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Filosofia contemporanea e il nodo dei rapporti tra scienza e metafisica (2)

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

640px-Frans_Hals_-_Portret_van_René_Descartesdi Michele Marsonet. L’assoluta preminenza che la filosofia del linguaggio assume nel tipo di approccio che ho delineato in un precedente articolo viene confermata dalle seguenti affermazioni di un autore più recente come Micheal Dummett, per il quale essa ha rimpiazzato tanto la gnoseologia quanto la metafisica, diventando quindi la nuova filosofia prima: “la teoria del significato è la parte fondamentale della filosofia che sottende tutte le altre. Infatti la filosofia ha, come suo primo se non unico compito, l’analisi dei significati, e più a fondo va tale analisi, più è dipendente da una corretta spiegazione generale del significato, un modello di ciò in cui consiste la comprensione di un’espressione: per questo la teoria del significato, che è la ricerca di tale modello, è la fondazione di tutta la filosofia, e non l’epistemologia, come Descartes ci ha erroneamente portato a credere”.

E’ in questo caso evidente l’influenza kantiana. Mentre per Kant l’apparato concettuale che filtra l’esperienza è collocato nell’intelletto, per i filosofi di tendenza analitica del ’900 esso si situa invece nel linguaggio. Entrambi parlano insomma di pre-condizioni della conoscenza, identificate in un caso nelle categorie e nell’altro nel linguaggio. E’ dunque chiaro che, per la filosofia di orientamento linguistico di cui sto parlando, alla domanda kantiana: “Quali sono le condizioni che rendono possibile la conoscenza umana?” si deve sostituire quest’altro quesito: “Quali sono le condizioni che rendono possibile il discorso significante?” E poiché proprio al filosofo spetta il compito di rispondere, l’attività filosofica del conferimento del significato diventa l’alfa e l’omega dell’intera conoscenza.

Si noti che l’eliminazione neopositivista della metafisica si rivela a questo punto assai più teorica che reale. Tradizionali questioni metafisiche del tipo: “Qual è la struttura della realtà?”, “Che cosa esiste realmente?” trovano un puntuale corrispettivo in domande come: “Qual è la struttura del nostro linguaggio?”, “Di quali entità possiamo veramente parlare?”. Si passa insomma da un’assolutezza di tipo metafisico a un’assolutezza di tipo linguistico, e ciò spiega perché Rudolf Carnap abbia inteso tradurre tutte le asserzioni metafisico-ontologiche tradizionali in asserzioni concernenti la struttura del linguaggio. Per esprimerci in termini carnapiani, possiamo affermare che gli enunciati del linguaggio-oggetto metafisico-ontologico debbono essere tradotti in enunciati del meta-linguaggio di una filosofia concepita, appunto, come analisi linguistica.

Com’è noto il neopositivismo logico è oggi in crisi e, pur essendo i suoi seguaci ancora numerosi, la sua supremazia nell’ambito della filosofia della scienza è stata rimpiazzata da quella della cosiddetta epistemologia post-empirista. Non posso in questa sede ripercorrere le varie tappe del suo sviluppo, e mi limito quindi ad accennare in modo schematico alla figura-chiave di Karl R. Popper, autore per alcuni aspetti ancora vicino al positivismo logico, ma la cui epistemologia fasificazionista ha prodotto una vera e propria rivoluzione dalla quale tutto il post-empirismo ha tratto alimento.

A differenza dei neopositivisti, Popper ritiene sia impossibile operare una cesura netta tra enunciati analitici e sintetici e tra teoria e osservazione; un enunciato generale, a suo avviso, non è affatto il prodotto di tante osservazioni particolari, e le teorie scientifiche altro non sono che congetture liberamente create dalla mente umana nell’intento di spiegare i fenomeni. Teoria e osservazione sono dunque sempre legate tra loro, e non esiste osservazione al di fuori di un certo contesto teorico (non si dà, insomma, l’osservazione pura). La tesi secondo cui l’osservazione è sempre impregnata di teoria ha prodotto, da Popper in poi, una serie di grandi rivolgimenti nella filosofia della scienza. Se ad esempio affermiamo che la dimensione teorica è prioritaria rispetto a quella osservativa, e se per di più attribuiamo alle teorie scientifiche un carattere creativo, allora i “salti” che spesso si verificano nella storia della scienza, le intuizioni geniali che consentono di interpretare in modo nuovo i fenomeni, si possono spiegare più facilmente di quanto non avvenga utilizzando il modello neopositivista.

Per quanto ci riguarda, si deve comunque notare che la critica al modello neopositivista conduce Popper a impostare su basi relativamente nuove il rapporto tra scienza e metafisica (e tra linguaggio e realtà). Nella sua autobiografia, infatti, egli afferma: “In Carnap ci sono molte cose sulle quali non sono s’accordo, anche se convengo con lui che in quasi tutti i sistemi filosofici c’è qualcosa di ‘deprimente’; non credo però che sia la loro ‘pluralità’ ciò che si deve biasimare; e penso che sia sbagliato pretendere l’eliminazione della metafisica”. In sostanza, Popper ritiene che sia ridicolo proibire di dire qualcosa che non appartiene alla scienza. Non si possono piantare paletti e segnali di divieto di questo tipo, in quanto l’uomo può fare sia discorsi scientifici che non scientifici: l’importante è non confonderli. E’ vero che Popper definisce la scienza come la classe delle proposizioni controllabili ma, lungi, dal mettere al bando la metafisica, egli pensa che l’incontrollabile speculazione metafisica sia uno stadio iniziale nella formazione di audaci congetture più controllabili.

Per il pensatore austriaco, dunque, la metafisica rientra a pieno diritto nel novero del discorso significante, tenendo però conto del fatto che le sue teorie sono diverse da quelle scientifiche. Mentre queste ultime sono sempre suscettibili di essere sottoposte al procedimento di falsificazione, le prime non lo sono. Esiste tuttavia a suo parere una sorta di contiguità tra scienza e metafisica, nel senso che nella storia del pensiero teorie che fino a un certo momento erano di tipo metafisico si sono poi trasformate in teorie scientifiche a tutti gli effetti. Occorre allora trovare dei validi criteri di demarcazione che consentano di delimitare i due campi, ricordando che spesso avvengono passaggi dall’uno all’altro. Ma – fatto ancor più importante – accade di frequente che idee metafisiche, pur restando tali, forniscano utili spunti agli scienziati, con il che si riconosce alla metafisica una funzione “euristica”. Dal momento che le teorie scientifiche sono un frutto creativo della mente dello scienziato di genio, la metafisica ha indubbiamente influenza sull’elaborazione delle ipotesi scientifiche, e ciò significa che la scienza deve costantemente fare i conti con essa. Su un punto però Popper non si distacca dal neopositivismo: soltanto in ambito scientifico si dà vera conoscenza e, in tal senso, la metafisica finisce pur sempre per svolgere una funzione ausiliaria.

Come prima dicevo, a partire da Popper la filosofia della scienza entra in un periodo di grande creatività. Man mano che i fondamenti della concezione neopositivista vengono contestati, assistiamo a una serie di scossoni sempre più violenti che condurranno, per finire, all’anarchismo metodologico di Feyerabend. Molti sono i nomi che occorre citare, da Imre Lakatos a Thomas S. Kuhn, da Hilary Putnam a Willard V. Quine, e ognuno di essi meriterebbe indubbiamente una trattazione a parte. Per esempio Quine, nel celebre saggio degli anni ’50 “Due dogmi dell’empirismo”, dimostrò che la rigida separazione tra asserti analitici e sintetici, sostenuta dai neopositivisti, non regge se viene sottoposta a un’attenta analisi logica; partendo da tale constatazione egli ha compiuto una sintesi originale di pragmatismo e positivismo logico.

Noto a questo punto che la razionalità è, in buona misura, capacità di “idealizzare”, di trascendere il mero dato empirico. Nel riconoscere il nostro percorso evolutivo, non dobbiamo trascurare il fatto che soltanto gli esseri umani, nel mondo da noi conosciuto, sono in grado di costruire una dimensione ideale della realtà e di staccarsi dalla realtà stessa così come è percepita dai sensi. La razionalità può dunque essere caratterizzata anche come l’espressione della capacità di vedere non solo come le cose attualmente sono, ma come potrebbero essere state e come potrebbero essere in futuro, ad esempio se decidessimo di agire in un modo piuttosto che in un altro.

La “dimensione del possibile” svolge inoltre una funzione essenziale non solo nel nostro modo di rapportarci al mondo circostante, ma anche nelle decisioni concernenti le alternative che abbiamo di fronte, nella pianificazione delle azioni e nel ragionamento ipotetico. La condotta razionale implica un ricorso costante alla possibilità: siamo sempre impegnati a prevenire delle possibilità, oppure a realizzarne altre, cosicché una teoria della possibilità diventa indispensabile ai fini della comprensione del pensiero e delle azioni umane. Se dovessimo caratterizzare gli esseri umani unicamente in base alla capacità di pensare a ciò che esperiscono direttamente con i sensi, diverrebbe arduo comprendere i fattori che determinano la differenza tra gli uomini e gli altri esseri viventi che con essi condividono lo stesso ambiente naturale. Se qualcuno trova inappropriato insistere sulla dimensione della possibilità quando si parla di scienza, si rifletta su queste parole di uno scienziato come Giuseppe Sermonti: “Le teorie scientifiche, chiediamoci, riguardano veramente la realtà, oppure si occupano del possibile? Pensiamo alla teoria della gravitazione universale di Newton: riguarda masse particolari, là dove sono, oppure la massa ideale nello spazio ideale? Essa è verificata dal comportamento di gravi particolari, ma certamente è teoria perché vale per ogni massa: questa realtà scientifica non la si incontra per strada”.

Considerazioni come queste sono molto importanti quando si affronta il tema oggetto di questa analisi. E’ un dato di fatto che il contrasto scienza/metafisica, così come è stato impostato da una parte almeno della filosofia del ’900, appare oggi assai meno netto rispetto a pochi decenni orsono. In particolare risulta problematico stabilire dei criteri di demarcazione tra i due campi che siano, da un lato, adeguatamente precisi, e che godano dall’altro di un consenso sufficientemente vasto. Con il fallimento dei tentativi volti a dimostrare che il mondo è una costruzione logica ottenibile da descrizioni semplici dei dati di esperienza, e la conseguente crisi del principio di verificazione, il problema di separare la scienza dalla metafisica ha manifestato di nuovo tutta la sua complessità. E’ stato notato, a tale proposito, che il principio di verificazione fu introdotto per risolvere le perplessità metafisiche, ma le perplessità metafisiche, alla fine, hanno vinto.

Nel constatare che si verifica una relazione di scambio dinamico tra scienza e metafisica, molti autori contemporanei sono dunque giunti alla conclusione che una linea di confine precisa tra i due campi non può essere tracciata. Ad esempio Quine, contrariamente a quanto affermano i positivisti logici, sostiene che non vi sono proposizioni immuni dalle revisioni suggerite dall’esperienza, con ciò negando la possibilità di distinguere nettamente analitico e sintetico. Per lui ogni proposizione fa parte di una sorta di “rete”; quelle della logica e della matematica si collocano al centro di detta rete, ma questo non significa che esse siano immuni da qualsiasi revisione, ragion per cui “Diventa assurdo cercare una qualsiasi linea di demarcazione fra proposizioni sintetiche, che si fondino sull’esperienza contingente, e proposizioni analitiche, che valgono quali che siano i dati dell’esperienza. Si è perfino proposto di modificare la legge logica del terzo escluso come un mezzo per semplificare la meccanica quantistica; e che differenza c’è in linea di principio fra una modifica del genere e quella per cui Keplero ha preso il posto di Tolomeo o Einstein quello di Newton o Darwin quello di Aristotele?”.

Se le cose stanno così, metafisica e scienza sono contigue l’una all’altra. La metafisica si differenzia dalla scienza semplicemente perché usa categorie più generali di quelle utilizzate in ambito scientifico. Si noti, a questo punto, che la metafisica diventa una disciplina di tipo “anche” (ma non soltanto) osservativo, nel senso che essa ha bisogno di ricorrere a un’attenta fenomenologia delle caratteristiche più generali della realtà. La sua struttura è come quella di un edificio molto complesso, dove il punto di partenza – le fondamenta dell’edificio – è dato dalla nostra esperienza globale e primaria del mondo. Tuttavia, i nostri schemi concettuali fanno in ogni caso da filtro ai fini della comprensione del mondo. Ne consegue che, prima di affrontare l’analisi metafisico-ontologica della realtà, dobbiamo affrontare l’analisi semantica e quella epistemologica, in quanto il filtro del linguaggio è pur sempre all’opera e non può essere trasceso. E’ evidente che, procedendo lungo questo sentiero, una risposta definitiva ai quesiti metafisici non può essere data. E ciò dipende dal fatto che noi, come affermò Otto Neurath introducendo una famosa metafora, siamo sempre imbarcati su una sorta di “nave concettuale” e giudichiamo la realtà in base ad una particolare cornice di riferimento.

Rammento infatti che secondo Neurath ci troviamo spesso nella situazione di un minatore che, sollevando la lampada e diffondendo la luce in un punto particolare della miniera, vede ricadere nel buio le zone che erano prima illuminate. Ciò significa che abbiamo sempre a che fare con un’intera rete concettuale e non con concetti isolati, e Neurath aderisce quindi alla visione di Duhem (poi fatta propria da Quine) secondo cui ogni proposizione è imbevuta di ipotesi di ogni tipo, le quali discendono a loro volta da una particolare concezione del mondo. Ne consegue che “Noi siamo come marinai che devono ricostruire la loro nave in mare aperto, senza poter iniziare da capo da cima a fondo. Se una trave viene tolta, deve essere subito sostituita da una nuova, e intanto tutto il resto della nave viene usato come supporto. Così, grazie alle vecchie travi e ai pezzi di legno alla deriva, la nave può essere interamente rifatta – ma solo per mezzo di una ricostruzione graduale”.

Featured image, René Descartes

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  1. “Noi siamo come marinai che devono ricostruire la loro nave in mare aperto, senza poter iniziare da capo da cima a fondo. Se una trave viene tolta, deve essere subito sostituita da una nuova, e intanto tutto il resto della nave viene usato come supporto. Così, grazie alle vecchie travi e ai pezzi di legno alla deriva, la nave può essere interamente rifatta – ma solo per mezzo di una ricostruzione graduale”
    Questa è l’allegoria che mi mancava, allorché dovetti installare gli orologi marcatempo nelle sedi nell’area del Compartimento di Venezia dell’Enel gravanti sulle regioni del Trentino Alto Adige, del Veneto e del Friuli Venezia Giulia. Le uniche risorse che avevo erano gli accessi dove entrano ed escono le persone, le persone che con me collaboravano, e gli informatici del centro elaborazione dati. Si era all’inizio degli anni settanta e più volte, per recarmi al lavoro dovetti scavalcare (d’accordo con i miei amici del sindacato) i Sit-in di persone piuttosto arrabbiate. Realizzate le procedure, scritti i manuali giunse il fatidico primo giorno del mese in cui la pausa caffè fu possibile trascorrerla solo nella sede li lavoro assegnata. Quell’istante, alle otto del mattino, fu come il marinaio nel sistemare l’ultimo particolare della sua opera di ricostruzione.
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    Ricostruire la nostra Patria come fece il marinaio, equivarrebbe a immaginare le risorse che sarebbero occorse se si avesse voluto far riprendere il mare alla Costa Concordia dall’Isola del Giglio. Secondo me, quel nome, “Costa Concordia” segna come un presagio!

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