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L’Avana, amore mio: raccontare L’Avana leggendo Carpentier.

di Gordiano Lupi. Alejo Carpentier è uno dei più grandi scrittori cubani del Novecento. Nasce all’Avana nel 1904, muore a Parigi nel 1980. Viaggia molto, prima da esule, poi da addetto culturale della Cuba di Castro e vive a lungo in Francia. Abbraccia la RivoluzioneCubanacon grande convinzione e ne diventa una delle voci letterarie più importanti, formando con Nicolas Guillén e altri autori il Gruppo Minorista.

Le sue opere principali sono: I passi perduti (1953), Il secolo dei lumi (1963), Il ricorso del metodo (1974), Concerto barocco (1974) e L’arpa e l’ombra (1979). Nel 1977 ottiene il Premio Cervantes, ultimo riconoscimento prima di morire, e ha la fortuna (come Guillén) di andarsene prima dello sfaldamento totale degli ideali per cui ha lottato. Peccato che siano poche le opere di Carpentier tradotte in italiano. Tra queste ricordiamo: Il secolo dei lumi (Sellerio), Ufficio di tenebre (Besa) e L’Avana, amore mio (Baldini & Castoldi). Se sono andato a rileggermi L’Avana, amore mio – acquistato alla Feltrinelli di Firenze alcuni anni fa – è stato per merito di Francesca Mazzucato e di un progetto organizzato con il festival di letteratura indipendente di Pontedera, dove parleremo dei rispettivi luoghi dell’anima (Marsiglia e L’Avana). Nel corso degli anni nessuno ha descritto L’Avana meglio di Alejo Carpentier e tutti quelli che provano a cimentarsi in questa operazione devono confrontarsi con la sua importante lezione artistica.

L’Avana, amore mio è una raccolta di articoli, interventi, piccoli saggi, che Carpentier dedica alla sua città dal 1925 al 1973, testimoniando cambiamenti e continuità storica, momenti di decadenza e splendore culturale, passione e rivoluzione. Carpentier diventa il cantore dell’Avana, lo scrittore che torna a casa dopo undici anni di esilio e ama tutto della sua città, persino lasciarsi cullare sotto il sole feroce del mezzogiorno, quando i tacchi affondano nell’asfalto reso molle dal caldo. Non è cambiata molto L’Avana, anche se sono passati più di ottant’anni, resta sempre una città senza tempo e fuori dalla storia. I vecchi quartieri del porto sono ancora intatti nella loro voluttuosa arroganza fatta di spirito vagabondo, Plaza dela Catedral è sempre bella e vetusta, le strade danno ancora la sensazione di essere padroni della città, senza obblighi da rispettare e marciapiedi da seguire. Non ci sono più le vecchie osterie spagnole sul mare, ma solo tanti locali per turisti che confinano la gente del posto al ruolo di accattoni della notte per un ingresso in cambio di amore mercenario. Le strade sono affollate della solita gente sudata che si lascia vivere con leggerezza, senza troppi affanni, che inventa, giorno dopo giorno, vie d’uscita per un’esistenza incerta.

Carpentier ci dice che L’Avana non è una città stupida, ma una città fantastica dove lasciar correre la memoria lontano dalle abitudini. Si rende conto che per amarla a fondo occorre sentirne la mancanza, averla abbandonata molti anni prima e infine ritrovarla, cambiata ma sempre identica a se stessa e ai sogni di un ragazzino partito per lidi lontani. Lo scrittore perlustra la città con gli occhi del turista, osserva piccole palme, piccoli alberi da cocco, piccole sapote, piccoli mamoncillos. Si lascia suggestionare dalla bellezza di uno spettacolo romantico fatto di castelli coloniali, con torri e fossati, che ricordano tempi di pirati e bucanieri, ma anche di conquistatori spagnoli. El Morro e La Cabaña sono ancora là, giganti di marmo sopra le cui mura passa la storia senza dimenticare tracce e ferite. Il porto dell’Avana è ancora l’unico al mondo a dare una sensazione precisa che la nave, al suo arrivo, penetri dentro la città, solo che adesso nessuno raggiunge L’Avana via mare e le imbarcazioni che solcano il mare sono piccole lancitas che collegano Regla, barche commerciali e transatlantici di lusso per crociere internazionali. L’Avana è ancora una città provinciale, proprio come ai tempi di Carpentier, magari non si fa più la passeggiata in auto per il Prado e il Malecón, anche perché la benzina è un bene di lusso e non va sprecata, ma si va avanti e indietro per il Boulevard, ci si ferma a conversare davanti al Capitolio e ci si spinge fino al mare passando per Centro Avana, senza molto da fare, solo inventare la vita. L’Avana di oggi è ben descritta dai romanzi intensi di Pedro Juan Gutierrez, ricchi di personaggi picareschi e incredibili, simbolo di una Cuba disperata alla perenne ricerca del modo per sbarcare il lunario. Certo che oggi è quasi impossibile incontrare avaneri che si possono permettere cappello panama e vestiti di tela tropicale. Non è facile imbattersi in abitazioni lussuose costruite in stile coloniale, a parte la ridicola scenografia di Centro Avana a uso e consumo del turismo di massa, di chi passa e guarda indifferente la decadenza di una città perduta. Ancora oggi concordo con Carpentier che una delle cose da visitare dell’Avana è il mercato, ma non quello finto per turisti che si tiene dietro Plaza de la Catedral, dove si vendono le solite cianfrusaglie che si trovano in ogni parte del mondo. Per conoscere L’Avana e lo spirito cubano bisogna visitare un mercato vero, dove ci sono i venditori di guarrapo (bevanda energetica ricavata dalla canna da zucchero), gli ambulanti che smerciano frutta raccolta in campagna, gli strilloni che ti fanno avvicinare al banco di carne e pesce, le persone che ti chiedono di comprare un cartoccio di maní (noccioline tropicali). Lo strillo del venditore ambulante è stato immortalato da vecchie canzoni come El manicero, annuncio vocale che mette in guardia, spesso accompagnato da strumenti musicali, a volte basta la voce. Come l’uccello ha il suo grido, ogni venditore ha il suo canto, dice Carpentier. Adesso ci sono meno venditori ambulanti all’Avana rispetto agli anni Quaranta, ma resta ancora una città provinciale dove si possono sentire le urla stridule del venditore di mango, il gridare intenso dell’arrotino e il melodioso canto dei venditori di tamarindo e noccioline. L’Avana è fatta di contatto con la gente, viva e calorosa come in poche località del mondo, ma anche di rapporto quotidiano con l’arte povera, popolare, con le iscrizioni sui muri e le insegne colorate. Dopo il trionfo della Rivoluzione fanno parte di quest’arte povera anche i dipinti che inneggiano a Fidel, al fatidico Venceremos, alla memoria e all’esempio di Che Guevara, agli eroici guerriglieri che hanno dato la libertà alla patria e che continuano una dura lotta antimperialista. È Cuba pure questa, anche se ormai sono in pochi a credere al contenuto di certi cartelli propagandistici. Fanno parte del colore locale e delle suggestioni che ci portiamo dietro al ritorno dal viaggio, come sono elementi della realtà caraibica le navi in miniatura messe in bottiglia, i carretti che venditori di granizado, gelati e dolci spingono per le vie della città. Le strade dell’Avana sono vive e non pittoresche, sono strade dove si inventano traffici e commerci, dove l’arte di arrangiarsi supera la più sfrenata fantasia, sono luoghi d’incontro con mulatte sorridenti e ragazzi simpatici dalla battuta pronta. Le strade dell’Avana sono uno spettacolo perenne: teatro, caricature, dramma, commedia, in esse c’è materia viva, umanità, contrasto, dice Carpentier.  Niente a che vedere con il pittoresco. Qui c’è materia viva per scrittori, più che per turisti superficiali e distratti. Non per niente Hemingway frequentava le strade dell’Avana, i locali notturni e i quartieri periferici. Non c’è strada dell’Avana che non abbia la sua buca, ci sono autisti di taxi che le conoscono per nome e sanno con precisione dove si trovano. Questo era vero ai tempi di Carpentier ed è realtà quotidiana ancora oggi, non c’entra niente il periodo speciale e non vanno incolpate le ristrettezze economiche. La buca è una costante cubana, fa parte del corredo urbano ed è completamente ineliminabile, serve a distinguere un buon guidatore da un turista inesperto. All’Avana c’è un porto stupendo, una baia che sembra penetrare nel cuore della città, anche se la gente del posto non vive di mare e mangia poco pesce. Il rapporto con il mare però è importante, anche solo per assaporare l’aria dell’oceano e immaginare una ventata di libertà. Nella baia dell’Avana ci sono Regla e Casablanca, collegate da una lancita che porta gente da una parte all’altra della città a ogni ora del giorno. Casablanca mi fa pensare a certi paesi della costa basca spagnola e non per l’architettura delle case, ma perchè in fondo a ogni strada si vede sempre un’imbarcazione, dice Carpentier. Casablanca è una città edificata sul fianco di una collina, le case possiedono il caratteristico tetto cubano fatto di tegole, ma anche portoni e balconi, è una città capricciosa costruita su vie tortuose, piena di carattere e suscettibile come una donna cubana. Casablanca è l’unico luogo dell’Avana in cui è ancora possibile trovare la calma che è stata esiliata dalla città più rumorosa del mondo, dice Carpentier. Ed è ancora vero. Un gigantesco Cristo in marmo bianco s’innalza come enorme sentinella della baia e del porto avanero, mentre poco distante il piccolo centro di Regla dà vita ai culti afrocubani della santería. Per pochi pesos una lancia, come fosse un tappeto magico, ci porta a Regla, la città del mistero, dove regna una sensazione di prodigio. Il santuario di Regla appaga la curiosità dell’osservatore attento, di chi non riesce a capire che la religione cubana è ancora oggi un miscuglio di tradizioni africane e di riti cristiani. Carpentier descrive un’Avana città incompiuta, piacere infinito per un collezionista che trova la perfezione del lungomare, del clima, del cielo azzurro intenso solcato da nubi biancastre, ma anche l’abbandono degli angoli cadenti e della case dissestate. Pure questo è il fascino dell’Avana, donna dal trucco sempre in disordine che deve sottoporsi a eterni ritocchi per rendersi presentabile. L’Avana rimarrà per sempre una città incompiuta, proprio questo la rende unica e inimitabile, non certo la perfezione artificiale del Boulevard e delle strade battute dal turismo internazionale.

Gli avaneri amano le strade di una città caotica che si getta tra le braccia dell’oceano. Non sopportano la campagna che lasciano per gli uccelli, come dice un vecchio detto cubano, pure se ai tempi di Batista andava di moda avere la casa in campagna. Adesso più che una moda può essere una necessità, perché in campagna si sopravvive con poco e basta avere un po’ di terra da coltivare, un maiale e qualche gallina da allevare per sbarcare il lunario. Vivere all’Avana è impossibile per chi non dispone di copiose rimesse da parte di parenti all’estero e per chi non esercita un’attività illecita o collaterale al turismo. Non si campa con i miseri stipendi di Stato che oscillano dai cinque ai venticinque dollari al mese. Resta il fatto che l’avanero non ama la campagna, preferisce le strade illuminate e i locali da ballo al silenzio fatto di lucciole, grilli e un crepuscolo tenebroso. Niente al mondo ci può far perdere il fascino delizioso di una passeggiata per i vecchi moli del porto, l’ambiente non è consigliabile durante le ore notturne, ma troviamo la brezza della sera anche quando altrove è scomparsa ed è affascinante perdersi dentro le vecchie mura della città. L’Avana è ancora oggi la città delle colonne e dei colori pastello, ocra, blu seppia, beige, verde oliva, ma è anche città fatta per sfruttare l’ombra, bene prezioso a queste latitudini. L’Avana, città costruita dai coloni sulle rive del fiume Almendares, si espande tra colonnati e porticati verso un centro sempre più distante dal vecchio porto, lungo strade piene di chiasso e fermento, tra ambulanti e commercianti invadenti, carretti di frutta, carne, tamarindo, granite e gelati. Non è cambiata molto L’Avana dai tempi di Carpentier, le sue descrizioni intense mi fanno rivedere una strada chiassosa e curiosa percorsa mille volte che adesso ricordo solo con il pensiero.

La casa cubana si difende dalla curiosità degli abitanti e dalle voci del vicinato, si chiude attorno alla penombra, sul modello della casa araba e Andalusa, si trincera dietro finestre socchiuse e dotate di robuste inferriate. Nelle case cubana c’è la ricerca spasmodica del luogo fresco, vero fulcro attorno al quale vive la famiglia che comunica a mezzo paraventi di vetro che lasciano filtrare luce e parole da una stanza all’altra. Il sole picchia forte all’Avana, soprattutto in agosto, e allora le case si difendono con il medio punto, una vetrata che fa da interprete tra il calore e l’uomo, un enorme ventaglio di vetro che smorza i fulgidi impulsi.

Carpentier conclude la sua opera con un’interessante storia di usi, costumi e tradizioni di una città che continua a essere molto spagnola, una città che nel 1912 era asfaltata solo al Paseo del Prado, nella calle Obispo e O’Reilly, coperta di un bitume così pessimo da restare attaccato alle scarpe nei caldi giorni di agosto. Carpentier ricorda un’Avana dove passavano i venditori di attaccapanni; passava il fioraio, che generalmente era un galiziano; passavano i venditori di dolci; passavano i gelatai accompagnati da campanelle; li seguivano i suonatori di organetti spagnoli, con organetti che facevano venire da Madrid, che affittavano a un tanto al giorno, suonando pasodobles e gli ultimi successi della zarzuelas di moda o delle zarzuelas classiche come La verbena de la palma, Gigantes y cabezudos, ed era uno strepito continuo e costante per le strade.

Non è molto diversa dall’Avana che rammento, nonostante siano passati molti anni dalla sua descrizione. L’Avana è un luogo dove il tempo si conserva e passa più lentamente  che altrove. Certo, la mia Avana è anche quella delle jineteras per strada a caccia di stranieri, dei venditori di rum contraffatto e sigari rubati, della polizia che controlla e arresta, delle persone che inventano un futuro sempre più difficile e che vivono sognando la fuga.  Ma lasciamo stare.

Una delle parti più belle del libro è il ricordo delle vecchie usanze cubane originarie della Spagna e non molto diverse dagli antichi costumi italiani.

La ragazza era un essere che viveva confinata in casa, che non aveva contatti con i giovani se non quando partecipava a qualche ballo, era un essere che alle cinque del pomeriggio si esponeva alle finestre come un articolo da vetrina.

Il corteggiatore doveva andare avanti e indietro dalla finestra della ragazza, lasciare un messaggio e aspettare. Se la risposta era positiva poteva insistere nel corteggiamento, invitarla a ballare, frequentarla per alcuni anni come fidanzato ufficiale e infine sposarla, ma sempre illibata. Secondo Carpentier, sotto la dittatura di Batista, questa usanza ha favorito l’espansione della prostituzione e la fioritura di un vero e proprio mercato di meretrici francesi. Carpentier ricorda un’Avana provinciale fatta di gagà con il fiore all’occhiello, elegantissimi ma dal cervello vuoto, rammenta una Cuba che si apre al cinema italiano, francese e infine statunitense, ripercorre la vita di una città dove tutti si conoscono per nome e frequentano gli stessi luoghi. La donna ha conquistato un ruolo preciso nella società cubana con il trionfo della Rivoluzione e adesso lavora insieme all’uomo, frequenta locali, cinema, caffè, ha la dignità di una persona. Condivido, pure se il machismo latinoamericano è atteggiamento duro a morire.

Termino il libro di Alejo Carpentier e mi resta dentro una gran voglia di rivedere il tramonto più bello del mondo, con un sole color pastello che scompare tra il Malecón e l’oceano. Spero solo che quando potrò tornare all’Avana non sia molto cambiata rispetto alla città imperfetta e incompiuta che ho tanto amato.