativi liberamente progettati e sottoposti al costante vaglio dell’esperimento. Per Popper, l’atteggiamento razionale in storia e in politica è quello di una “ingegneria sociale” che procede mediante una serie di esperimenti, ingegneria che è sempre disposta a correggere fini e mezzi in base ai risultati realmente conseguiti.

In tal modo, la razionalità si presenta come il rispetto di certi “limiti”, come l’uso di determinate tecniche aperte in ogni momento a ogni possibile revisione che dovesse essere suggerita dalla prassi. Non si tratta di una razionalità intrinseca alla storia, ma di una razionalità limitata (come limitati e soggetti agli errori sono gli esseri umani); l’uomo, attraverso essa, cerca nella propria vita storico-sociale delle garanzie protettive per la propria libertà. La negazione di un significato immanente allo sviluppo storico, e la parallela affermazione della possibilità di dare alla storia un significato attraverso le azioni concrete degli uomini, è l’espressione conclusiva della fede razionale di Popper, sia contro il tentativo di elevare la ragione a entità assoluta e incontrovertibile, sia contro le tendenze irrazionalistiche di molte ideologie contemporanee. La polemica anti-storicistica, che dapprima si era configurata come rivendicazione della possibilità di un’analisi scientifica della società (e quindi razionale), diventa, in “La società aperta e i suoi nemici”, la rivendicazione della possibilità di una politica razionale.

Devo ripetere ancora una volta, a scanso di equivoci, che la connessione con il totalitarismo non sussiste per altre manifestazioni, altrettanto significative, dello storicismo contemporaneo (come il pensiero di Weber o di Croce). Né si può tacere sul fatto che l’interpretazione popperiana della filosofia politico-sociale di Platone è stata aspramente contestata. Queste critiche, tuttavia, perdono – almeno in parte – la loro forza ove si rammenti che lo scopo dell’analisi popperiana è essenzialmente polemico. Gli interessa andare alla ricerca degli antenati del totalitarismo del XX secolo negli anni 1939-1945, quando esso aveva assunto forme quali il nazismo tedesco, il fascismo italiano e lo stalinismo sovietico.

Tale accostamento polemico trova la propria base nella difesa della scientificità delle scienze storico-sociali. Vi è però una certa convergenza con alcune indicazioni dello storicismo più recente, nonché l’intento  di determinare la funzione politico-sociale concreta delle scienze sociali: esse diventano l’organo di controllo sperimentale per le proposte di trasformazione della società. Contrariamente ai marxisti, il filosofo austriaco afferma che nessuna entità è in grado di prevedere il futuro in modo scientifico, e ciò vale sia per gli scienziati che per le macchine: se potessimo prevedere le scoperte del futuro, verrebbe annullata la stessa differenza tra futuro e presente. E’ importante rammentare che, se si parte da simili premesse, risulta impossibile costruire una “storia teorica” nello stesso modo in cui si può costruire una fisica teorica. Ma se entra in crisi l’idea di un futuro scientificamente prevedibile, allora entra parimenti in crisi l’esigenza – a essa correlata – di una società totalmente pianificata. Le azioni umane hanno sempre delle conseguenze impreviste, e l’idea della pianificazione totale si rivela così un mito e null’altro.

Riedificare la società dalle fondamenta è un’impresa destinata a protrarsi nel tempo, ed è ipotizzabile che gli obiettivi iniziali subiscano delle modificazioni, anche profonde, nel corso degli anni. Se ciò è vero, significa che la società perfetta diverrà via via sempre più diversa anche per coloro che l’avevano inizialmente progettata. E una delle conseguenze più spiacevoli è che tutti coloro che in qualche modo si oppongono alla sua realizzazione vengono considerati alla stregua di persone che avversano il Bene Assoluto, e quindi perseguitati senza indulgenza. Chi si propone di donare all’umanità la felicità definitiva non può lasciarsi deviare da considerazioni di carattere meramente umanitario: ciò sarebbe un segno di debolezza. Ma gli obiettivi ideali si rivelano ben presto irraggiungibili, ragion per cui si prolunga all’infinito il periodo in cui è necessario reprimere con spietatezza gli oppositori; e così intolleranza ed autoritarismo si consolidano al di là delle buone intenzioni delle origini. Se si pensa che il mutamento sociale, nel corso della storia, non ha mai conosciuto arresti, la stessa idea di una società perfetta è priva di senso: anche se si può ammettere che una simile società potrebbe iniziare ad essere costruita, essa comincerebbe tuttavia ad evolversi “contestualmente”, modificandosi nell’atto stesso di venir edificata. E’ dunque fuorviante ipotizzarne la realizzazione, poiché essa dovrebbe essere immobile mentre lo sviluppo sociale non ammette, per definizione, l’immobilità.

L’importanza del suo contributo non deve però farci dimenticare che l’opera di Popper presenta anche parecchie lacune. Come già detto, è stato notato che la sua caratterizzazione di Platone come filosofo totalitario sembra trasferire categorie tipiche del pensiero moderno in un ambiente storico e culturale – come quello della Grecia classica – che era inevitabilmente assai diverso dal nostro. Parimenti, la sua difesa della liberaldemocrazia lo conduce spesso a trascurare le carenze più evidenti delle moderne società occidentali (a differenza di Max Weber), con il rischio di proporre una mera difesa dell’esistente. Si tratta, comunque, di difetti che nulla tolgono alla valutazione complessivamente positiva che del suo pensiero deve essere data. Quella di Popper è soprattutto una lezione di umiltà invero difficile da trovare nella storia della filosofia, poiché egli non si è mai stancato di sottolineare i limiti della natura umana che ci impediscono tanto di realizzare un ordine politico “perfetto”, quanto di conseguire una conoscenza di tipo “assoluto”.

Alla verità si può bensì tendere, ma essa è destinata a restare in ogni campo un ideale regolativo. Chi si dice certo di averla conseguita, non solo nella scienza o nella filosofia, ma anche in politica e in qualsiasi altro ambito d’indagine, cade nel dogmatismo e rinuncia automaticamente alla dote più preziosa che il genere umano possiede: la capacità critica. Come la storia dimostra, in campo socio-politico la pretesa di aver raggiunto la verità definitiva e inconfutabile ha sempre condotto l’umanità a conseguenze spiacevoli. Ecco perché occorre insistere sulla disponibilità che tutti noi dobbiamo avere a correre rischi: credere che l’assenza di problemi conduca alla felicità è un tragico errore, poiché la vita stessa crea problemi, e il loro dispiegarsi è una componente essenziale del processo conoscitivo.

Featured image, Max Weber (foreground) in 1917 with Ernst Toller (facing)
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