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L’era dei Draghi. Declino e caduta del paese più vecchio del mondo

di Rina Brundu.

Non ne ho più voglia di scrivere di politica italiana. Preferisco lo studio, la ricerca, il lavoro e qualsiasi altro impegno, anche quando minimo, che permetta di distanziare  lo spirito dalle brutture di una età di transizione che non sappiamo dove ci porterà, ma che, se le avvisaglie sono un metro valido, non promette nulla di  buono. Osservare l’Italia alla distanza in questo periodo miserabile è uno sforzo mentale che fa male al cuore. Per certi versi il paese ricorda gli anni della caduta dell’impero romano, con la corruzione elevata a sistema, con una classe dirigente vecchia, vecchissima, da paese più vecchio del mondo; con una leadership oziosa, priva di visione, determinata ad agguantare quanto più possibile ai danni di un popolo inerte, incapace di ribellarsi, il quale culla un unico sogno: raggranellare sufficiente pecunia per fare come loro. Peggio di loro. Che a dirla tutta da questo punto di vista la nostra storia nazionale recente insegna con una rara (certamente rara nel mondo occidentale) esperienza di prima mano. La lezione tratta dalla drammatica avventura politica del pernicioso e cosiddetto Movimento Cinque Stelle è infatti un qualcosa che non può non dar da pensare a qualsiasi mente sveglia abbastanza per realizzare lo status-quo politico-sociale-culturale deleterio che tale infausta mission politica ha portato seco. Ciò detto, bisognerebbe pure trovare il coraggio per scriverlo a chiare lettere: noi siamo quei baldanzosi pompieri grillini nati per incendiare il mondo e finiti a fare accordi di qualunque specie con le classi politiche corrotte che erano nati per combattere; noi siamo quei grillini grotteschi, quegli italiani furbi magistralmente rappresentati dall’arte di Alberto Sordi, ridicolizzati dall’ironia di Giuseppe Prezzolini. L’unica differenza con i tempi vissuti da questo grande connazionale è che oggigiorno non esistono più i fessi: guai a provarci, sarebbe la fine!

In codesto quadro socio-economico terribile non si può che stigmatizzare, una volta di più, il ruolo svolto da quel fattore che a ragion veduta diventerà un serio problema da affrontare nelle decadi che verranno, ovvero la mancanza di una valida classe intellettuale, di un gruppo di cittadini coscienti, interessati al maggior bene pubblico, in qualche modo capace di opporsi a cotanto disastro invece di subirlo, servirlo, onorarlo, prostrarglisi davanti. Ottanta anni di crescita economica hanno infatti prodotto politici e giornalisti intellettualmente corrotti (laddove in qualche caso l’avverbio è un mero apostrofo rosa tra le parole “anch’io tengo famiglia”), scrittori del nulla, fancazzisti televisivi, filosofi dei miei coglioni, e diciamocelo di nuovo, una volta di più (non fa mai male), un popolo vigliacco che nell’età della comunicazione cibernetica, della visione futuristica, ancora guarda Sanscemo, attende i celentani in tv e si fa di ficssion televisive il cui grado di commitment sartriano fa equazione con quello prodotto da un pesce rosso rincoglionito dopo una nuotata nel vino rosso. Dato lo status-quo, che il poderoso governo Draghi I, così paparazzato sempre dalla stessa stampa intellettualmente corrotta che dopo avere leccato il deretano di Conte è già distesa davanti a quello dell’ex governatore BCE, abbia partorito il topolino non dovrebbe meravigliare in nessun modo. Ed ecco quindi il peggior passato politico in combutta con il peggior presente per portarci verso il baratro futuro. Scriveva Prezzolini: “L’italiano è un popolo che si fa guidare da imbecilli i quali hanno fama di essere machiavellici, riuscendo così ad aggiungere al danno la beffa, ossia l’insucesso alla disistima, per il loro paese. Da molti anni il programma degli uomini che fanno la politica estera sembra riassumersi in questo: mani vuote, ma sporche”. Io direi che lo stesso discorso può tranquillamente applicarsi alla politica interna. A codesti mirabili ragionamenti, l’autore aggiungeva infine un’ultima perla: “L’errore è una molla dell’azione potente come e più della verità”. Si ingannerebbe però chi dovesse pensare che una tale classe dirigente pagherà i suoi errori. Tali shortcomings, nonché “l’azione potente” per far finta di correggerli, li pagheremo noi, li stiamo già pagando, ed in fondo è giusto così: chi è causa del suo male pianga se stesso!

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