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L’uragano Gelmini e la morte (annunciata) delle università italiche

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Mariastella_Gelmini_2di Michele Marsonet. Dopo un lungo e faticoso travaglio è entrata finalmente a regime la legge Gelmini, che riforma in modo radicale il sistema universitario italiano. Premetto un paio di considerazioni. Quel “finalmente” non denota affatto gioia e soddisfazione da parte di chi scrive, e dirò poi il perché. In secondo luogo la riforma viene indebitamente abbinata al nome della ex ministra dei governi Berlusconi. In realtà il vero ideatore e anticipatore è Luigi Berlinguer, cugino del più celebre Enrico, nonché sommo nume tutelare della svolta burocraticistica (e mi si perdoni il brutto termine) subita dai nostri atenei.

Che il sistema di istruzione superiore nazionale avesse bisogno di una scossa, e pure incisiva, è – ed era – chiaro a tutti. Assai dubbio, invece, è che proprio di una riforma come questa si sentisse la necessità. Se l’innovazione rischia concretamente di peggiorare l’esistente anziché migliorarlo significa che qualcosa non va, e a farne le spese saranno tutti viste le dimensioni di massa che l’università italiana ha acquisito negli ultimi decenni.

Un primo esempio. Il desiderio di innovazione nasceva dall’esigenza, largamente condivisa, di diminuire il peso della burocrazia in ambito universitario. La “Gelmini” fa esattamente il contrario: ormai la metà del tempo (e spesso oltre) dei docenti universitari è assorbito da questioni burocratico-amministrative, con un incredibile numero di moduli e formulari da riempire e di calcoli da eseguire con ritmo quotidiano. Più che semplificare, insomma, la suddetta riforma complica le cose con modalità spesso assurde.

A ciò si aggiunga la continua espansione del personale amministrativo. In teoria sarebbe un’ottima mossa. A patto, però, che tale espansione servisse a sgravare i docenti dalle incombenze burocratiche lasciandoli liberi di svolgere le attività per cui – sempre in teoria – sono pagati: didattica e ricerca. Bene, è accaduto l’esatto contrario. Il numero degli impiegati aumenta, ma crescono pure gli impegni burocratici dei professori.

Un secondo esempio. Nel vecchio ordinamento c’erano delle strutture – i dipartimenti – nelle quali si faceva la ricerca scientifica, e altre – le facoltà – che si occupavano di didattica coordinando l’attività dei corsi di studio. E’ una divisione piuttosto naturale che si trova in molti altri Paesi, soprattutto in quelli avanzati.

A Mariastella Gelmini venne in mente che, invece, tale divisione fosse assurda, e puntò a riunire ricerca e didattica in un’unica struttura. Forse perché – affermano i maligni – lei di ricerca scientifica e di didattica universitaria mai si era occupata in vita sua, prima della folgorante carriera politica che la trasformò in poco tempo da perfetta sconosciuta a personaggio tra i più citati da giornali e mass media in genere. E trascuro per carità di patria i gossip privati che cercano di spiegare i motivi di un’ascesa tanto repentina.

In alcuni casi il posto delle facoltà è stato preso dalle “scuole”, che hanno tuttavia compiti assai più limitati poiché devono coordinare l’attività dei dipartimenti. Questi ultimi, a loro volta, dovrebbero coordinare quelle dei corsi di studio, in un gioco di scatole cinesi che i più non sono ancora riusciti a decifrare completamente. Ne risulta, tra l’altro, che non è del tutto chiara la separazione delle competenze tra i direttori dei dipartimenti e i presidi delle scuole. I vari organi hanno redatto i loro regolamenti, ma in modo così confuso da lasciare spazio a una pletora di interpretazioni spesso in contrasto tra loro.

Un terzo esempio. In precedenza il consiglio di facoltà era il luogo dove tutti i docenti s’incontravano almeno una volta al mese per discutere dei problemi comuni. Certo a volte diventavano delle arene di combattimento, ma svolgevano un ruolo essenziale proprio perché la partecipazione era plenaria.

Tutto questo ora scompare. Ci sono i consigli di dipartimento che riuniscono solo i docenti afferenti a certi settori disciplinari, e i consigli delle scuole che sono – chissà perché – talmente ristretti da risultare talora invisibili. Viene dunque a mancare un momento di aggregazione e di confronto generale che nella vita accademica è indispensabile.

Nel contempo, come ho già detto, l’apparato amministrativo composto da funzionari e impiegati assume un peso sempre crescente, a volte diventando il vero responsabile delle linee d’indirizzo generali degli atenei.

Si dice che la riforma Gelmini sia stata realizzata per favorire gli studenti, ma non si capisce bene in che senso. Prima era facile per loro individuare il corso di studi che desideravano seguire, giacché essi afferivano a facoltà il cui nome indicava subito gli ambiti disciplinari di competenza. Ora le scuole spesso  assumono nomi fantasiosi. Lo stesso vale per i dipartimenti, che hanno subito processi di accorpamento tutt’altro che virtuosi.

Passerà del tempo prima che l’università italiana si riprenda da questo ulteriore shock, ammesso che ripresa ci sia. L’impressione è quella di avere di fronte l’ennesimo pasticcio italico, un guazzabuglio nel quale studenti, docenti e personale amministrativo debbono loro malgrado nuotare.

Si poteva fare assai meglio e di più, e non si venga a dire che intanto si è pur fatto “qualcosa”. E’ un ragionamento assurdo, tipico di coloro che non capiscono l’importanza dell’istruzione universitaria per il futuro del Paese.

Featured image, Mariastella Gelmini.

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1 Comment on L’uragano Gelmini e la morte (annunciata) delle università italiche

  1. marzio // 15 June 2014 at 20:03 //

    Penso che Marsonet (mio vecchio professore alla Statale di MIlano) abbia pienamente ragione, purtroppo pochi sono fini intenditori e sanno agire di conseguenza.

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