Rivoluzione AI. Dieci regole per integrare Chatgpt e gli altri chatbots nel mondo della scrittura

di Rina Brundu Eustace.
Il professor Marsonet mi ha chiesto di essere più presente sul sito. Non ha tutti i torti, del resto questo sito storico porta il mio nome. Il problema, come sempre, è soprattutto dato dal tempo per esserci…. Che non si trova.
Nell’Italia della censura applicata ad personam e pro bottega nostra, della mala giustizia che sbatte gli innocenti in galera, e del continuato problema democratico posto dalla mancanza di una stampa libera, non mancano neppure gli argomenti su cui dirimere. Il fatto è che sul nostro sito questi argomenti gli abbiamo già trattati in maniera finanche ridondante (per la serie abbondantis abbondantum), negli oltre vent’anni di attività online. E non solo. Abbiamo già detto tutto ciò che vi era da dire e non abbiamo avuto torto quando, molti e molti anni fa, profetizzavamo il disastro corrente.
Trattandosi di problemi sociali sostanziali, pertinenti alla sorta di società Orwell 3.0 nella quale viviamo, naturalmente vi torneremo. Uniremo nuovamente la nostra voce a quella di coloro che tentano una qualche forma di ribellione, soprattutto in Rete. In realtà, l’unico elemento che, rispetto a tali temi, valga la pena sottolineare nell’immediato, è come, soprattutto in Italia, e negli ultimi anni, l’informazione online abbia superato qualitativamente l’informazione analogica dei cosiddetti “legacy media”, per intenderci l’informazione prodotta da quei giornali e giornaletti che, a vario titolo, hanno dominato la scena dal tempo di William Randolph Hearst in poi, creando un universo parallelo di tipo glossy, e un condizionamento culturale notevole sulla grande maggioranza della popolazione, addetti ai lavori compresi.
Ma sono narrazioni ormai démodé, appunto. Non è questo il tema che intendevo trattare con questo articolo. Piuttosto, oggi riflettevo su come, noi della Goldrake Generation (anche questa una mia creazione di tanti, tanti anni fa), siamo stati molto fortunati. Abbiamo cioè avuto la possibilità di attraversare un periodo della storia del mondo del tutto particolare: abbiamo assistito al tramonto della fase analogica, vissuto in prima persona la rivoluzione digitale e oggi abbiamo anche l’opportunità di intravedere come potrebbe configurarsi il mondo del futuro, il mondo che verrà gestito dalla cosiddetta Intelligenza Artificiale (AI). Un dono, dunque. Un dono non concesso ai nostri predecessori né a coloro che verranno.
La massa forse non se n’è neppure accorta, ma l’AI già domina la nostra vita quotidiana, la nostra vita lavorativa, il mondo dell’entertainment e non solo. Tra una decina di anni la maggior parte dei lavori di tipo analogico verranno svolti dall’AI e, permettetemi di scriverlo: soprattutto per quanto riguarda alcuni settori, si tratta di una novità che non può che essere una buona notizia. Tutte quelle professioni che richiedono un know-how immediato e pronto, oppure quei mestieri che necessitano di un’elevata precisione, potranno trarre un grande beneficio dall’utilizzo dell’AI. Si pensi, per esempio, alla medicina e alle diagnosi molto più accurate che un dottore “on steroids”, come può essere AI, sarebbe in grado di effettuare, e a quante vite potrebbe salvare. Allo stesso modo, si pensi alla precisione che un chirurgo supportato da AI potrebbe raggiungere. Le applicazioni di AI, tuttavia, sono potenzialmente infinite e riguardano quasi tutte le professioni, per non parlare del dominio pubblico, dove AI potrebbe finalmente contribuire a eliminare il problema burocratico e, allo stesso tempo, porre fine allo spreco del denaro dei contribuenti all’interno di quegli stessi dipartimenti.
Paradossalmente, il discorso AI si fa molto più complesso, quando si passa al mondo dell’arte, di qualsiasi forma d’arte, dalla pittura alla scrittura a qualsiasi forma di interazione che richieda un mood creativo vero. Non ho dubbi che lo status quo migliorerà, ma al momento resta ancora molto da fare. Da questo punto di vista, occorre operare anche delle distinzioni. È indubbio che in futuro ci saranno forme d’arte interamente gestite dall’AI. E per la verità alcune dimostrazioni di questo status-quo si possono già vedere online, per esempio, in certi video postati su YouTube, laddove possiamo ammirare creazioni futuristiche bellissime. Mondi creati e immaginati che si propongono in forme davvero straordinarie. Naturalmente, anche qui il dubbio resta: è merito dell’AI, oppure tale risultato è ottenuto grazie al disegno mentale pensato e condensato nel prompt umano che ha ordinato ad AI di creare? Per il momento, ritengo che la differenza la faccia ancora l’input umano, ma è indubbio che, in un futuro prossimo, AI sarà in grado di creare vera e propria arte in maniera completamente indipendente. Di per sé questo non è un male perché tali creazioni espanderanno il nostro stesso orizzonte creativo.
Diverso è il discorso nel mondo della scrittura. Ciò avviene perché la scrittura rappresenta un’espressione più circoscritta della nostra essenza, della nostra sensibilità e del nostro modo di pensare; per questa ragione, l’intromissione di AI potrebbe non essere percepita come un aiuto, ma come un’interferenza. A differenza di altri ambiti, infatti, qui il valore non risiede soltanto nel risultato finale, bensì nel processo creativo stesso, profondamente umano e personale. Io, per esempio, mi inca**o terribilmente nei confronti di chiunque si metta in testa di creare al mio posto. Inoltre, non sono stati ancora creati AI che possano competere con la mia immaginazione, questo e sicuro! Il nostro stile è unico, insomma, e fonderlo con quello di un partner esterno non è cosa semplice; anzi, la “litigata” può portare a perdere più tempo che altro. Tuttavia, come in tutte le cose della vita, non bisogna buttare il bambino con l’acqua sporca.
Anche in virtù di simili considerazioni – e dato che nelle ultime decadi ho scritto “Dieci regole per….”… per quasi tutto, oserei: dai racconti gialli al giornalismo online, fino a qualsiasi altro argomento sviluppabile nell’universo conosciuto (peraltro, occupandomi di fisica e filosofia quantistica, credo di essere andata ben più in là del mero orizzonte spaziotempo) – ho quindi pensato di creare un rapido vademecum, applicabile anche al mondo dell’intelligenza artificiale e alle sue interazioni con la scrittura professionistica. L’obiettivo è quello di fornire alcune linee guida pratiche che permettano di sfruttarne le potenzialità senza compromettere lo stile, l’identità e l’autorialità di chi scrive.
Ecco dunque Dieci regole per integrare Chatgpt e gli altri chatbots nel mondo della scrittura che potranno facilitare una convivenza cordiale tra umani e bot salvaguardando ad un tempo sia la nostra sanità mentale che il nostro estro creativo.
- Avrai altri computer oltre quello collegato ad Internet.
Essendo entrata nel mondo di AI per ragioni di lavoro, conosco molto bene le dinamiche — peraltro non particolarmente complesse — che rendono possibili queste tecnologie. In generale, però, saranno pochi a parlarvi del cosiddetto shadow-AI: ossia del fatto che, ogni volta che vi connettete a siti come Chatgpt e simili, questi programmi tendano a metabolizzare l’intero vostro ecosistema digitale, cercando di inglobarlo in un unico flusso di dati. Il loro.
A ben vedere, questo processo di intromissione nella nostra privacy digitale è iniziato molto prima dell’avvento di AI (Chatgpt, per esempio, è stata lanciata solo nel 2022); per questo motivo, immagino che la maggior parte di noi abbia ormai compreso che l’unico modo per gestire i propri dati con una reale tutela della sfera privata consista nell’utilizzare computer non collegati a Internet e nel conservare le informazioni su supporti esterni. Easy peasy. Vox populi.
Da ciò deriva una conseguenza fondamentale: tutti i vostri progetti — editoriali, lavorativi o di qualsiasi altra natura — devono essere salvaguardati esternamente. E, idealmente, anche creati esternamente.
2. Se sei un poeta lascia perdere AI!
Come avrebbe detto il buon Di Pietro: l’AI con la poesia non c’azzecca. Detto altrimenti, la poesia è l’unica forma d’arte nella quale potrebbe risultare estremamente difficile realizzare un blending con l’intelligenza artificiale, non a caso nessuna poesia davvero valida è stata firmata da più autori insieme. È indubbio che in futuro verrà creata molta “poesia” sentita da un AI poetico. Tuttavia la poesia, la nostra poesia, nasce come un moto dell’anima, della nostra anima. Proprio per questo è qualcosa di profondamente privato, intimo, irriducibile a una semplice produzione. Andrebbe dunque custodita così com’è: nella sua fragilità, nella sua verità, senza forzature né mediazioni, lasciandole il diritto di esistere nel modo in cui spontaneamente prende forma.
3. Se sei un giornalista è il momento di far vedere le balle!
Se venti anni fa la rivoluzione digitale diede un colpo sostanziale al giornalismo, AI gli sta dando il colpo di grazia. Si pensi, per esempio, a una notizia scarna ed essenziale (proprio come dovrebbe essere la vera notizia): oggigiorno basta inserire i punti sostanziali in un prompt mirato e AI ti sputa l’articolo bello e pronto. Significa che AI ha ucciso il giornalismo? No, il giornalismo – come ebbi modo di comprendere molto bene dopo la pubblicazione di un mio saggio dedicato, scritto quasi dieci anni fa – lo hanno ucciso gli stessi cosiddetti giornalisti. Questo detto, anche nel mondo della realtà artificiale e aumentata, ci sarebbe ancora posto per questa professione che, se non è la più vecchia del mondo, sicuramente ha vissuto l’ultimo secolo come se lo fosse. Tutto ciò che occorrerebbe avere per essere un buon giornalista sono le balle, ma… come ben sappiamo, quello è il vero punto dolente, dunque… ora pro eis.
4. Vuoi essere uno scrittore creativo? Vedi di esserlo.
Sono anni che coltivo un autentico disinteresse, se non un vero e proprio dislike, per la scrittura di storie, storielle o romanzetti: non è roba per me, e ho avuto la fortuna di comprenderlo con un certo anticipo. Tuttavia esistono ancora molti “scrittori” che amano e praticano questo tipo di composizioni. In questo senso AI può offrire un contributo sostanziale, fungendo da editor attento, attivo e costantemente presente. A mio avviso, però, AI non dovrebbe mai creare la storia, il plot, oserei: in quel caso la storia non sarebbe più nostra. E allora, cui prodest scrivere? Ne consegue che, qualora una storia fosse effettivamente creata dall’intelligenza artificiale, ciò dovrebbe essere dichiarato apertamente da qualche parte. L’onestà intellettuale è, dopotutto, la prima e imprescindibile qualità di un vero scrittore.
5. Scrittura diaristica e autobiografica: ricordati che le tue memorie sono tue e basta.
Si tratta di un ambito in cui, se non si sta attenti, l’intelligenza artificiale può provocare solo danni. Per capire di cosa sto parlando, provate a far modificare una vecchia fotografia da AI: non sarà raro che ne risulti un’immagine completamente nuova, con i volti dei protagonisti trasformati fino a diventare irriconoscibili. Lo stesso rischio vale per i vostri ricordi e i vostri sentimenti. Il consiglio, quindi, è di utilizzare AI solo come editor per questo tipo di produzioni, ma sempre con estrema attenzione al mantenimento della effettiva significazione dentro lo scritto finale.
6. Saggistica e ricerca: chiediti che tipo di ricercatore sei.
Per quanto riguarda la scrittura saggistica, l’integrazione con l’intelligenza artificiale può assumere forme diverse a seconda del tipo di saggio che si vuole produrre e dell’investigazione che è stata posta in atto. Nel caso della saggistica puramente tecnico-scientifica, AI può diventare l’elemento determinante della scrittura stessa. Si pensi, per esempio, alle numerose scoperte che si stanno realizzando in vari campi grazie all’applicazione dell’intelligenza artificiale: in questi casi, è la scoperta stessa a guidare la stesura del testo, a essere consequentia rerum. Il ruolo del saggista si riduce spesso a quello di portatore della notizia, mentre il contenuto vero e proprio è frutto della capacità dell’algoritmo. Qui il blending con l’intelligenza artificiale è giocoforza totale. Ciò premesso, posso dire di avere testato anche il know-how scientifico dell’AI, in termini di capacità di visione out of the box, ovvero di ragionare in maniera logica e dunque settare nuovi scenari, specialmente in relazione alle problematiche poste dalla nuova fisica, e francamente sono rimasta tutt’altro che impressionata.
Diverso è il caso della ricerca sul campo, come quella a cui mi dedico personalmente: essa resta il frutto della nostra capacità di comprensione, analisi e investigazione. In questo contesto, AI può essere utile solo come editor, un supporto alla chiarezza e alla forma. Anche in questi casi, però, occorre sottoporre il materiale a un accurato ri-editing finale, perché il rischio è che AI alteri in maniera sostanziale i risultati della ricerca, modificando ciò che è frutto del nostro lavoro e della nostra riflessione.
7. Editoria: finalmente una gioia!
L’editoria, e in particolare i piccoli editori, possono trarre un valido vantaggio da un oculato utilizzo dell’intelligenza artificiale, soprattutto quando si tratta di ottimizzare risorse finanziarie dedicate a editing e traduzione. In entrambi i casi, tuttavia, non è consigliabile sostituire completamente il lavoro di editor e traduttori umani: i risultati rischierebbero di essere deludenti o addirittura disastrosi. Ipazia Books, per esempio, inizierà nel prossimo futuro a impiegare tali servizi AI in maniera importante per le traduzioni, e ciò sarà chiaramente indicato nell’ambito paratestuale. Si tratta di un passo importante, perché permetterebbe di rendere accessibili in altre lingue saggi e ricerche precedenti. Rimane però fondamentale che il know-how linguistico umano sia presente: senza di esso, il lavoro di traduzione automatica può compromettere seriamente la qualità e l’integrità del contenuto originale.
8. Il lavoro di editing e degli editor resta prezioso.
Ho già sottolineato più volte che, sebbene il contributo principale che l’intelligenza artificiale può offrire al mondo della scrittura riguardi servizi di editing e traduzione, non è affatto consigliabile affidare completamente a AI questi compiti. Fare editing significa comprendere lo stile di un testo, percepirne il ritmo, e saperlo trasmettere al lettore in modo chiaro, naturale e coinvolgente. In altre parole, significa avere un’anima — quella stessa anima che, per quanto sofisticata, una macchina non possiede (o non possiede del tutto, almeno). Ne consegue che il lavoro dell’editor, anche con l’avvento di AI, non solo non è scomparso, ma acquista anzi un valore ancora maggiore. La cura, la sensibilità e il giudizio umano restano insostituibili, diventano più preziosi che mai.
9. Studia le lingue: ogni lingua conosciuta ti regala una nuova anima.
I concetti esposti al punto 8 riguardo all’editing si applicano in maniera del tutto analoga anche alle traduzioni. A questo si aggiunge un elemento significativo: la conoscenza di una nuova lingua costituisce sempre un valore aggiunto, unico e difficile da quantificare. Non si tratta soltanto di trasferire parole da un idioma all’altro, ma di comprendere sfumature culturali, idiomatiche e stilistiche che arricchiscono profondamente il testo e la comunicazione. Possedere questa competenza apre inoltre orizzonti professionali e personali che vanno ben oltre il mero esercizio tecnico, rendendo chi traduce non solo un intermediario linguistico, ma anche un ponte culturale insostituibile.
10. Attenzione al rin *o *lionimento mentale!
Inutile sottolineare che uno degli innegabili vantaggi offerti dall’intelligenza artificiale sia la possibilità di risparmiare una quantità significativa di tempo in compiti che prima richiedevano molto impegno. Tuttavia, questo stesso beneficio porta con sé un rischio: la facilità e la rapidità con cui tali compiti vengono ora svolti può favorire una sorta di “rin *o *lionimento mentale”. Meglio dunque evitarlo. Naturalmente, questa è la prospettiva di chi, come me, appartiene a una generazione anche parzialmente analogica. La logica suggerisce infatti che, nel futuro, il tempo risparmiato grazie a questi strumenti sarà impiegato in attività più produttive e stimolanti; in tal modo, la mente continuerà a ricevere sollecitazioni sempre più complesse, condizione necessaria per restare intellettualmente in sintonia con AI. Per evitare, insomma, di diventare semplici biopresenze di background in un mondo fatto esistere dalle macchine.
Ricapitolando: usate AI come un tool. Procedete né più né meno di quando siamo passati dalla scrittura manuale a quella su macchina da scrivere, o da tali macchine ai sistemi computerizzati. Ricordatevi che il vero rischio che potete correre con AI è diventare mentalmente lazy, mentalmente poltroni, incapaci di qualsiasi creatività. Anche per questi motivi sarebbe opportuno imparare prima a scrivere, a fare editing e poi fare il blending con AI, non viceversa. Persino in questo senso, noi della Goldrake Generation siamo stati certamente fortunati. Di fatto, siamo noi che con la nostra scrittura online degli ultimi venti anni, abbiamo permesso a AI di esistere. Noi dunque siamo il padre e la madre di AI, i nostri figli e nipoti di contro ne saranno i figli illegittimi.
—————
Nota: quando ci sarà il tempo chiederemo a AI di tradurre il pezzo in inglese.
An automatic translation of this article will be available soon.

You must be logged in to post a comment.