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La storia non finisce, è sempre con noi

di Michele Marsonet.

La tragedia ucraina sta inducendo molti intellettuali a riprendere in considerazione il noto volume di Francis Fukuyama La fine della storia e l’ultimo uomo. Fu pubblicato trent’anni orsono, nel 1992, ed ebbe un successo enorme. Anche se, a detta dei più, immeritato.
Il filosofo e politologo americano di origine giapponese, dopo il crollo dell’Unione Sovietica e la fine della Guerra Fredda, affermò con dovizia di argomenti che quegli eventi segnavano, per l’appunto, la “fine della storia”. A suo avviso la democrazia liberale, non dovendo più condurre la sua battaglia ideologica contro il socialismo realizzato nella ex URSS, non trovava altri ostacoli sul suo cammino, che Fukuyama annunciava globale e luminoso.
Di qui la profezia della sua diffusione sul piano planetario. In ogni continente tutti avrebbero capito che l’ordinamento liberaldemocratico è il modo migliore di organizzare la società. Anzi, è l’unico possibile, e occorreva prenderne atto rinunciando alle velleità rivoluzionarie. E ciò valeva pure per l’economia, giacché la fine dell’URSS decretava la sepoltura definitiva del marxismo.
Criticatissimo, Fukuyama comprese presto che le sue previsioni, basate su uno schema interpretativo fondamentalmente hegeliano, erano errate. Non è infatti abitudine della storia fermarsi. Essa continua incurante il suo cammino a dispetto delle teorizzazioni dei filosofi e degli scienziati della politica.
In altri termini, la storia non si lascia imprigionare entro contenitori rigidi, e prosegue il suo cammino anche quando qualche profeta ne proclama la fine. In un primo momento abbiamo assistito al sorgere del radicalismo islamico i cui esponenti, lungi dal considerare finita la storia umana, intendono sostituire il liberalismo con la “sharia”, imposta con la forza.

In Europa vi sono state negli ultimi decenni delle guerre, ma di portata limitata. Nessuno riteneva che tali conflitti fossero tanto importanti da mettere in crisi la liberal-democrazia. E non si teneva conto del fatto che, nel frattempo, la Cina continuava l’esperimento comunista, per quanto con caratteristiche assai diverse da quello sovietico.
Ora l’invasione dell’Ucraina ha reintrodotto una guerra di grandi dimensioni proprio nel cuore della stessa Europa, con la prospettiva che essa possa espandersi in altri contesti territoriali coinvolgendo le autocrazie da un lato e le democrazie dall’altro. Si rammenti inoltre che, per la prima volta dopo le bombe di Hiroshima e Nagasaki, viene apertamente evocato un conflitto nucleare come possibilità reale.
Gli europei, che a partire dal dopoguerra non pensavano più alla guerra come qualcosa che li riguardasse direttamente, si sono invece ritrovati nella scomoda posizione di doverla ripensare, spinti dagli avvenimenti drammatici che si susseguono proprio al centro del Vecchio Continente.
Il problema è che, sin dagli albori del genere umano, la guerra ha sempre scandito il percorso della nostra storia. Ad essa vanno attribuiti gli sconvolgimenti e i cambiamenti radicali che ci hanno traghettato da un’epoca a quella successiva. Gli esperimenti utopici come quello sovietico sono sempre terminati in tragedia, e la stessa tesi kantiana della “pace perpetua” si è palesata quale utopia, pur se molti continuano a credere nella sua fattibilità.
Non importa, adesso, che Fukuyama abbia ammesso il suo errore. Conta invece comprendere che la dimensione della storicità, come sostenevano Dilthey e altri, è la componente essenziale della natura umana, e che in tale dimensione gioca purtroppo un ruolo essenziale anche la guerra. Fukuyama, pertanto, è solo l’ultimo anello di una catena di illusioni che è con noi da sempre.