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Giornalismo online: Bersani, i dubbi amletici e la metapolitica. E sullo spettro del comunismo.

di Rina Brundu. Dice che il segretario del PD Pier Luigi Bersani si sta interrogando: «Nel 2013 ci sarà consentito di essere una democrazia come le altre o no? Ci sarà consentito di vedere un sistema politico riformato? Con le riforme elettorale e istituzionale? E dopo con i due polmoni della democrazia che si confrontino, come avviene negli Stati Uniti, in Francia, in Germania, in Inghilterra. O dobbiamo sempre essere in minorità? Siamo sempre nell’emergenza o dopo l’emergenza c’è un futuro per questo paese, per l’Italia? Io lo chiedo per l’Italia, non per il Pd».

Non stupirebbe quindi se, leggendo queste assillanti domande politico-esistenziali (o dubbi amletici), il famoso turista di Travaglio si interrogasse a sua volta: ma dov’è stato quest’uomo per tutto il tempo? Scoperto che lo stesso si trovava in Italia non soprenderebbe se l’incauto visitatore d’oltre-manica se ne uscisse con un: “In Italy? Dammit!”. Appurato che colui è stato pure il principale leader dell’opposizione durante l’ultima decade, Mr John Smith (battezziamolo, ecchesaràmai!) sarebbe pure totalmente scusato qualora risolvesse ad abbandonare la lingua del bardo di Stratford-upon-Avon per commentare in un tedesco maccheronico:“Kakkien!”.

Dice pure che, stasera, a “Che tempo che fa”, il programma di Fabio Fazio in onda su Rai Tre, Pier Luigi Bersani non lesinerà critiche al governo all’insegna del mitico motto: “Il governo non ascolta la gente comune”. A mio avviso, qualora questo governo non ascoltasse la gente comune ci sarebbe pure da capirlo, visto che la sua Spada di Damocle sembrerebbe costituita non dal “volgo”, quanto piuttosto da una coalizione di partiti che, dall’estrema destra all’estrema sinistra (esistono ancora questi concetti?), passano il tempo a tirargli la giacchetta in privato per poi dargli addosso, ad ogni occasione mediaticamente valida, in pubblico.

Del resto, che la vita dei governi tecnici non fosse vita-facile lo si era capito fin dal primo momento. Tuttavia, questa metapolitica bersaniana, ovvero questa Politica che va-oltre la Politica, che parla di Politica, che si interroga su se stessa, non è tutta da buttare. Magari perché ci porta pure a speculare che se “Il grande merito di Marx è stato quello di aver subordinato la filosofia alla politica e il grande torto quello d’aver subordinato la politica all’economia”, il grande torto di Bersani è stato quello di avere subordinato la politica e le battaglie della gente comune (i.e. quella “gente comune” che Gramsci chiamava “operai” e che oggi si chiamano precari, turnisti, cassintegrati, disperati, annientati and so on and so forth), a tutto il resto e all’anti-berlusconismo-esasperato, soprattutto. Il grande merito invece è stato… be’, questo spetterà ai posteri trovarlo, qualora ci fosse. E, ne siamo certi, ci sarà senz’altro.

Di sicuro, a dispetto delle apparenze, qualcosa sembrerebbe accomunare comunque le esistenze di Marx e dell’attuale segretario del PD italico. In entrambi i loro tempi-storici, infatti, uno spettro si è aggirato per l’Europa: quello del comunismo!

Nell’immagine, Karl Marx.