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Tempo e post-modernità

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

IsaiahBerlindi Michele Marsonet. Per quanto popolare il concetto di “post-modernità” possa essere oggi, in realtà nessuno è in grado di specificare che cosa significa vivere in un tempo post-moderno o post-storico. Eppure tale concetto ha assunto, nella filosofia e nella teoria politica dei nostri giorni, un ruolo di grande importanza. Prendendo spunto da considerazioni di Nietzsche e di Heidegger, alcuni autori contemporanei sono giunti alla conclusione che l’epoca moderna, dominata dall’idea di storia del pensiero come progressiva “illuminazione”, è finita, ragion per cui saremmo ora entrati in un periodo definibile, per l’appunto, come post-moderno.

Tra i sostenitori di questa tesi troviamo in Italia Gianni Vattimo, secondo il quale “ciò che caratterizza la fine della storia nell’esperienza post-moderna è che, mentre nella teoria la nozione di storicità si fa sempre più problematica, nella pratica storiografica l’idea di una storia come processo unitario si dissolve. L’emancipazione dell’uomo consiste certo anche nel riappropriarsi del senso della storia da parte di coloro che concretamente la fanno. Ma questa riappropriazione è una ‘dissoluzione’: Sartre scrive che il senso della storia deve ‘dissolversi’ negli uomini concreti che, insieme, la costruiscono. Questa dissoluzione va intesa in un senso molto più letterale di quanto non la intenda Sartre. Del senso della storia ci si riappropria a patto di accettare che essa non ha un senso di peso e perentorietà metafisica”.

Simili argomentazioni rivestono un certo interesse, soprattutto come manifestazione evidente dello spirito che domina buona parte del pensiero odierno. Sostiene quindi Vattimo che Nietzsche e Heidegger, negando radicalmente la nozione di fondamento, si trovano nella condizione, da un lato, di dover prendere criticamente le distanze dal pensiero occidentale in quanto pensiero del fondamento; dall’altro, però, non possono criticare questo stesso pensiero in nome di un’altra – e più vera – fondazione. Non avrebbe allora più senso parlare di “progresso”, essendo ormai finita la Storia intesa come succedersi di epoche in cui ognuna apporta idee nuove e un affinamento della nostra comprensione del mondo rispetto alle precedenti.

Collocandosi da questo punto di vista, Vattimo afferma che il marxismo è fallito perché, non accorgendosi della crisi irreversibile dell’umanismo, ha preteso invece di rinnovarlo proponendo un’immagine utopica dell’uomo da conseguire mediante la rivoluzione. La conclusione è che l’uomo contemporaneo, per realizzarsi compiutamente, deve invece accettare il suo destino, che è poi quello di vivere in un “mondo debole” nel quale anche il pensiero non può essere che debole, un mondo in cui “l’essere si dissolve nei reticoli di una società trasformata sempre più in un sensibilissimo organismo di comunicazione”.

In effetti, la stessa nozione di “modernità” è molto ambigua. Quando si cerca una definizione, quando si chiede di che cosa si stia parlando, si rimane con il classico pugno di mosche. Che cos’è la modernità? S’identifica, tout court, con il razionalismo, con l’illuminismo, con l’Occidente, con la società borghese, con il mercato? E, in caso contrario, quali rapporti intrattiene con queste altre entità ideali? O, per essere ancora più precisi, chi è moderno e rispetto a chi e in che cosa? La vaghezza del concetto è analoga a quella delle entificazioni ideologiche, screditate dalla storia recente.

Da tutto ciò si può trarre un’importante lezione. La conoscenza del filosofo, come quello dello storico o dello scienziato, è per forza di cose limitata al presente, e l’aggiunta di un “post-qualcosa” non è in grado di modificare la situazione. Il filosofo non può dirci in che cosa consista il tempo post-storico per il semplice fatto che egli, come tutti gli esseri umani, vive “nella” storia e non al di là di essa. L’essere umano è incapace di conseguire un qualsiasi tipo di conoscenza assoluta, anche se può immaginare che la conoscenza assoluta esista. La “fine della storia”, pertanto, si rivela una mera astrazione, il cui conseguimento porterebbe a trascendere la nostra natura intrinsecamente limitata.

Come accade nell’analisi della scienza condotta dai post-empiristi, acquista dunque valenza essenziale la considerazione del fattore-tempo. La filosofia non è più il tentativo di avere accesso a un mondo in cui nulla può cambiare, bensì la creazione di immagini possibili di un futuro in perenne divenire, nel quale non v’è alcuna ragione di pensare che il flusso del tempo si arresterà per dar luogo a un ordine finalmente stabile e perfetto. La differenza tra il fluire del passato e il fluire del futuro è semplicemente inesistente, e chi non comprende questo fatto si balocca con mere illusioni. Il fattore-tempo, in altri termini, dev’essere preso sul serio e posto al centro dell’attenzione.

Vanno abbandonati i tentativi platonici di giudicare la società e la tradizione culturale in cui viviamo da un punto di vista esterno, il quale può essere giustificato soltanto basandolo su un concetto di verità che sia contemporaneamente ineluttabile e impermeabile al cambiamento. Ma ciò significa, per l’appunto, prendere sul serio il fattore-tempo e privilegiare l’azione rispetto alla contemplazione, senza presupporre che la filosofia possa vantare qualche tipo di supremazia fondativa nei confronti della politica.

La storia della filosofia diventa a sua volta una serie ininterrotta di ridescrizioni volte a mutare l’immagine che gli uomini hanno di se stessi in una determinata epoca o in un certo contesto culturale, e va da sé che il susseguirsi delle immagini, e dei linguaggi che le esprimono, è spiegato dalla necessità del cambiamento culturale e dall’obsolescenza cui vanno incontro tutti i prodotti umani.

Come afferma Isaiah Berlin, se si considera illusoria la pretesa di risolvere in modo definitivo i conflitti di valori, “non foss’altro perché alcuni valori ultimi possono essere incompatibili tra loro, e che la nozione stessa di un mondo ideale in cui essi si trovino riconciliati è un’impossibilità concettuale (e non meramente pratica), allora, forse, il meglio che si possa fare è tentare di promuovere una qualche specie di equilibrio, fatalmente instabile, tra le diverse aspirazioni di gruppi differenti di esseri umani”. Si potrà quindi parlare di un’immagine “migliore” rispetto a un’altra, senza però scordare che tale aggettivo deve essere relativizzato a un contesto che nel flusso del tempo acquista il suo vero significato.

Poiché l’illusione dell’autotrascendimento e del superamento dei limiti è una caratteristica insita nella natura umana, non v’è motivo di pensare che tale illusione sia davvero finita: i nostri successori continueranno a illudersi proprio come abbiamo fatto noi e coloro che ci hanno preceduto. L’antidoto a tutto ciò – ma si tratta di un antidoto debole, che non è in grado di contrastare la seduzione delle illusioni – consiste nel considerare la storia come sede delle azioni umane, azioni che a loro volta si compiono in uno scenario contingente. Sfuggire alla dimensione della contingenza significa, se si vuol essere coerenti, introdurre nella storia elementi non umani, vale a dire fattori che rimandano a qualcosa in grado di conferire un significato ultimo alle azioni e alla storia stessa.

Featured image, Sir Isaiah Berlin, author Lucinda Douglas-Menzies, source Wikipedia.

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7 Comments on Tempo e post-modernità

  1. Mi sembra che la questione del termine post moderno sia una questione di nominalismo. E’ chiaro che nel corso della storia avvengono cambiamenti più o meno significativi e all’intercorso tra l’uno e l’altro viene appiccicato un nome. Che senso hanno nomi come medioevo o futurismo? Quando iniziano e quando finiscono? Eppure dalla fine delle invasioni barbariche al rinnovato interesse per la classicità questo termine può essere accettato. E il futurismo dai proclami marinettiani alla fine degli anni ’40 si può applicare ad una parte della produzione artistica senza remore. Anche se già un Boldini aveva opere con forme poi usate dai futuristi, e tuttora presenti in tante opere. Certo l’essersi posto il problema del suo significato ha permesso questa bella analisi del …precontemporaneo? se consideriamo il post moderno finito. Ma vale il termine contemporaneo per l’oggi o ne dobbiamo trovare un altro?

  2. Mi pareva che il testo fosse scritto in modo chiaro, ma forse non è così. Alla base di tutto c’è ancora una volta l’illusione della “fine della storia”, con un avvertimento che ho già espresso in altre occasioni. Come possiamo noi, essere limitati che nella storia siamo immersi, astrarci da essa al punto di proclamarne la fine? Impossibile, ma è un errore che viene puntualmente ripetuto.

    • Ma forse il poco chiaro sono stato io. Al riguardo del post, se gli si dà il significato che la storia ha chiuso il suo ciclo, è una pataccata, anche se fatta da pensatori peraltro meritevoli di attenzione, Se invece lo si intende come un vocabolo usato per indicare che la storia sta segnando un punto singolare nel suo percorso (e la globalizzazione potrebbe esserlo) può essere accettato – e sarà proprio la storia della lingua che lo confermerà o meno, ma non noi – come il futurismo non ha nulla di futuro e il cubismo non ha nessun cubo. I più cubi sono le Brill Box di Warhol, ma sono Pop! Comunque il suo post è stato una esauriente e interessante analisi sul concetto di storia.

  3. Serve proprio cambiare un cartellino all’insieme di vecchie culture quando quando queste continuano ad essere praticate in forma anomala rispetto alle necessità insorgenti da un nuovo modo di vivere? Quando parlo di culture intendo dire tutto ciò che riguarda arte mestieri e professioni. Col cambiamento di tutto qualcosa rimane. Da ciò che leggo, tuttavia, credo di percepire che in molti pensino che stiamo raggiungendo la fine dei tempi il che non vuol dire la fine del mondo, ma il termine di una lunga era che ha visto l’umanità in guerra con se stessa. Viviamo come sospesi mentre pensiamo di ridare senso ad un esistenza avvolta in una cultura globale vissuta in un corpo che continua ad essere vincolato alla località.
    Un tempo la domanda eccedeva l’offerta; oggi l’offerta eccede sulla domanda. Povertà e classi sociali non possono più avere spazio.
    Alludo ha chi ha voglia di parlare di post socialismo e post liberalismo. Secondo mo’ non ci sono ideologie post. Le ideologie vivono periodi più mono lunghi e si sostituiscono sempre con le nuove, o vecchie che tornano utili.

  4. Post-moderno lo riconoscerei come l’ennesimo frangersi di un sogno. Sogno di senso, di antropocentrismo, di linearità… dopo questa iperbole di “Secolarizzazione” in cui Dio si è nascosto ma – malgrado Nietzsche – non è mai davvero morto.
    Abbiamo dato importanza e ragione a un pezzetto di tempo che adesso inizia ad impazzire.
    Ma folle era credere che tutto potesse solo crescere. Magari poi cambierà come pensiamo concetti come eterno o anche infinito – più vicini allo statico, forse più veri… 🙂

  5. Reblogged this on 50. Cose che ho imparato and commented:
    Io il Post-moderno lo riconoscerei come l’ennesimo frangersi di un sogno. Sogno di senso, di antropocentrismo, di linearità… dopo questa iperbole di “Secolarizzazione” in cui Dio si è nascosto ma – malgrado Nietzsche – non è mai davvero morto.
    Abbiamo dato importanza e ragione a un pezzetto di tempo che adesso inizia ad impazzire.
    Ma folle era credere che tutto potesse solo crescere. Magari poi cambierà come pensiamo concetti come eterno o anche infinito – più vicini allo statico, forse più veri… 🙂

    • Cerchiamo la verità in ciò che cambia. È falso. Dobbiamo cercarla in noi stessi e nel modo come trascorrere meglio la nostra esistenza. Se ci chiediamo perchè esistiamo dobbiamo anche risolvere il problema su cosa si può, si vuole e si deve fare per essere liberi di esistere. Basta potere per volere, dovere per potere e volere per potere: il tutto si riassume nel fare per fare, È bello fare per rendersi utili, per migliorare, per amare. Antropocentrismo è una teoria discutibile. La natura non esiste per noi siamo noi che esistiamo in armonia con la natura. Possiamo modificarla in ragione che la nostra esistenza la reintegri in ragione di quanto consumiamo. Sta sorgendo un nuovo, formidabile business che porterà la corporalità dell’uomo a rilocalizzarsi mentre lo spirito vivrà in tempo reale col mondo globalizzato.

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