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I venti di guerra e l’azzardo cinese

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

600px-Senkaku_Diaoyu_Tiaoyu_Islandsdi Michele Marsonet. Quanto sta avvenendo nello scacchiere del Pacifico è importante per motivi parzialmente diversi da quelli menzionati da giornali e mass media in genere. Il sorvolo delle isole Senkaku (o Diaoyu se si preferisce l’accezione cinese) da parte dei B-52 americani, peraltro disarmati, ha il suo rilievo come atto dimostrativo. A molti sono tornate in mente le scene della guerra del Vietnam, dove questi mastodonti vennero impiegati in modo intensivo ma senza ottenere risultati di rilievo sul piano puramente militare. Distruzioni enormi che, però, non riuscirono affatto a piegare vietcong e nordvietnamiti.

Né sorprende più di tanto la determinazione giapponese di difendere le isole. Alcuni l’attribuiscono al neonazionalismo di Shinzo Abe e del suo governo conservatore, scordando che l’orgoglio nazionale fa parte del DNA del Giappone. Non credo che un altro governo si sarebbe comportato diversamente in tali circostanze. A differenza di alcuni commentatori, ritengo che l’occidentalizzazione non abbia stravolto i tratti essenziali del Paese come gli americani si erano proposti di fare alla fine del secondo conflitto mondiale.

L’interrogativo vero riguarda invece la Cina che, abbandonando la tradizionale prudenza in politica estera, ha compiuto un gesto da “grande potenza” creando – o tentando di creare – una zona assai vasta di identificazione e difesa aerea che include, non certo a caso, anche le Shenkaku-Diaoyu. Senza dubbio si tratta di una decisione arbitraria e non condivisa a livello internazionale. Fatte le debite proporzioni, il caso assomiglia alla decisione di Gheddafi di nazionalizzare l’intero spazio aereo del Golfo della Sirte. Al defunto leader libico andò male, nel caso di cui stiamo parlando è difficile prevedere l’evolversi della vicenda.

Si noti tuttavia che da parte cinese sono nel frattempo giunti alcuni chiarimenti. I portavoce civili e militari si sono affrettati a dire che non si tratta affatto di una “no-fly zone”. Agli aerei stranieri si richiede “solo” di riconoscere la sovranità aerea della Repubblica Popolare su un’area assai vasta del Mar Cinese Orientale. Mica roba da poco. Infatti i chiarimenti non hanno sortito effetti e l’atteggiamento americano, giapponese e di molti Paesi vicini è rimasto rigido. A ragione, si direbbe, visto che si tratta di una decisione unilaterale e senza alcun avallo da parte di una qualsiasi autorità internazionale.

Il punto in fondo è questo: quanto è credibile la Cina come superpotenza militare? Certo i numeri sono impressionanti, e gli americani ancora ricordano l’improvvisa valanga dei soldati di Mao che quasi travolse fanti e marines USA in Corea. Le attuali forze armate cinesi hanno conservato i grandi numeri dotandosi inoltre di armamenti sempre più sofisticati, ultimo esempio il “Lijian” (Spada affilata), il primo drone da guerra invisibile made in China. Ciò nonostante non è noto quanto esercito, marina e aviazione del colosso asiatico siano efficienti dal punto di vista operativo. I numeri, si sa, da soli non bastano, ed è spesso la qualità a prevalere sulla quantità.

Come aveva puntualmente previsto Edward Luttwak, l’atteggiamento aggressivo della Cina ha subito causato il compattamento delle nazioni vicine. Non si parla soltanto del Giappone, rimasto in fondo avversario storico a dispetto degli intensi scambi commerciali. L’allarme coinvolge Corea del Sud, Taiwan, Filippine, Thailandia, Malaysia, Vietnam e perfino l’Australia che, pur lontana, ha interessi rilevanti nell’area. Senza ovviamente scordare gli Stati Uniti che godono ancora di una certa superiorità strategica in loco.

Il controllo governativo dei mass media, in Cina, è pressoché totale, e ciò impedisce di capire se vi siano attualmente tensioni tra partito e forze armate e all’interno dello stesso partito (anche se qualche timido segnale ogni tanto trapela). Per la Cina, a questo punto, è difficile tornare indietro senza perdere la faccia, ma altrettanto difficile risulta andare avanti senza provocare un’escalation dagli esiti imprevedibili. Anche perché, come ho già rilevato in precedenza, non si hanno notizie certe circa la sua reale efficienza militare.

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