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Sul relativismo culturale

di Michele Marsonet.

Secondo il relativismo culturale non esistono criteri di razionalità in grado di prescindere dai condizionamenti socio-culturali. Ogni cultura si dota di criteri propri, in base ai quali valuta le credenze relative ai “fatti”, e partendo da tale assunto è facile concludere che non vi è alcun insieme di credenze superiore agli altri. Non solo: la mutevolezza delle credenze determina pure ciò che si intende per “fatto”. Deve dunque cambiare il nostro modo (occidentale) di giudicare il vasto complesso di credenze fondate su magia, stregoneria e forze spirituali di vario tipo.
Nell’ambito della loro vita quotidiana, i membri delle società che noi classifichiamo “primitive” interpretano un cattivo raccolto, un evento fortunato o sfortunato e le malattie come effetti di forze occulte. Parecchi filosofi – inclusi alcuni filosofi della scienza come Feyerabend – dubitano dell’esistenza di criteri “neutrali” e indipendenti dai contesti culturali che possano condurci a giudicare una certa visione del mondo (ad esempio la nostra) più “razionale” delle altre. L’epistemologo wittgensteiniano Peter Winch afferma al riguardo che la presenza di criteri di razionalità divergenti è un dato di fatto. Non avrebbe quindi senso dire che i membri di un gruppo S possono scoprire qualcosa che noi abbiamo già scoperto, dal momento che una scoperta comune presuppone un accordo iniziale a livello dei concetti.
Per esempio, noi crediamo che le malattie siano causate da virus, batteri e altri organismi microscopici che interferiscono con il normale funzionamento del corpo. Molte culture africane, invece, ritengono che le malattie siano causeate da spiriti e forze occulte di vario tipo. Le nostre credenze sono basate sulla scienza medica empirica, le loro su cosmogonie di tipo religioso.
Alcuni antropologi e filosofi della scienza sostengono che tali sistemi di credenze sono semplicemente contrastanti, ma non superiori o inferiori l’uno all’altro in termini razionali. La tesi del relativismo della razionalità può dunque essere espressa in questo modo: differenti culture esprimono diversi sistemi di giudizio, i quali conducono a credenze radicalmente differenti circa gli oggetti e gli eventi del mondo. Non vi sarebbero però metodologie razionali in grado di farci concludere che uno di tali sistemi è “superiore” agli altri.
La posizione opposta attribuisce invece priorità ai criteri del ragionamento scientifico: osservazione, deduzione, costruzione di teorie e sperimentazione empirica. Essa sostiene che i metodi della scienza occidentale sono superiori a quelli magici o religiosi quando si tratta di giungere a credenze vere (cioè empiricamente verificate e in grado di conseguire risultati ripetibili). Ciò accade perché le pratiche della scienza empirica si conformano – almeno approssimativamente – a criteri universali che presiedono alla formazione delle credenze; in altre parole, esse “incorporano” la razionalità.
Ancora una volta è Peter Winch ad esprimere la versione più radicale del relativismo concernente la razionalità. Basandosi su quanto afferma il secondo Wittgenstein, egli sostiene che i processi di formazione delle credenze sono nient’altro che pratiche sociali, per le quali non esiste alcun criterio di giustificazione assoluto. Ciò che consente a Winch di adottare una simile posizione è la negazione wittgensteiniana che esista un mondo oggettivo cui i sistemi di credenze possono o meno corrispondere: non vi è insomma qualcosa come la “verità”. I sistemi (o schemi) concettuali, piuttosto, “costruiscono” il mondo al quale si applicano, e non è possibile confrontare la verità o falsità delle credenze se si attraversano i confini di tali sistemi o schemi.
Occorre tuttavia chiedersi se i dati antropologici riguardanti la diversità dei sistemi di credenze forniscano qualche sostegno a questa tesi, oppure se vi sono buone ragioni per affermare che i metodi della scienza sono più vicini alla verità di quelli magici e tradizionali. Per difendere quest’idea bisogna ammettere l’esistenza di criteri universali di razionalità applicabili sul piano trans-culturale. In altre parole, è necessario affermare che le credenze non vengono validate soltanto da criteri che si possono trovare in uno specifico contesto culturale, ma da criteri di razionalità validi per tutti gli esseri umani in quanto tali.
Si parte dunque dalla constatazione (non accettata da molti studiosi) che c’è un mondo in comune tra noi e i membri delle altre culture poiché, se ciò non fosse vero, la stessa comunicazione tra noi e loro sarebbe impossibile. Anche se parliamo lingue diverse, re-identifichiamo gli stessi oggetti mediante il nostro linguaggio e facciamo predizioni circa il loro comportamento futuro. Certamente non condividiamo tutti le stesse credenze a proposito di questo mondo, ma il fatto che esso sia uno e sostanzialmente il medesimo consente pur sempre un certo livello di comunicazione tra culture diverse.

Viene pertanto conservata la possibilità della verità – non verità-per-noi e verità-per-loro – ma la verità intesa come corrispondenza (per quanto imperfetta) con il mondo. Percorrendo questo sentiero la verità diventa trans-culturale, e i criteri di rationalità sono quelli che producono credenze vere più attendibili per il loro riscontro pratico. Se possediamo una base per confrontare gli schemi concettuali nei termini delle entità reali che ricadono sotto i concetti, possiamo allora sviluppare il ragionamento empirico e causale con la speranza di raggiungere l’accordo.
Facciamo un esempio concreto, anche se – è importante rammentarlo – un autore come Feyerabend nega recisamente la validità di esempi di questo tipo. Supponiamo che i membri di una cultura diversa dalla nostra credano che la malaria sia causata da incantesimi, mentre noi la attribuiamo a certe specie di zanzare. La nostra credenza può essere spiegata così: ogni volta che zanzare di un certo tipo sono presenti l’incidenza della malaria è superiore a zero mentre, in caso di assenza totale di tali zanzare, l’incidenza della malaria è uguale a zero.
La loo credenza può invece essere espressa in questi termini: la comparsa della malaria è il risultato di un incantesimo eseguito in un certo modo; se non si fanno incantesimi non c’è malaria mentre, se certi incantesimi vengono compiuti, la malaria compare. Attraverso l’osservazione e ripetuti esperimenti si dovrebbe tuttavia poter convincere i membri della cultura diversa della validità di certe conclusioni: (1) quando in una regione si eliminano le zanzare anche la malaria scompare; (2) quando si compiono gli incantesimi in un villaggio dove non ci sono zanzare non si verificano casi di malaria; (3) quando si compiono gli incantesimi in un villaggio dove ci sono ancora zanzare la malaria continua a essere presente, e così via.
Naturalmente occorre aver fiducia nel fatto che tale catena argomentativa sia in grado di convincere gli individui della cultura diversa poiché, dopo tutto, essi condividono lo stesso mondo e reagiscono in maniera almeno parzialmente simile agli eventi. Tutto questo sembra escludere qualsiasi tipo di relativismo forte: le credenze dovrebbero convergere attorno a ipotesi causali quando si è raggiunto l’accordo su un certo insieme di fatti rilevanti.
Tale conclusione, tuttavia, è ancora prematura; abbiamo infatti bisogno di un insieme di princìpi di inferenza di tipo sia deduttivo che induttivo, e dobbiamo pure presupporre che i membri dell’ipotetica società estranea li condividano o, quanto meno, che utilizzino princìpi simili nella loro vita quotidiana. Le credenze fattuali di per sé non spingono ad adottare un’ipotesi causale (le zanzare) piuttosto che un’altra (gli incantesimi); la preferenza per una certa ipotesi causale dev’essere appunto sostenuta da princìpi logici che governano lo schema di ragionamento.
Per questo il relativista culturale può rispondere che sono proprio tali principi ad essere posti in dubbio: a suo avviso le altre culture non condividono necessariamente le nostre inferenze causali di tipo scientifico, e adottano credenze radicalmente diverse circa la struttura del mondo.
Gli specialisti di magia possono effettivamente rifiutare la nostra conclusione. Per esempio, sarebbe possibile negare che vi sia contraddizione tra zanzare e incantesimi facendo entrare in scena nuove caratteristiche dei processi magici e attribuendo caratteristiche magiche alle zanzare. E’ ovvio che dal nostro punto di vista queste modificazioni risultano “ad hoc” (come direbbe Popper); ma è pure chiaro che in un simile contesto l’esigenza di evitare ipotesi “ad hoc”non è in grado di convincere il nostro ipotetico interlocutore. Né si può escludere la possibilità del rifiuto del ragionamento da noi considerato razionale, soprattutto se si nega che la verità possa essere conseguita mediante la logica e gli esperimenti.
Si noti, quindi, come sia difficile giungere ad una confutazione definitiva del relativismo e alla formulazione di criteri trans-culturali e “neutrali” accettati da tutti. La difesa di tali criteri non può che basarsi sulla comunanza delle credenze fattuali di base anche in culture diverse, derivante a sua volta da un mondo che è sostanzialmente lo stesso. Naturalmente anche il fatto che certe credenze consentano di manipolare il – e di influire sul – mondo circostante meglio di altre, che è poi la base del progresso tecnologico, è molto importante. Ma non si tratta di un criterio assoluto per chi – come ad esempio Feyerabend – è convinto che il progresso scientifico e tecnologico occidentale presenti più aspetti negativi che positivi.

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