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Sull’etimologia del toponimo Tàranto e dell’appellativo taràntola

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Castello_Aragonese(Taranto)di Massimo Pittau. Intorno alla connessione e alla etimologia del toponimo Tàranto e dell’appellativo taràntola «ragno velenoso» (con corpo peloso, grigio a disegni bianchi e neri e con morso velenoso, ma non mortale) ci sono stati nel passato molti interventi e molto disparati degli studiosi, tanto che sarebbe troppo lungo esporli tutti e anche semplicemente riassumerli (DELI). Con questo mio breve intervento mi propongo quattro scopi principali: 1) Tentare un’opera di semplificazione; 2) Presentare alcune nuove connessioni linguistiche; 3) Presentare alcune nuove connessioni onomastiche; 4) Prospettare la matrice ultima dell'appellativo.

1) L’appellativo tarantola ricorre come tarántula nel calabrese, nello spagnolo, nel portoghese e nel greco moderno ed è del tutto evidente che questa forma è il diminutivo di taranta. Questa ricorre già in Leonardo da Vinci, ma la sua prima attestazione risale a Goffredo Malaterra: taranta quidam vermis est araneae speciem habens, sed aculeum veneniferae punctionis… (anno 1064-65). Ciò egli dice, ma con riferimento a un monte di Palermo chiamato Tarantinus e in seguito Mons Tarantarum, infestato da questi insetti, che diedero molto fastidio a Roberto il Normanno (DEI 3718).

Ed è stato già sostenuto – a mio avviso, del tutto giustamente – che il toponimo Taranto (greco Tárhas,-ntos, lat. Tarentum/s) deriva appunto da taranta «ragno velenoso» a motivo della particolare presenza di questo insetto nel territorio di quella città.

Anche per le approfondite ricerche di E. De Martino (La terra del rimorso, Milano 1961), è del tutto noto che dalla taranta è derivato in epoca recente l’appellativo tarantismo per indicare «forme di convulsioni isteriche» e che nel Meridione d’Italia si riteneva di guarire dalla puntura dell’insetto e/o dalle convulsioni con la “danza della tarantola”.

E da questa è derivato in seguito, sempre nel Meridione d’Italia, il nome della danza particolarmente vivace che viene detta tarantella.

D’altra parte il nostro appellativo è stato molto fortunato sul piano lessicografico, dato che dai suoi derivati sono sorti molti altri appellativi forniti di significati molto disparati: «salame di tonno», «orciolo», «soldato greco», «inganno», «vistoso-a», «rigogolo, clorione, verdone» (uccelli), “nome di pesce”, «sorta di rete da pesca», «sorta di tessuto», tutti diffusi nella Penisola italiana e pure nell’Italia settentrionale (DEI 3717-8; GDLI).

2)          Intendo adesso procedere a istituire una stretta connessione etnografica e linguistica tra il Meridione d’Italia e la Sardegna.

  Anche in Sardegna è conosciuto il ragno in questione e precisamente il «ragno volterrano o mutilla» (Latrodectus tredecimguttatus), col nome di vária, várgia, váglia, (b)ária, (b)árgia, (b)arza, braxa, arxa, sraxa, che deriva dal lat. varia «variopinta, screziata» (perché appunto tale è nel corpo). Questo ragno velenoso è assai temuto in Sardegna e la sua puntura veniva curata col paziente immerso fino al collo nel letame e con un ballo di donne (o nubili o sposate o vedove) fatto attorno a lui oppure con la sua chiusura dentro il forno ancora caldo (DES II 567; NVLS).

Sta però di fatto che in varie zone della Penisola e pure in Corsica col nome di tarantola si intende il «geco o stellione» (Tarantula Mauritanica), che è una lucertola dal corpo tozzo, pelle a squame verrucose, che con dita a spatola si arrampica sui muri alla caccia di insetti, detta perciò anche «lucertola dei muri». E col medesimo nome si intende pure la «salamandra», lo «scorpione» e il «tarlo» (REW 8569; DEI 3717-8).

È molto probabile che questo appellativo ricorresse già nella lingua etrusca, come lascia intendere abbastanza chiaramente il nome del borgo toscano Teròntola (Arezzo), la cui forma fonetica si adatta quasi alla perfezione a quella dell’appellativo taràntola con alternanze di fonemi che ormai sono ben conosciute (LLE, Norme pgg. 7-9). D’altronde è un fatto che la citata mutilla – come abbiamo visto sopra – si chiama anche «ragno volterrano», segno evidente che l’insetto era conosciuto anche in piena Toscana etrusca.

Una seconda connessione linguistica con la Sardegna ci assicura che pure nell’Isola il «geco o stellione» si chiama tarántula, taráttula, taráthula, (Nùoro) tattaruledda, thatharuledda, (Orune) tarathuledda, (Lodè) arathuledda,(Ollolai) theráncula, ceréntula (DES II 466; SN 162; NVLS). Invece l’altra variante rántula presenta la “deglutinazione” del supposto articolo determinativo sardiano o protosardo ta– (UNS 57; NVLS s. vv.).

Il geco o “lucertola dei muri” è del tutto inoffensivo, ma in Sardegna è temuto assai; e per questo motivo, unico ma importante, si spiega come col medesimo appellativo si sia chiamato tanto il citato «ragno velenoso» quanto il geco. Il fatto che il medesimo appellativo abbia i numerosi significati di «ragno velenoso», «geco», «salamandra», «scorpione», «tarlo» si può spiegare in termini di lessicografia etnografica: secondo consolidate usanze e credenze popolari questi insetti sono “velenosi” o sono ritenuti tali, ragion per cui probabilmente è intervenuto uno scambio “tabuistico” fra tutti quei significati, l’uno adoperandosi invece dell’altro con un intento apotropaico. E già questa importante circostanza spinge ad intendere che l’appellativo abbia una origine molto antica.

3)                Tarentum, Terentum esisteva anche dentro Roma e precisamente indicava una zona del Campo di Marte vicino al Tevere (Ovidio, Fasti 1.501; Valerio Massimo 2.4.5). Questa denominazione sarà derivata o dalla particolare presenza di uno dei due citati insetti oppure – forse meglio – dal fatto che nella zona il Tevere ha un percorso “serpentino”, proprio come quello del geco.

Inoltre si vede bene che il noto gentilizio romano Tarentius, Terentius (RNG) è derivato appunto da Tarentum, Terentum come originario cognomen col significato di «tarantola» (ragno o geco) oppure di «(individuo) tarantolato».

4) Infine c’è da osservare che la diffusione del nostro appellativo, con i suoi differenti significati, comprende tutta la Penisola italiana e pure la Padania e le tre isole maggiori, Corsica, Sardegna e Sicilia, poi la Francia meridionale, la Catalogna, la Spagna e il Portogallo e questa sua vastissima diffusione induce ad una sicura conclusione etimologica: si tratta di un “relitto del sostrato mediterraneo preindoeuropeo”, soprattutto del Mediterraneo occidentale.

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Bibliografia con sigle  

DEI     Battisti C.- Alessio G., Dizionario Etimologico Italiano, I-V, Firenze 1950-1957.

DELI   Cortelazzo M. – Zolli P., Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, I-V, Bologna 1979-1988; DELI² II ediz. a cura di M. Cortelazzo e M. A. Cortelazzo, col soprattitolo Il nuovo etimologico, 1999.    

DES     Wagner M. L., Dizionario Etimologico Sardo, I-III, Heidelberg 1960-1964.

GDLI   Battaglia S., Grande Dizionario della Lingua Italiana, I-XXI, Torino 1961-2002.

LLE      Pittau M., Lessico della lingua etrusca, Roma 2013, Società Editrice Romana (QuIRIOn 5 (2012)

NVLS   Pittau M., Nuovo Vocabolario della lingua sarda – Fraseologico ed etimologico, Ipazia Books (edizioni digitali) 2014 .

REW    Meyer-Lübke W., Romanisches Etymologisches Wörterbuch, III Auflage, Heidelberg 1935.

RNG    Solin H. & Salomies O., Repertorium nominum gentilium et cognominum Latinorum, Hildesheim-Zürig-New York 1988.

SN        Pittau M., La Sardegna Nuragica, Sassari 1977, 5ª ristampa 1988; II ediz. riveduta e aggiornata, Cagliari 2006, Edizioni della Torre.

UNS    Pittau M., Ulisse e Nausica in Sardegna, Nùoro 1994, ediz. Insula.

Featured image, il castello aragonese di Taranto, fonte Wikipedia.

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2 Comments on Sull’etimologia del toponimo Tàranto e dell’appellativo taràntola

  1. Taranto: deriva dal greco Taras, Tarantos che forse deriva dal nome del fiume Taras, Tara, oppure si collega ad un termine sanscrito taranta-h, ossia mare, poiché si trova sul mare.
    L’inquadramento etimologico del nome della città di Taranto è tutt’altro che facile. Il toponimo Taras (in greco: Τάρας), primo nome della città, è strettamente collegato alla colonizzazione ellenica della Magna Grecia che si ebbe a partire dall’VIII-VII secolo a.C. con le colonie ioniche e doriche: oltre che sulle monete magno-greche risalenti al periodo di massimo splendore della città[10], il toponimo compare anche sulla Mappa di Soleto, la più antica mappa geografica occidentale proveniente dall’antichità classica, incisa su un piccolo frammento di un vaso attico smaltato di nero.
    Taras era una figura della mitologia greca, figlio di Poseidone e della ninfa Satyria, nonché leggendario fondatore della città di Taranto, e questa dovrebbe essere tutt’altro che una coincidenza.
    Tuttavia, non è possibile del tutto escludere la derivazione del toponimo dal nome del fiume Tara, oppure dal termine sanscrito taranta-h (cioè “mare”).Con la tarantola, quindi, mi pare che la città di Taranto abbia poco a che fare. è quanto ho sempre saputo io…ma io chi sono, rispetto al Prof. Massimo Pittau?

    • Gentile Lettrice,

      La connessione etimologica del toponimo Tàranto con l’appellativo taràntola è ormai accettata da tutti i Dizionari etimologici italiani recenti (una decina) ed io non ho fatto altro che approvarla e recepirla.

      Di mio ho aggiunto 1) Il riferimento alla lingua etrusca in virtù del toponimo toscano Teròntola; 2) Il riferimento al nome protosardo del geco, taruledda e poi il riferimento etnografico alla danza effettuata attorno all’individuo tarantolato, cioè morso dalla tarantola; 3) La spiegazione del toponimo Tarentum, Terentum documentato nel Campo di Marte, cioè nel cuore dell’antica Roma (toponimo che evidentemente non può fare riferimento al “mare”); 4) La derivazione del noto gentilizio latino Terentius, Tarentius da Tarentum, Terentum.

      Orbene, se Lei respinge la suddetta connessione etimologica di Taranto con tarant(ul)a, sappia di avere contro di sé tutti gli etimologisti italiani recenti.

      Comunque, grazie per l’attenzione dimostratami

      Massimo Pittau

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