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Scienze umane e scienze naturali (seconda parte)

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Max_Weber_and_brothers_1879di Michele Marsonet. (continua dalla prima parte) Riprendendo quanto detto in un precedente articolo, gli empiristi sottolineano il ruolo delle generalizzazioni per spiegare i fenomeni che costituiscono l’oggetto di studio delle scienze sociali. Vi è tuttavia un altro approccio, oggi piuttosto popolare, che attribuisce invece importanza primaria agli aspetti specifici e particolari delle varie culture, sostenendo che il vero compito dell’indagine sociale è la “interpretazione” delle pratiche sociali dotate di significato. Si manifesta allora un’antitesi radicale tra “spiegazione” da un lato e “comprensione” dall’altro. La spiegazione si basa sulla capacità di identificare le cause generali di un evento, mentre comprendere significa scoprire il significato di un evento (o di una pratica) all’interno di un particolare contesto. Il compito delle scienze umane diventa pertanto quello di ricostruire il significato delle pratiche sociali.

L’approccio di cui stiamo parlando si chiama “ermeneutico”: esso tratta i fenomeni sociali come “testi” (si pensi per esempio a un testo letterario) che devono essere decodificati mediante la ricostruzione – basata sulla nostra immaginazione – della significanza dei vari elementi che fanno parte di un’azione o evento sociali. Non è difficile allora capire che per i sostenitori dell’approccio ermeneutico le scienze sociali e quelle naturali sono radicalmente diverse, giacché le prime dipendono inevitabilmente dal processo interpretativo – tipicamente umano – del comportamento significante e delle pratiche sociali che su tale comportamento sono fondate. In altri termini, la scienza naturale si occuperebbe di processi causali oggettivi, mentre quella sociale riguarderebbe azioni e pratiche significanti. Soltanto i processi causali possono essere spiegati e descritti oggettivamente; azioni e pratiche richiedono invece interpretazione e comprensione. Per riassumere: la spiegazione è l’obiettivo delle scienze naturali, e la comprensione è lo scopo di quelle sociali. Ne consegue, tra l’altro, l’impossibilità di applicare il modello nomologico-deduttivo (o “modello Popper-Hempel”) della spiegazione a storiografia, sociologia, scienza politica, antropologia, etc.

Un resoconto adeguato dell’azione umana dovrebbe pertanto rendere comprensibile ciò che gli individui-agenti fanno; da un simile punto di vista, lo scopo delle scienze sociali non può ridursi alla predizione di eventi , siano essi considerati isolatamente o in quanto inclusi in modelli: una spiegazione soddisfacente “deve” dare un senso alle azioni degli individui.

Questi sono i punti principali – tra loro correlati – comuni a ogni programma di tipo ermeneutico:
1) Le azioni e le credenze individuali possono essere comprese soltanto mediante una procedura interpretativa, grazie alla quale lo scienziato sociale punta a scoprire il loro significato per l’agente (colui che compie l’azione o intrattiene la credenza).
2) Tra le varie culture si manifesta una radicale diversità circa il modo in cui la vita sociale viene concettualizzata, e tali differenze generano mondi sociali diversi.
3) Le pratiche sociali (promesse, regole lavorative, legami di parentela, ecc.) sono “costituite dai” significati che i partecipanti attribuiscono ad esse.
4) Non esistono “fatti bruti” nella vita sociale, cioè fatti che non rimandino a specifici significati culturali.

Le conseguenze sono piuttosto chiare. Per ottenere un’analisi soddisfacente di un certo fenomeno sociale, risulta necessario interpretare i significati che gli individui di un gruppo attribuiscono alle loro azioni e relazioni. La scienza sociale, pertanto, non può evitare di essere ermeneutica, e gli approcci che non adottano questo metodo, come quelli empiristici, sono semplicemente fuorvianti.

Si noti che, seguendo questa strada, uno scienziato sociale (per esempio un antropologo) che si trovi ad analizzare una pratica di un certo gruppo non si chiede quali siano i processi che l’hanno generata, poiché il modello che egli ha in mente non prevede spiegazioni causali. Il modello non fornisce alcuna spiegazione della pratica stessa, ma una sua lettura “contestuale”, intesa a chiarirne il significato per i membri del gruppo sotto indagine.

Per gli studiosi di credo ermeneutico gli esseri umani sono individui che attribuiscono alla dimensione simbolica della vita un ruolo essenziale, e agiscono in base alla loro capacità di interpretare la realtà circostante. La comprensione è a sua volta fondata su fattori quali: (a) una rappresentazione del mondo (sia naturale che sociale) nel quale si trovano a vivere; (b) un insieme di valori e di scopi che caratterizzano i loro bisogni; (c) un complesso di norme che fissano i limiti oltre i quali un’azione diventa trasgressiva; (d) una concezione dei loro poteri e delle loro capacità. Diventa quindi necessario descrivere i valori, le visioni del mondo e le assunzioni di fondo riferendosi sempre, tuttavia, a una particolare cultura o a un certo gruppo sociale. Fornire l’interpretazione di un’azione significa descrivere un contesto culturale e lo stato d’animo dell’agente (o degli agenti) in modo tale da rendere intelligibile a noi le sue (o le loro) azioni. Interpretare è discernere il significato di una pratica sociale entro un sistema di simboli e rappresentazioni culturali.

Come prima accennavo, secondo gli ermeneuti esiste una forte somiglianza tra l’interpretazione di un’azione umana e quella di un testo letterario. In entrambi i casi colui che interpreta ha a che fare con un insieme di elementi significanti, e cerca di scoprire le connessioni di significato che sussistono tra essi (è proprio questo fatto a rendere l’interpretazione un processo ermeneutico anche a livello sociale). Quando la descrizione viene fornita, l’interpretatante dimostra che il comportamento dell’agente, malgrado l’apparenza contraria, non è “irrazionale”; piuttosto esso concorda con un sistema culturale e normativo più vasto, e da questo fatto si può comprendere che il sistema stesso è coerente. L’azione non va quindi identificata con il risultato che consegue: essa ha una connotazione intrinsecamente “simbolica”.

Come può lo scienziato sociale esaminare l’azione significante? O, per dirla in modo diverso, esiste un “metodo ermeneutico” che possa guidarlo nel processo interpretativo? Una formulazione molto importante dell’idea di “metodo per le scienze sociali” si trova in molti scritti di Max Weber, e in particolare nella sua nozione di “verstehen” (comprensione). E’ netta, in Weber, la distinzione tra scienze sociali e scienze naturali. A suo avviso le discipline storico-sociali si occupano di fenomeni psicologici e mentali, la cui comprensione costituisce un problema specifico e assai diverso da quella delle questioni che sorgono nelle scienze della natura. Le scienze della cultura – egli scrive – sono le discipline che analizzano i fenomeni della vita in base al loro significato culturale. La significanza di una configurazione di fenomeni culturali non può essere derivata e resa intelligibile da un sistema di leggi analitiche, in quanto lo stesso concetto di “cultura” è inestricabilmente legato ai valori.

Più che di “spiegazione” (come fanno gli empiristi), si deve quindi parlare di “comprensione esplicativa”: cioè una comprensione razionale della motivazione, la quale consiste nel collocare l’azione in un più vasto contesto di significati. Weber usa spesso il termine “empatia” per caratterizzare tale processo, ma non ipotizza l’esistenza di una facoltà autonoma che consentirebbe di interpretare lo stato d’animo dell’agente. Si tratta piuttosto di prendere in considerazione i possibili propositi, valori e credenze in grado di generare l’azione, e di cercare poi di determinare, attraverso l’evidenza diretta o indiretta, se l’interpretazione è corretta o meno. Il metodo della “comprensione”, pertanto, è basato in primo luogo sulla formazione di ipotesi; tramite esse lo scienziato sociale formula una congettura circa lo stato d’animo dell’agente, e poi cerca di verificare la validità della propria congettura osservando le azioni e le espressioni verbali di colui che agisce.

Ancora una volta gli antiempiristi notano che i fenomeni sociali, oltre a essere intrinsecamente dotati di significato, non possono venir equiparati ai fenomeni oggettivi studiati dalle scienze naturali. I campi elettromagnetici hanno proprietà oggettive e indipendenti dai modi in cui gli esseri umani li concepiscono. Gli ermeneuti affermano che, al contrario, istituzioni e pratiche umane dipendono per la loro stessa natura proprio dai modi in cui le persone che partecipano ad esse le concepiscono. In quest’ambito non abbiamo quindi le leggi di Newton, le forze di Volta o i meccanismi di Darwin, ma “costruzioni” come quelle di Burckhardt, Weber e Freud: cioè disvelamenti sistematici di “mondi concettuali” in cui vivono i personaggi del passato o le persone con turbe psichiche.

Si deve inoltre notare la preferenza per la “specificità” culturale manifestata dai teorici dell’interpretazione. Essi insistono sulla fondamentale variabilità culturale dei significati umani, cosicché dal loro punto di vista risultano inutilizzabili tutti i resoconti che astraggono dai tratti tipici della cultura che viene esaminata. Non vi sono elementi universali (transculturali) che ci mettano in grado di confrontare a colpo sicuro gruppi e società diversi, e le generalizzazioni privilegiate dagli empiristi altro non fanno che portare lo scienziato sociale fuori strada. Sul piano dell’ontologia sociale non esistono entità universali, il che significa che i concetti utilizzati all’interno di un certo gruppo non possono essere applicati ad altri gruppi; tale tesi richiama subito alla mente la nozione della “incommensurabilità dei paradigmi scientifici” elaborata da Kuhn.

L’approccio ermeneutico ai fenomeni sociali si può dunque condensare in queste tesi di fondo:
(1) Tutte le azioni umane sono filtrate da una visione del mondo soggettiva;
(2) Di inter-soggettività si può parlare, ma solo riferendosi a un gruppo specifico;
(3) La scienza sociale è possibile solo se è in grado di penetrare nel mondo degli individui;
(4) Tutte le azioni sociali debbono essere interpretate sulla base dei significati individuali.

Naturalmente ci si può chiedere se gli ermeneuti hanno validi motivi per sostenere che soltanto il loro approccio può dar vita ad una scienza sociale degna di questa nome. I loro avversari insistono sulla vaghezza dei termini usati e sull’incapacità del modello ermeneutico di fornire spiegazioni. A loro avviso la scienza sociale ermeneutica si riduce a una semplice collezione di interpretazioni e di “letture” di diversi tipi di società, senza tener conto del ruolo giocato nei fenomeni sociali dalle leggi e dalle cause. Si noti, comunque, un punto essenziale che riguarda il concetto di “natura umana”. Per gli empiristi esiste davvero qualcosa di questo tipo, e la diversità delle elaborazioni culturali non esclude affatto la presenza di tratti comuni. Per gli antiempiristi vale il contrario: non esiste alcuna natura umana in quanto tale, ma tante nature umane quanti sono i gruppi socio-culturali.

Featured image, Max Weber and his brothers, Alfred and Karl, in 1879