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Da Mario Tronti a Norberto Bobbio: sui tratti comuni del totalitarismo

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

425px-Marx_olddi Michele Marsonet. Le grandi dottrine totalitarie che negli ultimi due secoli hanno dato vita a “esperimenti” politico-sociali di segno opposto continuano a essere considerate dai più del tutto alternative. Quando qualcuno si permette di notare che v’è tra esse una certa contiguità e che alcune radici comuni possono essere dimostrate, la reazione è di solito rabbiosa. Sono ancora pochi gli studiosi che si avventurano su questo sentiero e, se lo fanno, giova loro il riparo fornito da una precisa appartenenza ideologica. Caso tipico quello di Mario Tronti, maggior teorico italiano dell’operaismo, ma anche fine interprete del pensiero di Carl Schmitt.

A Tronti va il merito di aver compreso già in anni lontani che – per quanto strano possa sembrare – il grande filosofo del diritto legato al nazionalsocialismo trovava in Marx parecchie anticipazioni. Scrisse infatti Schmitt che Marx “raggiunge una potente forma di raggruppamento in base alla distinzione amico-nemico”, riconoscendogli in modo implicito una sorta di anticipazione della sua concezione della storia e dell’aspra critica al liberalismo.

Ma gli esempi non si fermano certo qui. Si può dire, al contrario, che sono fin troppi. Restando in ambito italiano, il legame tra Gentile e Gramsci è noto e ampiamente studiato. Tuttavia l’organicismo che li accomuna non è stato tematizzato da molti. Per il filosofo siciliano il liberalismo altro non è che atomismo inconcludente e individualismo astratto. Il pensatore sardo rincara la dose affermando che lo stesso liberalismo fornisce soltanto un’interpretazione ristretta e, soprattutto, classista dell’idea di libertà. La libertà si concretizza solo quando diventa pienamente consapevole di essere tale ovvero, in termini di attualismo gentiliano, affinché si dia vera libertà la storia deve diventare autocosciente.

Forse oggi, con il tramonto delle grandi ideologie, risulta più facile riconoscere la “matrice comune” cui accennavo sopra. E’ un errore considerare progressisti tutti i progetti utopici, poiché esistono anche utopie regressive e conservatrici. Ma non solo di questo si tratta, poiché una sorta di filo rosso unisce Marx e i suoi epigoni agli esponenti di spicco del pensiero conservatore e di destra. In effetti la filosofia occidentale da Platone in avanti è attraversata da un filone anti-individualista che predica il ritorno a una società organica, armoniosa e priva di conflitti, sottintendendo ovviamente che una simile società è in effetti esistita, anche se il suo ricordo si perde nella notte dei tempi. A tale filone appartengono non solo Platone, ma anche Hegel, Marx, Nietzsche e Heidegger. Sul versante opposto troviamo invece tutte le correnti – pre-borghesi o borghesi – paladine dell’individualismo, e quindi i sofisti, i rappresentanti dell’Umanesimo, illuministi, empiristi e positivisti.

In fondo Popper aveva già colto l’essenza del problema notando che non può esistere alcuna società umana senza conflitti: essa sarebbe “una società non di amici ma di formiche”. Dobbiamo quindi accettare i conflitti di valori e di principi; non solo per la loro fecondità, ma anche perché essi costituiscono la vera garanzia dello sviluppo dell’individuo (delle cui sorti, invece, gli organicisti s’interessano assai poco). Aveva dunque ragione Isaiah Berlin a battersi contro le concezioni secondo cui esistono soluzioni definitive ai problemi dell’umanità, e per di più realizzabili sulla terra. In realtà le “soluzioni finali” sono realizzabili con successo soltanto nella mente dei filosofi, poiché lo studio della società mostra che ogni soluzione crea situazioni nuove le quali, a loro volta, generano nuovi bisogni, nuovi problemi e nuove domande.

Mette pure conto sottolineare l’enorme influenza del pensiero filosofico quando abbandona le cattedre e le aule per essere applicato alla realtà di tutti i giorni. E’ difficile separare le responsabilità dei pensatori, non importa se di destra o di sinistra, da quelle di capi politici come Hitler e Stalin che trasposero le loro teorie nella realtà. Dunque anche le idee filosofiche fanno la storia. Se è vero che la realtà sarebbe molto diversa da come oggi è senza la bussola, la stampa e la polvere da sparo, è altrettanto vero e dimostrabile che avremmo ora un mondo assai differente se Marx non avesse scritto le sue opere.

Poco prima della sua scomparsa Norberto Bobbio affermò che “resta la differenza tra un’ideologia perversa non solo nei mezzi ma anche nei fini (il nazismo) e una perversa nei mezzi e salvifica nei fini (il comunismo). Ci si potrebbe domandare se la bontà del fine non renda ancora più evidente la perversità dei mezzi. Come si è potuto pensare che un fine buono potesse essere raggiunto con mezzi cattivi?”. Il problema, tuttavia, è stabilire che cosa significa l’espressione “fine buono”. Non bisogna dimenticare che, per quanto riguarda gli esseri umani, la bontà dei fini va sempre commisurata ai limiti delle loro capacità cognitive. E soltanto un pieno riconoscimento di tali limiti può aiutarci a smettere di pensare alla storia in termini di fini “salvifici”.

Featured image, Karl Marx.

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